Grano, “l’80% del raccolto di Capitanata venduto molto tempo prima dell’impennata dei prezzi e dell’inizio del conflitto”

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“L'80% del grano di Capitanata è stato venduto tra giugno e agosto, al prezzo di 30/35 euro al quintale”, è quanto afferma Enzo Smacchia a l'Attacco, un produttore di Bovino che ha voluto sottolineare il fatto che se c'è un rincaro del grano (e di conseguenza delle farine e dei prodotti derivati) questo non dipende dagli agricoltori i quali, al contrario di quanto sembri, non hanno avuto nessun beneficio dall’impennata dei prezzi di questi giorni.

"I trasformatori, i pastai lamentano il fatto che sono costretti ad aumentare il prezzo del prodotto finito perché il grano costa di più -afferma Smacchia -. Quello che vorrei si sapesse è che chi vive solo di agricoltura ha bisogno di soldi: molti, come me, pagano il seme non quando lo acquistano a gennaio o febbraio ma dopo 6-7 mesi, di solito dopo il raccolto e naturalmente i fornitori chiedono la loro parte. Gli agricoltori che fanno questo mestiere per vivere, vale a dire la stragrande maggioranza, hanno mietuto e hanno venduto subito il grano, quella liquidità serve per la campagna del pomodoro, per pagare gli operai, per pagare tutte le spese necessarie a coltivare. Ecco perché vendiamo il prodotto immediatamente, anche a prezzi bassi. Nessuno può dire quindi che il nostro grano sia stato pagato a caro prezzo, sarei proprio curioso di vedere queste fatture. Solo il 20%, vale a dire quei proprietari terrieri che non hanno le nostre stesse esigenze e che magari sono impegnati in altre professioni, hanno venduto il grano in tempi successivi, anche a 50 euro al quintale. Ma sono abbastanza sicuro che i silos sono pieni di grano e che in questo momento non arrivi molto prodotto dall'estero”.

Enzo Smacchia rivendica di essere stato l'unico agricoltore ad riuscito ad andare al porto di Bari qualche anno fa a vedere le navi in arrivo dall'estero che scaricavano il grano. “Ho toccato con mano quello che arrivava dall'Ucraina, quando fui intervistato dalla trasmissione di Rai 2 Nemo: grano scuro, una qualità scadente, probabilmente trasportato in modo sbagliato e quindi con muffe e micotossine. Adesso tutti siamo spaventati per la paura che manchi il grano ma in realtà i depositi sono ancora pieni, purtroppo sembra che passi il messaggio che siano gli agricoltori a speculare sui prezzi, in realtà per noi non è cambiato niente, non facciamo altro che lavorare mentre le spese aumentano, si moltiplicano. A questo punto e in queste condizioni sarebbe forse meglio cedere tutto il nostro terreno per il fotovoltaico, almeno qualcosa riusciremmo a portare a casa. E a chi obietta che potremmo rimanere senza mangiare, a loro chiedo dove erano quando ci pagavano il grano a 16 euro al quintale, qualcuno ci ha rimborsati, qualcuno si è lamentato? Il nostro è un lavoro pieno di incognite, a giugno non sappiamo come andrà il mercato del grano, magari finisce la guerra, arrivano le navi dell'est europeo o dal Canada (dove non c'è una guerra), il prezzo crolla mentre le spese in queste settimane sono alle stelle. È un rischio, come in ogni coltivazione. Io so che tutti gli agricoltori la pensano come me ma purtroppo non si espongono”, ha concluso Smacchia. Nonostante questo, il malcontento è diffuso soprattutto perché una situazione che sembra avvantaggiare i produttori, paradossalmente li danneggia ulteriormente.

Lo conferma a l’Attacco anche Marco Nicastro, produttore con il suo centro d'affari a Torremaggiore. “Sono uno di quelli che è andato a chiudere i conti già nel mese di agosto, spuntammo a quel punto della stagione 31/32 euro al quintale, quello era già un prezzo buono rispetto alle quotazioni prima della mietitura che erano ferme intorno ai 23/25 euro al quintale. Ma il prezzo è schizzato alle stelle quando si è diffusa la notizia che dal Canada sarebbe arrivato poco grano perché non era stata una buona annata. Parliamo dei mesi di novembre e dicembre. Ricordo di aver parlato con qualche collega e tutti mi hanno confermato di aver già venduto il proprio grano, rammaricandosi di non averne più per venderlo ad un prezzo così vantaggioso. In definitiva quella quotazione così sproporzionata del grano non ha dato un riscontro economico in provincia di Foggia perché, come detto, la maggior parte dei produttori aveva già venduto tutto. Mi è stato anche detto che qualcuno che aveva piccole scorte da vendere, riceveva dai mulini risposte negative proprio perché i depositi erano pieni. Alla luce delle mie esperienze ritengo quindi che nessun agricoltore abbia avuto vantaggi da questo aumento di prezzo. Posso immaginare che nella filiera, composta da produttori, stoccatori e trasformatori, in questa fase sia lo stoccatore a ottenere il maggior vantaggio”.

Va tuttavia precisato, avverte Nicastro, che il prezzo è cominciato a salire a fine anno scorso, non certo per la guerra in Ucraina.

“Se è vero che in questo momento indubbiamente c’è qualcuno che specula – ha aggiunto l’imprenditore -, d'altra parte il mercato globale registra delle variazioni e le quotazioni del grano vengono determinate da un complesso di elementi. In primis l’impennata del prezzo dipende dal fatto che arriva meno grano dal Canada, in secondo luogo, ma non meno impattante, i costi energetici sono diventati insostenibili, altissimi. Tutto concorre al prezzo finale del prodotto che troviamo sugli scaffali. Detto questo è anche vero che ancora una volta a pagare lo scotto più alto è l’economia agricola: il produttore vede il prezzo finale salire ma il proprio guadagno resta uguale, c'è qualcosa che non quadra”.

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testatina dillo al direttore WEB

 

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