Per il Presidente del Rotary Club Manfredonia Raffaele Fatone si tratta di un monumento identitario destinato ad arricchire la città, da collocare nella piazzetta antistante il Castello-Museo, con il sostegno dell’Amministrazione comunale e il contributo dei soci. Di diverso avviso è l’archeologa Maria Luisa Nava, già funzionaria del Ministero della Cultura in Puglia, presso l’Ufficio staccato di Foggia e il Museo di Manfredonia, che contesta l’intera operazione: dal linguaggio ai materiali, fino all’impostazione iconografica, ritenuta espressione di una retorica sterile incapace di instaurare un autentico dialogo con l’antico. Così il monumento autentico arretra, lasciando spazio a un emblema semplificato: si passa dalla conoscenza al marchio, dal reperto all’icona decorativa, fino a una vera e propria caricatura carnascialesca del patrimonio.
Esistono molti modi per avvicinare una città al proprio patrimonio culturale. Alcuni sono intelligenti, rispettosi, persino fecondi. Altri, invece, riescono in un’impresa opposta: banalizzano, travisano, semplificano, travestono e, alla fine, insultano proprio ciò che pretendono di celebrare. La recente “stele daunia” in lamiera pensata per Manfredonia appartiene, senza possibilità di equivoco, a questa seconda specie.
L’articolo che ne annuncia la realizzazione è già, da solo, un piccolo manuale di enfasi mal riposta, approssimazione storica e compiaciuta inconsistenza. Da una parte si evocano le stele daunie come “cimeli unici”, testimonianza straordinaria della civiltà daunia, reperti di eccezionale valore storico e artistico; dall’altra, con ammirevole disinvoltura, si presenta come loro degno richiamo urbano un manufatto che delle vere stele non conserva né la materia, né la qualità plastica, né il linguaggio figurativo, né il rigore tipologico, né il senso storico. Non una reinterpretazione, dunque, ma una caricatura. E non una caricatura innocua, confinata all’estro privato di qualcuno, bensì una caricatura innalzata nello spazio pubblico, destinata a diventare segno cittadino, emblema visivo, presunto “simbolo identitario”. Proprio qui sta il danno: non nel cattivo gusto in sé, che sarebbe già abbastanza, ma nel fatto che il cattivo gusto pretende di parlare in nome della memoria culturale.
La retorica che accompagna l’operazione è, in questo senso, esemplare. Si parla di “nuovo simbolo identitario di Manfredonia”, di “continuità tra passato e presente”, di “recupero di significativo valore storico e urbanistico”, di “segno tangibile nello spazio urbano” capace di richiamare il Museo e le sue collezioni. Il manufatto, si dice, sarà costituito da lastre di acciaio corten, su cui verrà incisa al laser l’immagine di “un antico guerriero daunio”, liberamente rivisitata in chiave figurativa e materica dal progettista, con l’intento di evocare “lo stilema tipico degli antichi manufatti”. Qui il linguaggio si fa quasi commovente, se non fosse che sotto la coltre delle parole solenni si nasconde un dato brutale: il reperto archeologico reale scompare, sostituito da una sua sagoma arbitraria, modernizzata, impoverita, ridotta a decorazione urbana con alibi culturale.
Il punto è precisamente questo: la tanto lodata “libera rivisitazione”, quando si ha a che fare con materiali archeologici di eccezionale rilievo, non è una virtù in sé. Spesso è il contrario.
Può diventare licenza arbitraria, e l’arbitrio, applicato all’archeologia, produce quasi sempre mostri. Qui ha prodotto una specie di fantoccio metallico che allude vagamente alle stele daunie, ma senza comprenderne né la natura, né la storia, né la logica figurativa.
Le stele daunie non sono icone decorative da ritagliare nel metallo, non sono silhouettes da allestimento, non sono insegne colte per abbellire una piazzetta. Sono monumenti in calcare, nati in un preciso contesto culturale, funerario, ideologico e sociale. Sono il risultato di una tradizione scultorea indigena di straordinaria originalità. Sono reperti, non pretesti.
