Andrea Pazienza, giovane favoloso e bravi ragazzi suoi amici. Sturiellet di provincia prima del ‘77 bolognese

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Andrea Pazienza non l'ho mai incontrato, ma lo conosco bene perché me ne hanno parlato tanto quei bravi ragazzi dei suoi amici di San Severo. Gli amici della prima leva, quella del cuore: Enrico Fraccacreta, Enzo Verrengia, Gino Nardella. Da sempre me lo immagino, il giovane favoloso, che a quindici anni sciama e incede per la propria città con loro: quattro re fieri della propria giovinezza e forza creativa. Andrea sempre in testa al gruppo, il primo ad esporsi. Ai più piccoli regalava quaderni con i suoi disegni di storie a puntate e agli altri scherzi, beffe e zuffe: piccole e grandi, atroci e divertenti, pericolose e innocue. Ogni giorno una nuova avventura come pane quotidiano per smaltire adrenalina, fare del borgo selvaggio un set e nel Tavoliere inventarsi la violenta Chicago o raffinate e lugubri atmosfere gotiche di fantasmi e illustri antenati. Poi d’estate col Dingo le strade del Gargano diventavano quelle selvagge di James Dean e a caccia insieme al padre e al fratello per Andrea era come andare alla conquista del lontano West. Sturiellet, vita spericolata d’una provincia che al tempo del boom economico s’apriva a sogni, costumi e consumi cosmopoliti, un modo come un altro di mandare l’immaginazione al potere. Prove tecniche di ribellione alla plumbea dittatura della quotidianità.

Una generazione stava prendendo il largo da quella dura legge dei padri impastata da sempre di necessità, tradizione, decoro, carriera. Ognuno a modo proprio – Andrea in uno tutto suo, inimitabile – cercava una discontinuità rispetto al passato. Il nuovo era una febbre che si poteva placare anche solo con un salto in libreria o nel negozio dei dischi o in quello dei jeans oppure, con un gesto di sfida, traversando la strada e passando dall’altra parte del viale della villa, sul marciapiede dove – nel paese degli agrari – passeggiavano i contadini. Anche le loro parole erano nuove e surreali e Andrea e quei bravi ragazzi di Enrico, Enzo e Gino le ascoltavano rapiti suggellando con il proprio rispetto un’alleanza umana e creativa. 

Poi sarebbe venuto l’impegno militante e mentre gli altri si incattivivano rinserrandosi nella corazza dell’ideologia, Andrea affilava la dissacrante e provocatoria ironia di quel suo particolarissimo linguaggio che mantiene sempre – tanto nel disegno quanto nella parola – la freschezza della propria ispirazione ed è contemporaneamente anche emotivo, violento e sentimentale, perché nasce da un bisogno comunicativo profondo ed è legato in modo viscerale a ciò che dice e racconta.

Andrea e Pier Vittorio Tondelli – quest’ultimo su un piano più strettamente letterario – hanno avviato e poi condotto – con altri – la ripresa narrativa degli anni Ottanta forzando i confini della parola alta fino a includere in essi – rinforzata dalle proprie radici provinciali e sublimata a un livello altissimo – quella cultura del rock con tutto il suo armamentario di gerghi, dialetti, trasgressioni e contaminazioni. Le loro conquiste segnano un punto trasversale di non ritorno della nostra arte contemporanea. Andrea come Basquiat, Haring, Banksy: è questa l’attualissima dimensione alla quale bisogna riferire la sua opera.

A quindici anni, Andrea era felice come un figlio della buona borghesia di quel tempo che alla sicurezza degli affetti familiari e di quei bravi ragazzi dei suoi amici, alla solidità della propria posizione sociale somma e non contrappone le nuove libertà del mondo dopo il Sessantotto, il retaggio paterno dell’arte, la consapevolezza della propria forza creativa e il fascino della propria persona: continuamente verificati, questi ultimi, tra il conflittuale plauso generale, nella piccola patria di San Severo, dove peraltro una certa creatività – dai caratteri precisi e ricorrenti – fiorisce con generosità. Senza andare lontano, basti guardare il percorso artistico di quella prima leva degli amici del cuore di Andrea: Enrico, Enzo e Gino.

A quindici anni le inquietudini per il futuro sono ebbrezza e nient’altro. Dopo, solo dopo e lontano da casa, senza la rete di protezione domestica e di quei bravi ragazzi dei suoi amici, il genio sarebbe diventato insopportabile e – credendo con l’ingenua sfrontatezza del ragazzo un tempo padrone del mondo di poter imporre la propria legge anche alla seduzione mortale di certa robaccia – avrebbe infiammato l’opera ma precipitato l’uomo nel doloroso baratro che sappiamo, strappandolo alla vita senza lasciare a chi gli voleva bene tempo e modo di capire.

La genialità racchiude un mistero, come quei fenomeni che i fisici chiamano singolarità. Una cosa, però, è certa: l’opera di Paz e la sua complessiva vicenda travalicano le anguste coordinate generazionali o del fumetto – entro le quali sono state sempre lette – e toccano invece gli archetipi dell’animo umano con la forza d’urto dell’arte senza confini.

A trentacinque anni dalla sua morte è tempo di andare oltre il giudizio lusinghiero ma anch’esso a suo modo restrittivo di Pier Vittorio Tondelli: «Andrea Pazienza è riuscito a rappresentare, in vita, e ora anche in morte, il destino, le astrazioni, la follia, la genialità, la miseria, la disperazione di una generazione che solo sbrigativamente, solo sommariamente, chiameremo quella del ’77 bolognese. Di quel movimento, Andrea… è stato il cantore, il poeta, l’artista forse più grande…». Quando ha incontrato il movimento, la creatività di Andrea era già da tempo un fiume in piena.

Troppo in fretta poi l’utopia di una generazione che voleva cambiare il mondo è naufragata, il sogno è diventato orrore e Paz ha cominciato a morire, come tanti di noi: chi in un modo, chi nell’altro. Quei bravi ragazzi dei suoi amici e chi scrive ha poi avuto la possibilità di rinascere ma nella propria nuova vita nessuno di noi - né Enrico né Enzo né Gino né il sottoscritto - ha mai dimenticato la grandezza umana e artistica di Paz e il dovere di consegnarla ai giovani di oggi e di domani.

Ogni terra ha i suoi santi. Ogni generazione ha i suoi eroi. Ognuno piange i suoi morti. Noi abbiamo e piangiamo Andrea Pazienza. Oggi, 16 giugno, come trentacinque anni fa.
(Michele Trecca - l’Attacco)

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