La strada è lunga e curva. Si sale. E si sale ancora, costeggiando colline infilzate di pale eoliche
che fanno da contrasto a quelle aziende agricole con mezzi vetusti e con case diroccate che fanno da rifugio ai contadini-imprenditori che qui, hanno fatto dell’agricoltura e dell’allevamento, la loro attività di reddito.
Siamo a Faeto, che con Monteleone di Puglia si contende amichevolmente il titolo di posto più alto della Puglia. Prima era Faeto. Di sicuro. Poi alla misurazione successiva, Monteleone di Puglia ha preso il sopravvento. Non si sa perché. Carta canta, scherza qualcuno, ma si lascia correre. Nessuno si prende la briga di mettere una pietra sopra per sempre alla questione. E così la disputa va avanti da anni e alimenta chiacchiere e battute. La battuta scappa piacevole, perché l’atmosfera è di paese. Qui si conoscono tutti e sono tutti un po’ parenti. Al punto che anche il medico di famiglia, l’unico in paese, che da oltre quarant’anni visita e cura i faetani, dice che qui c’è quella che si chiama segregazione cromosomica.
“L’età media della popolazione qui è molto alta, il che porta problematiche a prescindere dallo stato di salute. Però posso dire con certezza, perché abbiamo fatto studi con ematologi, cardiologi ed endocrinologi, che qui c’è stata una segregazione cromosomica”. Secondo il dottor Antonio Caputo, insomma, la popolazione originaria, che si è impiantata qui, per secoli non ha avuto contatti esterni.
Così i cromosomi originali dei provenzali si sono mischiati poco con altri e si sono invece mischiati solo tra loro. “Quelle malattie dei reali, che si passano fra consanguinei e di cui si sente spesso parlare, esistono e vengono amplificate da questa segregazione cromosomica. Per fortuna dall’ultimo secolo si sono allungate nel manifestarsi, però posso dire senza timore di essere smentito che qui il novanta per cento della popolazione è malato di tiroide. Questo è uno dei problemi endemici. O per esempio c’è un farmaco che fa male a tutta la popolazione, perché sono tutti predisposti a non tollerarlo. Ragazzi e ragazzine hanno già l’esenzione per la tiroide. Tratti genotipici comuni no. Non ci sono. Ma nel Settecento di sicuro avremmo trovato tratti somatici che accomunavano la popolazione”. Insomma, oltre a parlare la lingua franco provenzale come un dialetto, i faetani sono tutti discendenti dello stesso ceppo. Ma almeno, secondo il Ministero, non soffrono di deprivazione sociale. Non sono svantaggiati, insomma, e quindi non possono essere inseriti nella lista dei comuni che avrebbero beneficiato di fondi.
Un peccato, dice il primo cittadino, Michele Pavia, che di quei soldi – 150 mila euro in tre anni – avremmo saputo cosa fare. Subito, la prima cosa che gli viene in mente, sarebbe stata quella di creare incentivi per i giovani che vogliono aprire un’attività qui. Il riferimento è alla notizia che ha destato clamore della chiusura – poche settimane fa- degli unici due forni a Faeto.
“Hanno chiuso per problemi personali – si affretta a spiegare il Sindaco – mica perché il pane non si vende. Anzi, ora ce lo facciamo portare da un comune vicino e lo compriamo al supermercato, ma avere il forno era tutta un’altra cosa”.
Il forno, come il medico e il parroco sono l’anima di una comunità. E qui, che ci sono due sole vie principali, una piccola piazza e la Chiesa, è il parroco, faetano, doc, che cerca di rianimare lo spirito dei fedeli e di organizzare quante più attività che possano tenere unita la comunità. Un viaggio a Matera a vedere i sassi e il presepe, la lotteria di Natale e dell’Epifania che hanno messo su i due ragazzi del bar Centro Storico, Miriana Girardi e Antonio Morena, o lo spettacolare albero di Natale che don Antonio Valentino ha realizzato in Chiesa.