Occorre dirlo con chiarezza: il calcare non è un particolare secondario. La materia, in archeologia, non è un orpello che si possa sostituire a piacere, come si cambia il tessuto di un tendaggio. La materia è parte costitutiva del significato. Le stele daunie sono pietra lavorata, superficie scolpita, volume, peso, presenza fisica, resa plastica; e proprio in questa loro consistenza si inscrive una parte essenziale del loro valore. Trasformarle in una lastra metallica traforata o incisa significa alterarne radicalmente la natura. Cambiare la materia significa cambiare il linguaggio. Cambiare il corpo del monumento significa svuotarlo della sua identità. Il passaggio dal calcare al corten non è una scelta neutra né una trovata brillante: è una falsificazione. Non restituisce nulla delle stele; ne offre, semmai, una versione posticcia, ammiccante, da arredo urbano.
Ma il problema non è solo materiale. È anche iconografico, tipologico, intellettuale. L’idea di poter evocare “un antico guerriero daunio” con una figura liberamente reinventata, come se bastasse qualche segno convenzionale per riprodurre una tipologia tanto complessa, dice già tutto sulla leggerezza dell’operazione. Le stele di guerrieri esistono, naturalmente. Ma possiedono caratteri distintivi precisi, sistemi di rappresentazione, marcatori iconografici, strutture compositive che non possono essere improvvisati a piacere. Non basta incidere una figura genericamente arcaicizzante e chiamarla “guerriero daunio” perché la cosa acquisti dignità culturale. Qui non siamo di fronte a una rilettura colta, né a un dialogo consapevole con l’antico. Siamo di fronte, più modestamente, a un uso superficiale del repertorio archeologico, trattato come deposito di immagini da reinterpretare secondo estro personale. È il vecchio vizio di sempre: prendere ciò che non si conosce a fondo, semplificarlo fino a renderlo innocuo, e poi congratularsi per averlo “valorizzato”.
La parola “valorizzazione”, del resto, è una delle più pericolose del lessico contemporaneo. Basta pronunciarla con voce grave e ogni pasticcio sembra nobilitarsi da solo. In nome della valorizzazione si allestiscono equivoci, si benedicono scorciatoie, si promuovono oggetti che dell’oggetto originario conservano soltanto il nome. Anche in questo caso il meccanismo è limpido: si costruisce una cornice retorica impeccabile, fatta di identità, memoria, orgoglio civico, attrazione turistica, sostegno al Museo. E dentro questa cornice si colloca un manufatto che non educa, non chiarisce, non approfondisce, non restituisce. Confonde. E confonde proprio là dove dovrebbe invece aiutare a distinguere.
Il danno infatti non è solo estetico. È cognitivo. Si offre ai cittadini, ai visitatori, agli studenti, ai turisti, una falsa immagine delle stele, facendo credere che quella sia una loro traduzione plausibile, una loro sintesi urbana, un loro degno equivalente contemporaneo. Non lo è. È soltanto un surrogato. E i surrogati, soprattutto in ambito culturale, hanno un effetto perverso: non avvicinano all’originale, ma lo sostituiscono nella mente di chi non possiede gli strumenti per distinguere.
Così il monumento autentico arretra, e al suo posto avanza l’emblema semplificato, la sagoma, il simulacro, il “richiamo”. Si passa dalla conoscenza al marchio, dal reperto all’icona decorativa, dal patrimonio alla sua caricatura.
È qui che la questione smette di essere una faccenda locale e diventa un caso esemplare di cattiva gestione simbolica dell’antico. Perché il patrimonio culturale non viene svilito solo quando è abbandonato o mal conservato. Viene svilito anche quando è usato male; quando viene trascinato fuori dal proprio contesto per fungere da fondale identitario; quando la sua complessità viene compressa in una formula visiva di immediata leggibilità; quando il rispetto cede il passo alla scenografia. E bisogna avere il coraggio di dire che il ricorso all’archeologia come repertorio ornamentale è una delle forme più diffuse e più sciocche di falsa valorizzazione.
