San Severo, tra fine 2025 e inizio 2026, si è raccontata attraverso due immagini solo apparentemente lontane. Da una parte il Teatro Verdi gremito per la cittadinanza onoraria a Lino Banfi, simbolo amatissimo della comicità popolare italiana, capace di unire generazioni e territori nel segno di un’appartenenza emotiva forte, immediata, condivisa. Dall’altra, quasi in controluce, il successo internazionale della Filarmonica Gioachino Rossini a Mosca, diretta dal maestro Luca Maria Testa, sanseverese di nascita, musicista colto, direttore artistico apprezzato nei circuiti internazionali, che da anni coltiva il desiderio – mai sopito – di riportare la lirica e la cultura alta al centro della vita culturale della sua città d’origine. Due mondi che qualcuno continua a contrapporre, ma che in realtà dovrebbero dialogare. Perché la cultura non è una scala gerarchica, bensì un ecosistema. E perché San Severo, oggi più che mai, avrebbe bisogno di una visione capace di tenere insieme Oronzo Canà e Rossini, Banfi e Mascagni, la risata popolare e il silenzio concentrato di una platea che ascolta un Adagietto di Mahler. Il conferimento della cittadinanza onoraria a Lino Banfi – non senza tensioni procedurali e qualche imbarazzo politico in Consiglio comunale – ha mostrato una città capace di riconoscere il valore della cultura popolare come strumento identitario, promozionale, persino economico. Un’operazione che ha funzionato anche grazie al senso di responsabilità trasversale delle forze politiche, pur tra distinguo e critiche sul metodo. Ma se San Severo sa celebrare la cultura bassa nel senso più nobile del termine, quella che parla a tutti, la domanda che serpeggia – sottovoce, ma non troppo – nei corridoi di Palazzo Celestini è un’altra: riuscirà la città a fare altrettanto con la cultura alta? Luca Maria Testa, rientrato da Mosca dopo l’ovazione del pubblico della Sala Grande del Conservatorio Tchaikovsky, non usa toni polemici. Ma le sue parole, raccolte ieri, hanno il peso di un appello civile prima ancora che artistico.
“Io ho sempre avuto una disponibilità totale verso il mio territorio d’origine. Non ho mai chiesto nulla, né incarichi né ruoli. Ho solo provato, negli anni, a suggerire idee, percorsi, possibilità per far tornare il Teatro Verdi un luogo di produzione culturale vera, di qualità, capace di incidere anche sul piano economico e sociale. Il teatro può essere un volano straordinario, ma serve una progettualità chiara, continua, non episodica”. Testa parla da nemo profeta in patria, consapevole che il suo profilo internazionale non sempre trova ascolto a casa propria. “Quando l’attuale amministrazione mi ha contattato, ho dato subito la mia disponibilità, come ho fatto con quelle precedenti. Ho suggerito soluzioni concrete, dalla lirica alla musica sinfonica, pensando a stagioni sostenibili ma ambiziose. Se poi queste idee vengono raccolte o meno, non dipende da me. Io non sono politicizzato, il mio è un contributo disinteressato”.
Sul fronte istituzionale, l’assessora alla Cultura Anna Paola Giuliani conferma che qualcosa si muove, pur con la cautela di chi sa che il percorso è complesso. “C’è una volontà precisa dell’amministrazione, del Sindaco e mia, ma anche della dirigente, di lavorare per riportare la lirica al Teatro Verdi. Non abbiamo ancora formalizzato nulla, è vero, ma stiamo ragionando sulla stagione 2026. L’obiettivo è costruire un lavoro sinergico, serio, che restituisca al teatro il ruolo che merita”. Eppure, secondo indiscrezioni sempre più insistenti che circolano all’interno di Palazzo Celestini, proprio su questo asse – assessorato e dirigenza – si registrerebbero frizioni sotterranee, divergenze di metodo e di priorità che starebbero rallentando un’operazione considerata strategica.
Nulla di esplosivo, nulla di insanabile, ma abbastanza per alimentare quella sensazione di stallo che spesso a San Severo accompagna i progetti culturali più ambiziosi. Ed è qui che la politica è chiamata a fare un salto di qualità. Non si tratta di scegliere tra Banfi e Rossini, tra cultura popolare e cultura alta. Si tratta di capire che l’una ha bisogno dell’altra. Che una città cresce davvero quando sa contaminare linguaggi, pubblici, esperienze. Quando la risata che riempie il teatro per Oronzo Canà non esclude, ma prepara, la stessa platea ad ascoltare un’aria d’opera o una sinfonia. San Severo ha energie, talenti, storie. Ha un teatro tra i più noti di Capitanata, ha un pubblico potenziale, ha figli illustri pronti a restituire valore al territorio. Ora serve il coraggio politico di trasformare gli omaggi episodici in una strategia culturale. Non per alzare l’asticella contro qualcuno, ma per alzarla insieme.
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