Identità, tradizione e appartenenza nelle carte da gioco manfredoniane: prima tiratura esaurita in poche ore

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A Manfredonia, in questi giorni di dicembre, c’è un oggetto che ha conquistato la città e i suoi “figli” sparsi fuori dalla stessa, diventando un vero e proprio simbolo di appartenenza e orgoglio cittadino: le carte da gioco manfredoniane. Ideate da Imprinting Shop, il punto fisico nato dall’esperienza di marketing di Giovanni Trotta e del socio Giuseppe Milonia, hanno riscosso un successo che ha superato ogni previsione. La prima tiratura è andata esaurita in poche ore, e ora (19 dicembre scorso, ndr) si sta lavorando senza sosta per soddisfare centinaia di richieste, provenienti non solo dalla città ma anche dall’estero. “Abbiamo fatto una riunione su cosa proporre nel periodo di Natale. Cosa si fa nel periodo di Natale Si gioca a carte”, racconta a l’Attacco il 25enne Giovanni Trotta. 

I semi scelti sono un condensato di identità sipontina: la farrata, dolce tipico del Carnevale; il faro, simbolo di orientamento e di mare; il delfino Filippo, che per anni ha nuotato nelle acque di Manfredonia diventando quasi un cittadino onorario; e le stele daunie, testimonianza archeologica e culturale unica. “La cucina è rappresentata dalla farrata, la storia con le stele daunie, il rapporto della città  col mare è  rappresentato con il delfino e il faro. Poi c’è la fede con la Madonna di Siponto, Re Manfredi da cui prende il nome la nostra città e Zé Peppe per il Carnevale”, spiega più dettagliatamente Trotta.

La prima stampa prevedeva un centinaio di mazzi, ma “il primo giorno sono finite. Adesso siamo arrivati a 600-700 richieste, alcune anche dalla Svizzera per sette-otto mazzi da spedire. Siamo ripartiti con ulteriori 300 che contiamo di finire comunque prima di Natale”, dice il giovane imprenditore.

Il fenomeno delle carte manfredoniane non è solo commerciale. È soprattutto sociale e identitario. “È molto bello perché poi la gente se la sente come una cosa propria”, sottolinea Trotta. Le carte da gioco diventano anche un ponte tra chi resta e chi parte. “Manfredoniani che vivono all’estero, studenti fuori sede, famiglie che tornano per Natale: tutti vogliono un mazzo”. Tant’è che ha mandato un messaggio avvisando che sarebbe slittata la data per la consegna, e tutte le risposte sono state: “Va bene, l’importante è che ne abbiamo uno”. 

Parole nelle quali non è difficile - o forzato - cogliere il desiderio di sentirsi parte di una comunità, di portare con sé un frammento di identità, di tradizione e di memoria. Non è un caso che il retro delle carte raffiguri le piastrelle colorate del lungomare di Manfredonia: un’immagine che evoca passeggiate, incontri e radici.

Trotta non nasconde la soddisfazione per un progetto che unisce creatività e radicamento. “Crediamo molto nel territorio. Ho aperto l’azienda a 23 anni, e ora ci lavorano altri giovani come me. Ragazze che hanno 22, 24, 26 anni – che sono Francesca Rinaldi, Serena Renzullo, Francesca Prencipe, Gianna Totaro e, da poco tempo, Alessia Grilli -. Siamo tutti giovani”.

La sua storia personale è quella di un ragazzo che, partito da studi di Informatica all’Università di Bari e da un’esperienza in un’agenzia immobiliare, ha scelto di investire nella comunicazione e nel marketing, partendo dall’agenzia ComunicaRE fino ad aprire un punto fisico che oggi è laboratorio di idee e di comunità. 

“Il turista o il concittadino che va fuori Manfredonia non si porta nulla di tangibile con sé. Per questo abbiamo proposto prima una linea di abbigliamento, cappellini, portachiavi, tazze, borracce. E adesso queste carte manfredoniane”. Che sono più di un gioco. Racchiudono la voglia di riconoscersi e di ritrovarsi. Il loro successo dimostra che la comunità ha bisogno di simboli, di oggetti che raccontino chi siamo. E che, anche in un’epoca di comunicazione digitale, un mazzo di carte può diventare veicolo di identità e di appartenenza.

Le carte manfredoniane sono un fenomeno che va oltre il commercio. Sono un gesto di comunità, un modo per dire “noi siamo Manfredonia”. In un periodo di feste, quando le famiglie si riuniscono e gli studenti tornano a casa, queste carte diventano un simbolo di radici e di legami. “L’importante è che ne abbiamo uno”, hanno detto in tanti. E in quella frase c’è tutto: il bisogno di sentirsi parte, di avere tra le mani un segno tangibile di identità, di portare con sé un pezzo di città.
(Pubblicato nell’edizione de l’Attacco di venerdì 19 dicembre scorso)

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testatina dillo al direttore WEB

 



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