Gli ultimi 20 anni de l’Attacco: “Ha saputo fare informazione e intervenire nelle dinamiche politiche locali”

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Uno studio sui primi quasi 20 anni di vita di questa testata. E’ quello che è stato realizzato dal ricercatore manfredoniano Vito Saracino, classe 1990, esperto di storia sociale dei media. Laureatosi nel 2013 in Storia e Scienze sociali presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università degli Studi di Bari “Aldo Moro”, due anni dopo conseguì la laurea magistrale in Scienze storiche e della Documentazione storica, presso lo stesso Ateneo. Nel 2020 il dottorato di ricerca in Cultura, Educazione e Comunicazione, infine un master in English@Work in lingua inglese avanzato. Dal 2015 è ricercatore presso la Fondazione Gramsci di Puglia. Negli ultimi anni, oltre ad esser stato coordinatore scientifico e organizzativo di progetti di ricerca internazionali, è stato docente a contratto presso l’Università di Foggia in Politiche di valorizzazione dei Beni culturali, in Storia contemporanea, in Storia sociale dei media e Storia contemporanea, in Digital Politics nell’ambito del corso di laurea interateneo in Innovazione Digitale e Comunicazione che coinvolge l’Università di Foggia e l’IUL, Università Telematica degli Studi. Lo scorso 21 novembre a Bari, presso la libreria Feltrinelli, è stato presentato il suo ultimo libro, intitolato “Abbiamo bisogno di scuole e maestri! Connessioni fra sistemi educativi e culturali fra Italia e Albania”, vincitore della quarta edizione del Premio Vito Moretti 2024 e prossimamente, come l’opera precedente dell’autore sipontino, ripubblicato in inglese da Palgrave & Macmillan per il mercato internazionale. L’Attacco lo ha intervistato. 

Quanto è complicato essere un giovane ricercatore in Italia?
Se essere giovani in Italia è già una strada in salita, essere un giovane ricercatore in Italia è un'impresa titanica, un percorso irto di ostacoli strutturali che spesso scoraggia anche i più determinati. In primis nel nostro Belpaese non si smette mai di essere considerati giovani. Mentre all’estero, visti i miei 10 anni di esperienza di ricerca indipendente, sono già definito senior, in Italia sono ancora definito come un giovane di buone speranze. Ma le speranze per questa generazione non sono assolutamente rosee. A 35 anni l’etichetta etichettato di “giovane” inizia a starmi stretta. Nonostante anni di sacrifici, ci si scontra con un sistema universitario asfissiante: fondi pubblici in picchiata, concorsi opachi e una precarietà che si protrae per lustri, con contratti a termine che evaporano senza preavviso. Solo una piccolissima frazione – circa 1 su 10 tra i post-dottorandi – riesce a ottenere una stabilità accademica, mentre la maggior parte è costretta a insegnare come supplenti o a emigrare. La ricerca purtroppo è ancora percepita più come un hobby nobile che come una professione vera e propria, con stipendi da fame e zero prospettive di crescita. Personalmente, ho dovuto destreggiarmi tra assegni di ricerca brevi, progetti autofinanziati e lavori paralleli, in un contesto dove le università non sono riuscite a far pienamente tesoro delle risorse del PNRR. È un circolo vizioso: la mancanza di risorse uccide la creatività, e senza creatività non si vincono i bandi europei. Eppure, resistere significa reinventarsi, diventare nostro malgrado rabdomanti di risorse, racimolate attraverso fondazioni private o collaborazioni internazionali, ma il prezzo psicologico è altissimo – burnout cronico, isolamento e senso di impotenza di fronte a un'élite accademica che spesso premia la rete clientelare più del merito puro.