A peggiorare il quadro intervengono poi le inesattezze storiche che l’articolo diffonde con assoluta tranquillità. Si sostiene, per esempio, che Cristanziano Serricchio avrebbe “caldeggiato” il trasferimento delle stele nel Castello di Manfredonia e che il Castello stesso sarebbe stato donato dal Comune allo Stato per essere destinato a Museo. È una ricostruzione infedele, e non per una sottigliezza da specialisti, ma nei suoi termini essenziali. Il Castello era già da tempo in possesso dello Stato; l’atto fu perfezionato nel 1968. Attribuire a Serricchio un ruolo che non ebbe, o drammatizzare il processo in forma romanzesca, può forse servire alla narrazione giornalistica, ma non alla verità. E quando si parla di beni culturali la verità documentaria dovrebbe contare un poco più dell’effetto scenico.
Non meno errata è l’idea che Silvio Ferri abbia “aperto” il Museo o ne abbia visto la realizzazione. Anche qui sarebbe bastato controllare i fatti. Ferri non ha mai inaugurato il Museo. Il Museo fu inaugurato nel 1980, due anni dopo la sua morte, in occasione del Convegno di Studi Etruschi e Italici, insieme alla presentazione del catalogo delle stele, che redassi io su invito di Massimo Pallottino. Non si tratta di un dettaglio biografico: si tratta del rispetto dovuto alla cronologia, alla memoria di uno studioso, ai processi reali attraverso cui si costruiscono le istituzioni culturali. Spostare date, ruoli, responsabilità, e farlo con quella disinvoltura encomiastica tipica di certo giornalismo celebrativo, non è innocente. Produce una falsa storia, e la falsa storia, prima o poi, genera false coscienze.
Qui la questione diventa inevitabilmente personale, ma non per suscettibilità, e neppure per rivendicazione privata. Diventa personale perché ci sono lavori di una vita che non possono essere trattati come fondale neutro per operazioni dilettantesche. Silvio Ferri lavorò sulle stele daunie per circa quindici anni, con passione e rigore. Io ci lavoro da oltre cinquant’anni. Oltre mezzo secolo di studio significa catalogazione, classificazione, analisi tipologiche, verifica dei dati, controllo delle attribuzioni, confronto continuo con una bibliografia non sempre accurata, difesa metodologica dei reperti contro letture fantasiose e semplificazioni sbrigative. Significa, in una parola, lavoro. Lavoro vero, lungo, paziente, spesso ingrato. E proprio per questo riesce difficile assistere senza reagire all’ennesima trasformazione delle stele in oggetti di consumo simbolico, manipolati da chi evidentemente non ne conosce che l’ombra.
Di interpretazioni stravaganti sulle stele daunie ne ho sentite e lette moltissime. Nel tempo ho assistito a usi impropri, a letture arbitrarie, a iniziative in cui questi monumenti venivano brutalmente sfruttati come ornamento, come pretesto, come merce visiva.
Ho visto gesti poco rispettosi, operazioni maldestre, appropriazioni superficiali. Non sono intervenuta. Ho taciuto, più volte. Per misura, forse. O per stanchezza. O perché non si può passare la vita a correggere ogni sciocchezza pronunciata in nome della cultura. Ma esiste un limite. E quando quel limite viene superato, il silenzio non è più eleganza: diventa complicità.
Ora quel limite è stato superato. Lo è stato nei confronti dei reperti, che vengono ridotti a figurine metalliche dall’aria pseudoarcaica. Lo è stato nei confronti della memoria di Ferri, che non merita di essere trascinata dentro una simile operazione cosmetica. Lo è stato nei confronti del mio lavoro, che da decenni cerca di restituire alle stele la loro complessità e la loro verità storica, non certo di vederle convertite in una caricatura da spazio urbano. E lo è stato, infine, nei confronti di Manfredonia, città che custodisce uno dei nuclei più importanti della scultura indigena dell’Italia protostorica e che non merita di vedersi rappresentata da una carnevalata irrispettosa.
Perché di questo si tratta: di una carnevalata. E anzi, con un’aggravante rispetto al Carnevale autentico. Il Carnevale almeno non mente sulla propria natura: è travestimento, gioco, deformazione dichiarata. Qui invece il travestimento si presenta come omaggio colto. Ci si copre con il manto delle buone intenzioni, si invoca l’amore per la città, il legame con le radici, il desiderio di segnalare il Museo, e intanto si realizza un oggetto che con le vere stele ha il medesimo rapporto che una maschera di cartapesta ha con un ritratto scolpito. Le ricorda da lontano, le svilisce da vicino, e soprattutto si fonda sull’idea implicita che nessuno noterà la differenza. È questa, forse, la parte più offensiva: la fiducia nell’ignoranza del pubblico.
