C’è stato un momento in cui il Gargano è entrato davvero nel grande cinema internazionale. Non come sfondo generico del sud, non come paesaggio indistinto da cartolina, ma come luogo preciso e riconoscibile. Un territorio ruvido, ancora intatto, capace di colpire registi, scrittori e attori venuti da fuori. Quel momento ha un titolo preciso: “La legge” (La Loi), il film diretto da Jules Dassin alla fine degli anni Cinquanta. Eppure quella storia, oggi, è quasi scomparsa dalla memoria collettiva. Pochi la ricordano, ancora meno la collegano davvero al Gargano. E invece dentro quel film, dietro le quinte e persino in alcune sue scelte narrative, c’è un pezzo di storia locale che meriterebbe di essere recuperato. A riportarlo alla luce è Vincenzo D’Errico, figlio di Francesco D’Errico, per tutti Cecchino, figura centrale in quella vicenda. Non una comparsa laterale, ma un uomo che, seguendo il racconto familiare, fu decisivo prima nell’arrivo dello scrittore e poi nella logistica del film. Una memoria privata che si intreccia con la storia culturale del territorio e che restituisce il ritratto di un Gargano che allora non era ancora stato trasformato dal turismo di massa, ma che proprio per questo sapeva impressionare chi ci arrivava. “Prima del film venne qui lo scrittore, Georges Vailland”, racconta D’Errico a l’Attacco. “Mio padre lo portò sul Gargano, lo accompagnò, gli fece conoscere i posti e le persone. Rimase qui per mesi. Girava sempre con un taccuino, prendeva appunti su tutto, ascoltava, osservava”. È da quel soggiorno che nasce il romanzo. E dal romanzo sarebbe poi nato il film di Dassin. Il punto, però, è che il filo non si spezza mai: resta sempre legato a chi quel territorio lo conosce davvero, a chi sa aprire porte, indicare strade, raccontare vite e abitudini che altrimenti resterebbero invisibili. Quando si cominciò a lavorare alla trasposizione cinematografica, il nome da cercare, dice D’Errico, era sempre quello. “Lo scrittore disse semplicemente: andate a Rodi e cercate Cecchino. Non diede neanche un indirizzo. Disse solo che lo avrebbero trovato”. Ed è già questo un dettaglio che racconta un altro mondo: un Gargano meno accessibile, forse più chiuso, ma anche più compatto, dove i rapporti contavano più delle mappe e il riconoscimento passava ancora per le persone, non per le strutture.
Cecchino D’Errico diventa così, di fatto, l’uomo di raccordo della produzione sul territorio. Non produttore nel senso tecnico del termine, ma figura operativa indispensabile: accompagna, organizza, trova case, spazi, contatti, soluzioni. È uno di quelli che fanno funzionare le cose senza mettersi davanti. “Mio padre stava sempre con loro. Li seguiva ovunque, trovava quello che serviva. Era diventato un punto di riferimento. E a un certo punto finì persino nel film, alla batteria, perché il musicista non si presentò. Il regista gli disse: sei l’unico di cui mi fido”.
Il set prende forma tra diversi paesi del Gargano, soprattutto tra Rodi, Carpino, Peschici e Ischitella. Non una toccata e fuga, ma settimane di riprese vere, intense, con il territorio che per un periodo si piega ai tempi del cinema. “La piazza di Carpino fu occupata per giorni e giorni, trentotto o trentanove sere di fila”, ricorda D’Errico. “Sembrava una festa continua. C’erano comparse ovunque, gente che arrivava anche da fuori per vedere, per partecipare, per curiosità”. Il cinema, insomma, non passò soltanto: si fermò, entrò nella vita dei paesi, ne alterò il ritmo, lasciò un’impressione.
L’occasione era enorme. Anche guardandola con gli occhi di oggi, il cast impressiona: Marcello Mastroianni, Gina Lollobrigida, Yves Montand, Melina Merkouri. Nomi che bastavano da soli a spostare l’attenzione su un luogo. “Quello era un treno vero”, dice D’Errico. “Un film così, in quel periodo, poteva cambiare tutto. Bastava poco per far conoscere un territorio al resto del Paese e anche fuori”.
Il problema, racconta D’Errico, era l’immagine. La legge veniva percepito come un film troppo audace, troppo ambiguo, troppo carico di tensioni morali e sociali per essere associato senza filtri a un territorio preciso. “Era considerato scabroso. C’erano tradimenti, rapporti di potere, una donna sposata che si innamora di un brigante. Per quei tempi era troppo. Non volevano che quella rappresentazione ricadesse sul Gargano”. Non si trattò necessariamente, precisa, di una volontà diretta di colpire il territorio. Ma il risultato fu uguale: quell’occasione di promozione culturale, simbolica e perfino economica sfumò.
In fondo, è anche una storia di rimozione. Un film esiste, viene girato in un posto preciso, mobilita paesi, persone, energie, lascia ricordi fortissimi, eppure col tempo quel legame si dissolve. Resta nelle fotografie, in qualche racconto orale, nella memoria di chi c’era o di chi ha sentito raccontare. Non entra davvero nella narrazione pubblica del territorio. Non diventa patrimonio condiviso.
Per questo il racconto di Vincenzo D’Errico vale più della semplice nostalgia. Riporta alla superficie un fatto culturale rimosso e rimette in circolo una domanda: quante storie come questa il Gargano ha lasciato indietro? Il fatto che ce ne siamo quasi dimenticati ci dice qualcosa non del film, ma di noi.
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