Come nacque l'interesse per la storia sociale dei media e per l'Albania?
L'interesse per l'Albania ha origini lontane e ancestrali. La mia famiglia paterna è originaria di Chieuti, quindi mio nonno mi ha sempre raccontato la storia della comunità albanese stanziatasi in Puglia di cui faceva orgogliosamente parte. Quell’antico e dolce ritorno è poi germogliato organicamente durante i miei studi dottorali sull'Albania come spazio mediterraneo, un crocevia di migrazioni, propaganda e scambi culturali che ho analizzato dalla fine dell’Impero Ottomano alla fine della Guerra Fredda. Io credo che senza passione la ricerca non può essere innovativo. Il mio è un amore viscerale per storie "periferiche", ignorate dai grandi narrative eurocentrici, che mi spinge a viaggiare, intervistare testimoni e innescare reti e collegamenti. Adesso, dopo 10 anni di ricerca, viaggi e studi inter-adriatici con il mio ultimo libro “Abbiamo Bisogno di Scuole e di Maestri! Connessioni fra sistemi educativi e culturali fra Italia e Albania” edito da Solfanelli ho scelto di mettere un punto ad un primo ciclo di ricerche per iniziare una nuova fase della mia vita di ricercatore. Dopo aver scritto quattro libri e diversi saggi accademici in italiano e in inglese dedicati a questo tema preferisco cambiare focus per non rischiare di diventare ripetitivo e poco innovativo. Ma quello con l’Albania non è un divorzio anzi… è la trasformazione di un rapporto. Nel 2026 tornerò nella Repubblica delle Aquile per coordinare il restauro di un ecomuseo creato nella baia di Valona in un gigantesco bunker lascito della Guerra Fredda e insieme ad alcune case editrici militanti albanesi stiamo traducendo diverse opere di Antonio Gramsci in lingua albanese. Al termine di questo percorso di ricerca ho sentito la necessità e la possibilità di tornare in Capitanata per una ricerca inedita dedicata alla stampa della nostra provincia, ed è per questo che è nata questa connessione con l’Attacco. 

In cosa consiste lo studio realizzato sui primi 18 anni di vita del quotidiano l'Attacco? Cosa l'ha colpita di questa esperienza editoriale locale? 
L’incontro con l’Attacco non è casuale: come dicevo in precedenza, credo fermamente nell’evoluzione ciclica e cronologica dei percorsi di ricerca. La storia della stampa mi ha sempre affascinato e l’ho sempre studiata con grande interesse, intraprendendo un lungo cammino nel tempo. Ho cominciato dieci anni fa con l’analisi del ruolo della stampa vaticana contro l’avanzata del pensiero liberale e dell’Unità d’Italia, per poi passare alla stampa ottomana e italiana in Albania all'inizio del secolo, proseguendo con la fascistizzazione della stampa in Italia e nelle colonie durante il ventennio e, infine, con lo studio del fenomeno della transmedialità tra stampa e televisione in Europa. Ora è arrivato il momento di concentrarsi sugli ultimi vent’anni di storia e sulle vicende nostrane. Lo studio che sto conducendo sui quasi vent’anni di vita del quotidiano l'Attacco fa parte di un progetto di assegno di ricerca dell'Università di Foggia e della Regione Puglia intitolato “L'informazione locale come costruzione sociale”, un'analisi approfondita su come i media locali siano in grado di forgiare identità collettive in un Mezzogiorno frammentato. Ho scandagliato migliaia di articoli, editoriali e annunci, tracciando l'evoluzione di una testata giornalistica che ha saputo fare informazione e intervenire nelle dinamiche politiche locali, affrontando temi quali scandali, immigrazione e crisi economiche. Ciò che mi ha colpito di più è la resilienza quotidiana di un giornalismo minore: nato in un'era pre-digitale, l'Attacco è riuscito a sopravvivere alla concorrenza online grazie a un mix sapiente di competenze, indagini, approfondimenti e narrazioni comunitarie, diventando lo specchio e l'amplificatore delle paure e delle speranze di un territorio. Emergono dinamiche affascinanti, come il ruolo nel dibattito sul caporalato e sull'accoglienza dei migranti o la transizione editoriale durante la crisi del 2008, che anticipa i modelli nazionali. Si tratta di un caso di studio perfetto per comprendere come i media locali non siano “provinciali”, ma veri e propri laboratori di costruzione sociale, un'eredità che riecheggia nei miei lavori precedenti sulla propaganda e sulla memoria. Come tutti i lavori liberi, c'è stata serendipità: si era partiti con l'obiettivo di concentrarsi sui primi 18 anni, ma poi si è deciso di arrivare fino ai 20 anni di questa comunità informativa. Abbiamo scelto di condividere questa ricerca con i lettori del quotidiano, pubblicando editoriali settimanali che riprenderanno la storia de l’Attacco dal 2007 al 2027, rilanciando notizie del passato che sono ancora attuali e offrono spunti utili per il futuro. Al termine della presentazione di questi vent’anni in pillole, ci sarà anche l’opportunità di leggere, approfondire e inserire nella propria biblioteca un libro che raccoglierà i quattro lustri di questa storia di informazione “all’attacco”. Una testimonianza utile ai posteri come traccia resiliente della carta stampata in un’era che si appresta alla digitalizzazione vasta.