Si è fatto mandare sul suo numero di telefono le foto delle famiglie di Faeto e con l’aiuto di un fotografo le ha fatte stampare e mettere dentro delle palline trasparenti. Ora sono appese a questo spettacolare albero fatto di rami veri, montati su una struttura in ferro, che, insieme al presepe, ha coinvolto molte persone nell’allestimento e all’Epifania saranno donate alle famiglie come ricordo dello spirito di questo Natale. Quello spirito secondo il quale nessuno si salva da solo e l’unione fa la forza. Tipico di una cooperativa di comunità, che qui c’è in maniera naturale e spontanea, ma non trova il modo di essere regimentata e messa a sistema per gestire davvero le numerose proprietà comunali che ad oggi restano senza vita perché nessuno le gestisce.
Si discute e molto, e ci si accende per la politica, che tiene accelerato il battito per le strade e nelle case. E soprattutto a tavola. Che divide, ma che non riesce a diventare collante di passione che sfocia in risultato. Non si spiegherebbe altrimenti l’idea di un bosco ricco di faggete e di percorsi naturalistici, di orto botanico e sentieri, di parco avventura e rifugio, per lo più deserto e in stato d’abbandono.
L’ultimo ristorante rifugio che risale agli anni ’80 oggi versa in stato di abbandono, perché chi lo gestiva è stato – a malincuore- sfrattato perché moroso. Oggi quella struttura sta lì. In attesa di prendere nuova vita. Ma nulla si muove.
Come fermo è il villaggio di San Leonardo. Altra promessa disattesa di un boom economico e turistico che qui non si è mai impiantato. Un soffio. Tanto è durata l’idea. Peccato che ci hanno creduto altri. Quei privati che negli anni ’80 le case realizzate con i fondi piovuti dalla capitale le hanno comprate davvero. Oltre cinquecento case di venti ettari di superfice che oggi fanno un villaggio spettrale. Abbandonato. Senza servizi né volti. Barlettani, andriesi, baresi e ancora da più giù, sono venuti e hanno creduti che qui potevano venire a trascorrere vacanze e fine settimana. A godere dell’aria buona, degli impianti sportivi – anche quelli rimasti senza vita e incompiuti – e a godere del cibi.
Quello lo fanno ancora. Riempiono la domenica, che sia estate o inverno i tavoli del ristorante Moreno. Lui, Ciro Moreno, alleva e trasforma maiale nero. Una produzione piccola e di nicchia che serve ristoratori sparsi per l’Italia e a cui ha affiancato un ristorante. “Se vogliono il mio prodotto devono venire qui, degustare le nostre eccellenze e poi entrare in questo spaccio, dove possono comprare e portare a casa o nelle loro attività”.
Una produzione e una concezione diversa quella dell’altra azienda che affianca il suo nome a quello del brand Faeto. Si supportano e sostengono a vicenda e fanno l’uno dell’altro, stampella e ancora d’appoggio. De Luca, alla terza generazione, con Antonio De Luca, oggi è una delle realtà più grandi e importanti. Prosciuttificio, uno dei tre del sud Italia, che fa numeri da capogiro. E che lega il suo fatturato alla storia di Faeto. Perché a rendere così speciali i prodotti qui, oltre alla tecnica è soprattutto l’aria.
“Se spostassi tutta la produzione altrove - confida Antonio - non avrei mai lo stesso tipo di risultato. Dobbiamo molto a questo luogo ed è per questo che non manchiamo mai di celebrarlo”. Qui l’innovazione sposa la tradizione e non scorda le radici. Strizza l’occhio al marketing e punta su prodotti che, anche se destinati alla grande distribuzione e quindi non di nicchia, mantengono standard elevati e di ricercatezza. Come l’ultimo nato: Provenzale Mon Amour.
Si chiama così questa specialità gastronomica pugliese senza osso e aromatizzata con i semi di finocchio. Ti seduce a prima vista, ti conquista ad ogni assaggio, ti sorprende sempre. Seduttivi, conquistatori e sorprendenti. Così dovrebbero esserlo sempre e i di più gli abitanti di Faeto. Come il loro prosciutto o come lo spirito francese che alberga nei cromosomi più antichi. Serve un traghettatore, che raccolga l’eredità di questo spirito e la sappia portare alla luce. Perché quella promessa che negli anni ’80 aveva fatto pensare e immaginare a un boom economico, fino o reggersi sull’idea di un cacao meravigliao e di un Arbore istrionico, trovi oggi un nuovo ed entusiasmante volto. Deprivazione sociale o no, è l’ora davvero di una svolta.
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