Maria è musulmana e Giuseppe pentacostale nel Borgo di Betlemme: il presepe che unisce e valorizza le differenze

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La narrazione dominante, quella che rimbalza sui social e sui giornali, è monca. Racconta solo una parte, la più fragile, la più problematica, la più spettacolare. Ma non racconta la vita quotidiana della borgata, la sua storia, le sue relazioni, le sue lotte, la sua capacità di resistere e reinventarsi. Borgo Mezzanone è un luogo che molti immaginano solo attraverso le cronache dell’ex pista, il cosiddetto “ghetto”, ma che in realtà custodisce un’altra storia: quella di una comunità che resiste, che si organizza, che educa, che cresce. E che ogni anno, da cinque anni, mette in scena un presepe vivente che è molto più di una rappresentazione natalizia. È una storia di dignità riconquistata, di autonomia, di comunità che si fa carico dei più fragili. Nella serata di giovedì 18 dicembre scorso, tra le stradine della borgata, il presepe ha preso vita ancora una volta. Bambini di ogni provenienza – italiani, marocchini, indiani, albanesi, nigeriani – hanno interpretato Maria, Giuseppe, i pastori, gli artigiani, i venditori di spezie, i tessitori. Le loro famiglie, molte delle quali arrivate qui in Italia dopo percorsi migratori complessi, si sono mescolate ai residenti storici. Tutti insieme, senza barriere. È un’immagine potente, soprattutto in un territorio che spesso viene raccontato solo attraverso le sue fragilità. Ma qui la fragilità ha lasciato spazio alla bellezza. Dina Diurno, insegnante di religione, operatrice legale e mediatrice interculturale, è una delle anime del progetto “Il Borgo di Betlemme”. La si incontra mentre accompagna un gruppo di bambini verso la loro “bottega”. Sorride, parla con tutti, conosce ogni famiglia per nome. E riesce anche a parlare lingue che prima non conosceva. “C’è gente che continua a dire che le religioni non possono andare d’accordo. Invece, secondo me, se si mette al centro quello che può unire, si può andare d’accordo”, dice a l’Attacco mentre osserva una bambina musulmana che si sistema gli abiti d’epoca prima di interpretare il suo personaggio. L’approccio che mostra è semplice e, allo stesso tempo, rivoluzionario: partire da ciò che unisce, non da ciò che divide. “È importante mettere in luce quello che abbiamo in comune, non quello che divide”, aggiunge. Nelle sue lezioni, la Bibbia convive con il Corano, con i testi induisti, con le storie delle tradizioni familiari dei bambini. E i bambini come reagiscono? “Succede che sia io stessa ad insegnare loro i dogmi delle religioni dei propri genitori. Li invito a chiedere loro altre informazioni e, poi, tornano a scuola e confermano quello che gli ho detto”. La scuola primaria di Borgo Mezzanone, infatti, è un microcosmo dove l’integrazione non è un progetto, ma una pratica quotidiana. I bambini imparano insieme, giocano insieme, mangiano insieme. È un’integrazione che non ha bisogno di proclami. È fatta di gesti semplici: condividere un pasto, aiutare un compagno che non parla ancora bene l’italiano, spiegare ai genitori le regole della mensa o della scuola. “L’inclusione è conoscerci piano piano. E qui sta avvenendo piano piano”, dice ancora Dina. E aggiunge un dettaglio che racconta molto. “Qualcuno riesce a comprare casa, come è stato recentemente per una famiglia marocchina. Sta avvenendo un’inclusione naturale, senza che ce ne accorgiamo”.

Tra le tante storie che segue, infatti, ce n’è una che sembra uscita da un romanzo. Indica una famiglia che partecipa al presepe: padre, madre, tre bambini. “Stavano nel ghetto. Sono due anni che li monitoriamo, e hanno iscritto i loro bambini nella nostra scuola”. Non lo dice ma è lei stessa ad accompagnarli tutti i giorni. Per mesi, quella donna e i suoi bambini, hanno percorso a piedi la strada che separa l’ex pista dalla borgata. Poi, finalmente, una svolta: “Abbiamo trovato un casolare qui vicino. L’hanno messo a posto autonomamente”. La comunità ha fatto il resto, aiutando ad arredare tutto: dalla cucina alla camera da letto.  

Ai bambini servirebbe un pullmino comunale per andare a scuola. “È un po’ costoso perché è fuori sede – risponde Dina a l’Attacco - ma è giusto che le istituzioni si prendano questa responsabilità”.

Girando tra le botteghe, la scena è sorprendente: bambini di religioni diverse interpretano personaggi della tradizione cristiana. Non c’è alcuna tensione. Nessuna resistenza. Nessun tipo di attrito o conflitto. Nemmeno da parte degli adulti: i loro genitori. “Sono tutte famiglie molto giovani, i cui genitori, a loro volta, sono stati immigrati che qui hanno avuto difficoltà, si sono integrati, hanno preso cittadinanza”. 

Così può succedere che la Madonna del presepe sia musulmana e Giuseppe pentacostale. Il presepe vivente diventa così un laboratorio di convivenza, un luogo dove le differenze non vengono cancellate, ma riconosciute e valorizzate.

Dina lo ripete più volte: “Il pregiudizio nasce perché non conosciamo. È quello che non conosciamo che ci fa paura”. E aggiunge che “quando poi conosciamo, diciamo: ah, ma questo era”. Il presepe vivente è un antidoto al pregiudizio. È un modo per mostrare che la convivenza è possibile, che le differenze non sono un ostacolo, ma una ricchezza. “Questa è una zona di frontiera che va vista con occhi diversi. Se vedi le differenze come un problema, non ne esci più. Se invece le vedi come risorsa, come opportunità per crescere, è un viaggio virtuale attraverso le persone che incontri”.

Quest’anno la partecipazione al presepe vivente è stata ampia, nell’ordine di una trentina di figuranti, nonostante una parte dei bambini patisca qualche malanno stagionale e qualcun altro sia partito con i genitori verso le nazioni da cui provengono.

Dina insiste su un concetto: “Il lavoro importante è essere mediatori perché, vuoi o non vuoi, c’è comunque uno scontro-incontro”. La mediazione non è un compito astratto. È un lavoro quotidiano: spiegare alle famiglie come funziona la scuola,  aiutare  chi  non parla italiano, accompagnare chi vive situazioni di fragilità, gestire i momenti di tensione.

A Borgo Mezzanone, il presepe vivente non è nostalgia. È un’anticipazione del futuro. Un futuro in cui bambini di religioni diverse crescono insieme, imparano insieme, si rispettano. “I bambini non notano nessuna problematica nell’integrazione. Per loro è normale avere il compagno di banco che ha la pelle di un colore o un altro. Il diritto di immaginare un futuro migliore è la cosa che si deve regalare ai bambini”, dice a l’Attacco Michele Cifaldi, che è il presidente della Pro Loco.

Il presepe vivente è esattamente questo: un esercizio di immaginazione collettiva. Un modo per dire che un’altra convivenza è possibile. Che un’altra narrazione è possibile. Che un altro futuro è possibile, in un territorio spesso raccontato solo attraverso le sue ombre.

“Se mettiamo le persone al centro, vediamo tutto con occhi diversi”, conclude Dina. È questo il messaggio più potente del “Borgo di Betlemme”: guardare con occhi diversi.

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testatina dillo al direttore WEB

 



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