E’ ormai accertato da ampia letteratura economica e da tantissime ricerche ed analisi che lo sviluppo economico di un territorio non è in alcun modo compatibile con un alto e diffuso livello di criminalità e di corruzione. Le statistiche di Transparency International dimostrano come anche in provincia di Foggia, territorio ad alta intensità criminale, la presenza di mafie nel corso del tempo abbia fortemente condizionato la crescita economica. Inoltre, la presenza della criminalità ha indebolito la coesione sociale permettendola di invadere anche le istituzioni.
Lo Svimez in uno studio di qualche anno fa ha stimato che l’insediamento così pervasivo della criminalità, organizzata e non, in Capitanata ha determinato nell’arco degli ultimi trent’anni una perdita di Prodotto Interno Lordo di 16 punti percentuali pari a 1,5 miliardi di euro, rispetto ad uno scenario senza criminalità. In termini occupazionali ciò significa posti di lavoro non creati pari a 30mila unità.
Il dato più inquietante è che ad “alimentare” ulteriormente la criminalità, secondo uno studio fatto da due importanti economisti della Banca d’Italia (Antonio Accetturo e Guido De Blasio), sono state le ingenti risorse pubbliche affluite nel nostro territorio, che anzichè innalzare il PIL di 20 punti percentuali con effetti importanti sull’occupazione, hanno invece determinato una riduzione del Pil pro-capite di 12 punti percentuali, poiché tale afflusso di fondi pubblici ha fatto proliferare nel corso del tempo corruzione e imprese controllate direttamente e indirettamente dalla criminalità in settori quali costruzioni, scavi, traporto, rifiuti, commercio, turismo, etc.
Tutto ciò è stato ancora una volta favorito dalla scarsa qualità (morale, in primis) della classe politica e delle istituzioni che hanno permesso che buona parte delle risorse pubbliche conflissero in corruzione e in imprese vicine o controllate dalla criminalità. Tra contratti d’area, patti territoriali e altre misure agevolative si stima che circa un miliardo di euro di contributi pubblici nel corso degli ultimi 30 anni siano finiti in corruzione e in imprese contigue alla criminalità (Banca d’Italia) nel solo territorio di Capitanata.
In una ricerca fatta dal Censis, che ha riguardato anche la provincia di Foggia, il 60% delle imprese ha dichiarato di subire condizionamenti da parte della criminalità organizzata con pesanti ripercussioni sull’attività di impresa in termini di maggior costi (rapine, pizzo).
Una presenza così forte della criminalità rende inoltre le istituzioni più deboli, abbassa l’istruzione e la qualità del capitale sociale e svuota le comunità del miglior capitale umano. Una vera e propria tempesta perfetta.
Il riflesso di tutto ciò sta nell’indice di attrattività, che per la provincia di Foggia è pari a sei su un massimo di trenta, classificandola al 30° posto sulle 41 province del Mezzogiorno. Tale indice tiene conto della struttura demografica, della qualità del lavoro, della capacità di innovare, della natalità, della qualità formativa del sistema universitario, della mobilità residenziale dei giovani e del radicamento degli stranieri.
L’indice di attrattività evidenzia che la Capitanata non è un territorio per giovani, un indice così basso fa registrare un altro dato drammatico: due giovani di età compresa tra i 16-34 anni su cinque si sente un fallito mentre due giovani su quattro si sente inutile.
Una recente analisi della LUISS sui giovani di Capitanata ha evidenziato che nei prossimi otto anni solo il 10% vede il proprio futuro nella città di origine, il 15% lo vede nella regione di appartenenza, il 50% in altra regione del Paese, il 20% in Europa e il 5% nel resto del mondo.
Senza una bonifica radicale della criminalità organizzata ogni speranza di inversione dell’attuale catastrofica traiettoria diventa un’illusione perpetua. Il rischio concreto è quello di una desertificazione della migliore gioventù.
Ancora una volta la partita si gioca sulla qualità delle istituzioni e della buona politica.
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