Santoro e il suo autoritratto di Leonardo incantano la platea dell’Accademia. “E’ lui stesso l’opera d’arte”

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“Sarebbe più importante della scoperta di un giacimento di petrolio o di diamanti, cambierebbe davvero la storia della nostra città e della nostra terra se si venisse a scoprire che il dipinto di proprietà di Lello Santoro è davvero l’autoritratto di Leonardo da Vinci”. Con queste parole Massimiliano Arena, presidente dell’Accademia di belle arti di Foggia ha aperto il convegno di venerdì sera durante il quale è stato invitato a parlare alla città proprio Santoro, foggiano, collezionista d’arte di prestigio, venuto in possesso, circa quarant’anni fa di un’opera ricca di mistero e fascino. Una storia che finalmente ha trovato spazio nella casa dell’arte e degli artisti, quale è l’Accademia, dopo anni di sostanziale indifferenza da parte di Foggia.

“Una storia che cambia letteralmente la prospettiva attraverso la quale viene purtroppo osservata la nostra città, nota per la criminalità, per la bassa qualità della vita e tutto ciò che sappiamo esserci attribuito. E può cambiare grazie alla temerarietà, alla follia, alla determinazione di Lello Santoro, che ha dedicato la sua vita a collezionare pezzi d’arte, a fare della sua casa un museo e a studiare il suo dipinto e Leonardo”, ha aggiunto Arena che ha poi precisato: “Il fatto di ospitare questo evento in una istituzione accademica non vuol dire avere la presunzione o la velleità di attribuire o meno all’opera il marchio di autenticità. Certo, è vera la narrazione di Lello Santoro, vissuta sulla pelle, sofferta, pianta. Una narrazione che lui esterna con una passione estrema e al tempo stesso con estrema determinazione. Ripeto, noi non abbiamo gli strumenti, compete ad altre istituzioni, ad altre autorità, ad altri test scientifici determinare se quest'opera è stata realizzata dalle mani di Leonardo. Santoro ritiene di avere una serie di indizi che a parer suo attesterebbero l’autenticità del dipinto e li vuole raccontare alla città. Dal canto nostro, abbiamo deciso di ospitarlo in Accademia perché vogliamo che tutto ciò che è arte, tutto ciò che può dare ricchezza nasca qui, rimanga qui e sia regalato alla nostra terra”.

Proprio la storia del presunto Leonardo a Foggia è meritevole, a detta del presidente, di essere raccontata anche in un libro o in un documentario. “Arte e mistero insieme stanno sempre in ottima compagnia. Elementi che si trovano nella storia di Lello Santoro”.

Ed in effetti sono bastati pochi minuti al collezionista per conquistare anche i più scettici presenti in sala, rapiti dalla passione, dall’impeto e soprattutto dalla sua preparazione e dovizia di elementi, tecnici e storici, messi in campo nella sua esposizione dei fatti. Tanto che alla fine dell’incontro dalla platea qualcuno ha esclamato: “E’ Santoro stesso l’opera d’arte”.

Eppure la città fa ancora fatica, salvo alcune eccezioni, ad “adottare” l’affascinante storia dell’uomo e del dipinto, quando in altre realtà si farebbero carte false pur di confermarla o quanto meno di accendere un riflettore su di essa (e su Foggia) in modo da incuriosire quanta più gente possibile. Non stupisce che le critiche più feroci (e prive di elementi a supporto) provengano da chi non ha mai avuto modo (e voglia) di ascoltare le ragioni di Lello Santoro la cui unica aspirazione è quella di legare indissolubilmente il destino del quadro a quello della sua amata città, senza trarne profitto e fama. Ed è il primo ad invocare l’intervento di esperti che possano confermare o smentire l’effettivo valore dell’opera.

Anche venerdì sera Santoro ha illustrato il suo teorema, fondato su una serie di elementi e indagini tecniche che normalmente sono alla base degli studi che riguardano le altre opere d’arte. Come più volte detto su queste colonne, Santoro non è un parvenu della materia, è uno dei collezionisti più prestigiosi del Mezzogiorno, molti dei pezzi acquistati nel corso degli anni sono finiti negli archivi di Stato come beni sottoposti a vincolo, a conferma del fatto che si sia in presenza di un soggetto con un occhio allenato ad individuare opere di valore. 

La craquelure, ovvero la crettatura che segna la superficie del dipinto, impossibile da simulare e che può indicare l’età dell’opera; l’assenza di disegno soggiacente e pentimenti, evidenziata dalla radiografia del quadro, che testimonia l’abilità dell’autore e caratteristica tipica del maestro di Vinci, in particolare dopo l’affresco raffigurante la battaglia di Anghiari, andato perduto perché fallato, nel salone dei Cinquecento a Palazzo Vecchio di Firenze; lo sfumato, ovvero l’assenza di pennellate grossolane; la tridimensionalità; la particolarità del supporto su cui è stato realizzato, sottili lamine sovrapposte; l’originalità del soggetto, non essendovi prova di riproduzioni nella storia: sono solo alcuni degli elementi studiati e approfonditi da Santoro su cui si fonda, per l’appunto, il suo teorema dell’autenticità dell’opera. Il collezionista sta poi cercando di ricostruire, andando a ritroso nel tempo, il percorso che l’opera potrebbe aver fatto per arrivare fino a lui. Secondo i suoi studi, si tratterebbe di un autoritratto commissionato dal papa del tempo, desideroso di completare la sua collezione che rappresentava una sorta di Olimpo degli dei, divinità nel campo dell’arte, negli anni in cui Leonardo viveva in Vaticano. Tracce di questa vicenda sono state rinvenute da Santoro nell’opera di Dmitrij Merežkovskij, considerato uno dei biografi leonardeschi più studiati al mondo. Il genio di Vinci fu poi costretto a rifugiarsi in Francia quando pontefice della Sacra Romana Chiesa divenne Giulio de’ Medici e forse proprio in quella “rocambolesca fuga” di Leonardo si cela il mistero del piccolo tondo finito, chissà come, a Foggia. 

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testatina dillo al direttore WEB

 

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