Fatta l’Unione Europea, bisogna (ancora, aggiungiamo) fare gli europei. Parafrasando la celebre frase ottocentesca che tanto andò in voga dopo l’Unità d’Italia, possiamo asserire che lo spirito dei padri fondatori dell’Unione - De Gasperi, Spinelli, Monnet, Shuman, Bech, Adenauer e Spaak - ha ancora bisogno di essere assimilato da molti cittadini dei popoli che vivono nel Vecchio Continente.
Il processo di integrazione europea è un cammino ancora in itinere. Per far sì che la comune casa europea possa poggiare su solide basi, avere mura possenti e un tetto a copertura che protegga dalle intemperie sociali ed economiche, tanto è stato fatto dagli organi europei per incentivare i Paesi membri a realizzare progetti di sviluppo. Come? Attraverso la creazione di fondi speciali. Tanti soldi stanziati a fronte di idee da realizzare; in nome di politiche di accrescimento del gradimento di appartenenza alla bandiera blu con dodici stelle.
“Sono un convinto europrogettista. Ho iniziato la professione nel 1995. C’erano ancora gli ECU come moneta virtuale di scambio. L’Euro sarebbe arrivato molto dopo. L’Unione Europea è una grande occasione di sviluppo per i territori. Dobbiamo guardare a Bruxelles e agli organi europei con fiducia. Saper cogliere le opportunità date dalle politiche di sviluppo”, dice a l’Attacco Vanni Resta, europrogettista e docente nel Master in Europrogettazione e Professioni europee, organizzato da Sapienza Università di Roma.
In Italia, la figura professionale dell’europrogettista non è ancora stata assimilata a dovere; Terzo Settore e Pubblica Amministrazione stentano ancora a riconoscere tale figura come centrale per la ricerca di fondi e nella strutturazione di progetti. “L’europrogettista si dedica a portare alla luce in primis le opportunità di finanziamento che Bruxelles offre - spiega Vanni Resta, che aggiunge - i soldi non sono distribuiti a pioggia: bisogna essere bravi nel saper scrivere una proposta progettuale. Ci sono meccanismi di tipo competitivo e collaborativo che bisogna possedere se si vuole superare la selezione”.
I programmi dell’Unione Europea sono tanti e finanziano iniziative di vario genere. Attraverso il meccanismo delle Call for proposals la Commissione europea chiede di presentare progetti da sottoporre alla sua attenzione per la valutazione. Tra i programmi più celebri: Erasmus, Horizon, Life, Esf, Digital, Crea, Agrip.
“I finanziamenti europei sono di due tipi: diretti e indiretti. Nel primo caso, sono fondi gestiti direttamente da Bruxelles, senza intermediazioni. Nel secondo, ci sono Enti all’interno degli Stati membri, come i ministeri, le Regioni o la Presidenza del Consiglio, che mediano la gestione del fondo, che ha sempre origine dalla Commissione europea - dice Vanni Resta, che rivela un particolare sul Belpaese - l’Italia è molto brava nello spendere i soldi ricavati dai fondi diretti. In quelli indiretti ben il 60% del denaro ritorna al mittente. Perché questo? Ci sono Regioni che funzionano bene, altre no. Qualcosa a livello dirigenziale nella gestione non funziona. Nei fondi diretti, invece, quando si firma un grant agreement, c’è subito un accredito in quota parte del finanziamento, che viene anticipato per far partire il progetto”.
Resta sottolinea la mancanza di cultura della professione dell’europrogettista in Italia, al contrario di altri Paesi membri. “Bisogna potenziare l’insegnamento dell’europrogettazione. Nel nostro Paese è la disciplina è insegnata poco e male. Pochi atenei universitari hanno un corso. Nessuno una cattedra specifica. Dovrebbe essere un insegnamento da prevedere già dalle scuole medie superiori. Con tutti i soldi che arrivano da Bruxelles è una follia non investire in questa professione”, afferma con forza Vanni Resta.
Con il PNRR (Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza) il Governo italiano ha illustrato alla Commissione europea come il nostro paese intende investire i fondi che arriveranno nell'ambito del programma Next Generation Eu. “Prendo in prestito le parole di Ursula von der Leyen, presidentessa della Commissione europea, secondo la quale “questo è il momento dell’Europa”. Sono stati messi a disposizione una quantità di denari incredibile per il rilancio dell’economia europea. L’Italia è la nazione che avrà più fondi dal Recovery Plan. Questo perché più di tutte fra i Paesi membri ha subito le conseguenze della pandemia da Covid-19. Abbiamo 191 miliardi di euro da spendere: il 70% va impiegato entro il 2022 e speso entro il 2023. Dobbiamo lavorare tanto per realizzare gli obiettivi”, conclude Vanni Resta.
Giorgio Ventricelli
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