Eppure le alternative esistevano, eccome. Se davvero si voleva rendere visibile la presenza del Museo e delle sue collezioni, lo si poteva fare in modi degni. Si poteva pensare a una riproduzione filologicamente corretta, dichiarata esplicitamente come tale. Si poteva ideare un intervento contemporaneo che dialogasse con le stele senza contraffarle. Si poteva lavorare insieme a studiosi competenti, costruendo un progetto serio, accompagnato da adeguate informazioni, capace di unire qualità estetica e responsabilità culturale. Si poteva persino scegliere una strada più intelligente: non imitare la stele, ma evocarla indirettamente, con un’opera autonoma, contemporanea, che non fingesse di essere ciò che non è. Tutto, davvero tutto, sarebbe stato preferibile a questo ibrido goffo, metà insegna e metà monumentino celebrativo, incapace di sostenere tanto il confronto con l’arte quanto quello con l’archeologia.
Naturalmente, in questi casi, arriva sempre la difesa d’ufficio. L’intenzione era buona. Certo che era buona. Le intenzioni sono quasi sempre ottime, soprattutto quando il risultato è pessimo. Sono ottime le intenzioni di chi semplifica ciò che non conosce, di chi travisa in nome della divulgazione, di chi confonde libertà creativa e incompetenza, di chi immagina che l’antico sia una cava gratuita di immagini da riutilizzare a piacimento. Ma le vie dell’Inferno, come è noto, sono costellate di buone intenzioni. E talvolta, a quanto pare, anche di lastre in corten. Non si tratta, sia chiaro, di proibire qualsiasi uso contemporaneo dell’antico. Nessuno lo pretende. Il patrimonio culturale vive anche di riletture, di interpretazioni, di nuove mediazioni. Ma c’è una soglia oltre la quale la rilettura cessa di essere dialogo e diventa sopruso.
Quella soglia viene oltrepassata quando il monumento non è compreso e tradotto, ma sfruttato; quando non è studiato, ma usato; quando non viene interrogato nella sua complessità, ma piegato a una funzione ornamentale; quando la libertà inventiva diventa un alibi per l’imprecisione. Ecco il punto: qui non siamo davanti a un atto creativo alto, ma a un atto disinformato che si veste da creatività. Le stele daunie non hanno alcun bisogno di essere “modernizzate” per parlare al presente. Parlano già da sole, e con una forza notevolissima, a condizione che le si guardi per ciò che sono. Hanno bisogno di studio, non di maquillage. Di cura, non di spettacolarizzazione. Di rispetto, non di caricatura. Una città come Manfredonia, che custodisce una testimonianza unica della civiltà daunia, dovrebbe saperlo meglio di chiunque altro. Perché il patrimonio non si onora travestendolo. Lo si onora conoscendolo.
Per troppo tempo, attorno alle stele, si è lasciato prosperare un sottobosco di fantasie, improvvisazioni, semplificazioni, usi simbolici di dubbio gusto. Si è spesso pensato che non valesse la pena intervenire, che fosse meglio lasciare correre, che certe ingenuità non meritassero risposta. Talvolta è vero. Ma arriva sempre un momento in cui tacere non è più una forma di superiorità, bensì una rinuncia al dovere di chiarezza. Quel momento, qui, è arrivato.
E allora conviene dirlo senza cautele cerimoniali: questa falsa stele non è un omaggio. È un errore. Un errore di gusto, un errore di metodo, un errore storico, un errore culturale. Ed è un errore tanto più grave perché compiuto sotto l’insegna del bene, della memoria e della valorizzazione.
Sarebbe stato infinitamente meglio non fare nulla, piuttosto che fare male. Perché il peggio che possa capitare a un reperto archeologico non è solo l’abbandono materiale. È anche la celebrazione ignorante, la deformazione compiaciuta, la riduzione a maschera. E le stele daunie, francamente, non meritano di finire in maschera.
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