Qual è il messaggio lanciato dal suo ultimo libro? 
Diceva Antonio Gramsci: “La scuola insegna ma non ha scolari”. Per questo il messaggio centrale presente in questo mio studio sul mondo della scuola, della cultura e dell’istruzione è un messaggio d'allarme e di speranza: in un’Europa sempre più interconnessa da migrazioni e scambi, serve un investimento massiccio in educazione interculturale per costruire società inclusive, superando steccati nazionalisti. Tracciando la storia delle scuole albanesi in Italia dall'Impero Ottomano al post-1991 – da classi per emigrati a istituti bilingui – il libro denuncia il vuoto formativo odierno e ricorda la figura di “maestri resistenti” capaci di insegnare nonostante le forzature e gli obblighi delle dittature fasciste e comuniste. Il mio “arrivederci agli archivi e alle storie albanesi” è un manifesto contro l'analfabetismo funzionale e contro le idee inculcate con la forza, invocando scuole come officine di cittadinanza attiva. Non è nostalgia, ma visione: educare per integrare, legando l’Italia alle realtà d’oltre Adriatico in un'utopia concreta.

L'avanzata dell'uso dell'intelligenza artificiale e delle tecnologie digitali fa da contraltare al crollo della lettura. Teme il brain-rot? Come pensa possa essere contrastato?
L'avanzata dell'IA e delle tecnologie digitali contro il crollo della lettura è una sfida epocale, ma non temo il tanto paventato brain-rot – quel degrado cognitivo da scroll infinito – se affrontata con pedagogia radicale. Nella storia c’è sempre stata una fascinazione che si trasforma in paura nei confronti del futuro e dei suoi strumenti. Ricordo ancora le versioni di greco ai tempi del liceo dove gli autori apparivano terrorizzati dall’avanzata degli automi, soldati “robotici” ante litteram o le proteste contro le macchine ai tempi del luddismo durante la prima rivoluzione industriale. Sì, i dati ISTAT parlano chiaro: i lettori calano sotto il 50%, schiacciati da algoritmi che premiano like su profondità. L'IA amplifica questo, generando contenuti superficiali che atrofizzano il pensiero critico. Ma la contrasto con tre pilastri: scuole come baluardi analogici, prioritarie su schermi, insegnando a discernere fonti originali da deepfake; maestri “umanisti”, figure ibride che integrino AI per analisi testuale ma privilegino archivi fisici e dibattiti; ricerca “in viaggio”, come i miei sopralluoghi albanesi, per riscoprire il tatto del documento e dei luoghi contro il click. L'IA non è un nemico: usiamola ad esempio per decodificare propaganda ma senza abdicare alla lentezza della lettura. Il brain-rot si sconfigge formando coscienze esattamente come i maestri a cui ho dedicato il fulcro dell’analisi del mio ultimo libro.

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