Umiliazioni e pianti in carcere, notti insonni ora che è libero. L'inferno vissuto da Luciano Di Marco

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"Ho vissuto male, è stato un vero inferno e, anche ora che sono fuori, la notte non riesco a dormire, sento ancora il rumore delle chiavi delle guardie carcerarie che aprono le celle. Sento rumori nella testa. Presto sicuramente mi farò visitare da un neurologo perchè non chiudo occhio da quando sono stato scarcerato". Da lunedì scorso Luciano Di Marco è di nuovo libero, ha lasciato il carcere "Le Vallette" e ha potuto riabbracciare la moglie, Anna Bonanno (anche lei implicata in questa storia), e i suoi 4 figli. L'uomo è stato indagato, e nel frattempo rinchiuso in carcere, per una rapina commessa a Cerignola l'8 marzo scorso. Indagata e ai domiciliari anche la Bonanno. Indagati e arrestati insieme a Luca Capocefalo, 48enne cerignolano, l'unico collegamento tra la coppia e l'azione criminosa. Perchè l'odissea di Di Marco è iniziata solo per un legame con il 48enne. "Ho conosciuto Capocefalo nel 2012 - racconta a l'Attacco - quando è venuto qui a Torino da un suo cugino, mio collega, per trovare lavoro. In seguito ci siamo sentiti qualche volta su Facebook". E proprio dai social network i poliziotti che hanno indagato sull'accaduto hanno estrapolato le foto della coppia. Un terribile scambio di persona. "La parte più difficile è stata non vedere mia moglie e i miei figli dal 5 di giugno fino alla fine di luglio - spiega Di Marco a l'Attacco -, quindi non avevo più notizie di loro e praticamente non ho visto nessuno. Ero da solo e me la sono passata veramente brutta. Una notte ho pensato anche di farla finita, di impiccarmi, perchè ero giunto al culmine della depressione. Un momento di debolezza che non ho raccontato nemmeno a mia moglie". Di Marco ricorda bene cosa ha fatto sia l'8 marzo, giorno della rapina, e ricorda tutto anche di quel 5 giugno, momento in cui è stato arrestato. Ci sono stati dei giorni bui, come detto, perchè è stato detenuto anche a Foggia, in occasione di una perizia, quell'esperimento che poi è stata la sua salvezza. In due occasioni ha attuato lo sciopero della fame, perdendo prima 14 e poi una decina di chili. Una situazione di sicuro non proprio rassicurante per chi ha subito diverse operazioni per la riduzione dello stomaco. Durante la detenzione, mentre mangiava, si è spaccata anche una protesi dentaria. "E' stato umiliante prendere da mangiare in un piatto di plastica attraverso le sbarre di una cella - ricorda a l'Attacco -, avere un rotolo di carta igienica ogni 15 giorni, bere l'acqua del rubinetto, fare la doccia in un ambiente sporco. Mi è capitato di tutto, è un qualcosa che non scorderò mai. So io quello che ho passato, i pianti che mi sono fatto all'interno del carcere: è stata davvero una sofferenza non vedere mia moglie e i miei figli. Ho pensato che ci fosse un accanimento nei miei confronti - aggiunge -, perchè non è possibile che siano state rigettate quattro istanze per i domiciliari, mentre il Tribunale del Riesame della Libertà  di Bari, dopo che era uscita mia moglie e Capocefalo mi hanno risposto, dopo giorni di agonia e di attesa, 'ci sono ancora dei gravi indizi. L'avvocato mi ha detto che ovviamente il Pm ha solo aspettato il risultato della perizia: è vero anche questo, però io mi sono fatto 121 giorni di galera gratis e se non c'era la perizia io rischiavo di restare per anni in carcere, anche dopo aver portato tante foto, testimonianze e prove per ribadire la mia innocenza". Secondo Di Marco (e i suoi legali) c'è stata anche negligenza durante le indagini. Ad esempio, è stato riferito che non è stata fatta nessuna analisi sulle celle telefoniche agganciate dall'utenza dell'uomo. Il vero rapinatore non ha dei tatuaggi - è stato sottolineato - mentre Di Marco ne ha 22 e alcuni anche ben visibili sulle mani: "Secondo gli inquirenti - afferma - avrei potuto nascondere i tatuaggi con la cipria, mentre per le impronte ho applicato la colla per non lasciare segni della mia presenza. Ora aspetterò l'archiviazione del caso per richiedere i danni - evidenzia Di Marco -, denuncerò anche la gioielleria e per calunnia la commessa che mi ha identificato, così come la ragazza del negozio di abbigliamento e un'altra ragazza che lavora in un bar che hanno detto di averci riconosciuto: sono tutte questioni che porterò avanti e pian piano mi prenderò le mie vittorie". Intanto, però, Di Marco deve ancora abituarsi alla realtà  che lo circonda. "Nella palazzina dove abito le persone hanno preso nettamente le distanze nonostante sia stato scarcerato perchè pensano che sia un delinquente - afferma - purtroppo queste sono conseguenze che devo subire in maniera gratuita. Sono andato in un supermercato a fare la spesa e mi sentivo osservato, non so se sono mie paranoie, ma vedevo che la gente mi guardava. Adesso ho paura di entrare in un negozio, penso mi possa ricapitare la stessa situazione. Per qualche periodo dovrò convivere con questa tensione e con tanti timori. Inoltre dovrò rimboccarmi le maniche per riprendere il lavoro (Di Marco guida un carro attrezzi per il soccorso auto, ndr) e ricominciare a tornare alla normalità ", conclude.

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testatina dillo al direttore WEB

 



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