Si sono svolti ieri nella cattedrale di Vallo della Lucania, dove è terminato il suo lungo viaggio terreno, i funerali di monsignor Giuseppe Casale, uno dei presuli certamente più in vista a livello nazionale nella stagione del passaggio tra la prima e la seconda repubblica, che ha avuto un ruolo di protagonista - e non semplice spettatore – anche e soprattutto nelle vicende e nelle dinamiche foggiane perennemente in chiaroscuro.
Figura esile, voce appena sussurrata, sacerdote dal 1946, vescovo dal 1974 (nominato da papa Paolo VI), arcivescovo metropolita della diocesi Foggia-Bovino dal maggio 1988 (nominato da papa Giovanni Paolo II), entrò in punta di piedi nel palazzo di via Oberdan 13, a poche decine di metri da quelli del Comune e della Provincia, che poi avrebbe finito per picconare rivendicando la necessità di una presenza e un impegno dei cattolici in politica vero e costruttivo, non semplicemente legato a poltrone da occupare e a un potere da consolidare e preservare.
Era la stagione del pentapartito, dell’onnipotenza democristiana - e della concorrenza socialista - declinata nelle diramazioni correntizie legate ai vari big, delle campagne e cene elettorali costose e sfarzose, della polvere (le emergenze striscianti, dal lavoro alla casa, e il disagio sociale) ben nascosta sotto il tappeto.
Lui era giornalista pubblicista dal 1959 ed era stato presidente della Commissione per le Comunicazioni Sociali per la CEI dal 1982 al 1985: era quindi perfettamente consapevole del ruolo e dell’importanza della comunicazione in una realtà destinata a sbattere contro l’iceberg Tangentopoli, Milano e Foggia non così lontane, grazie alle inchieste di Massimo Lucianetti e Roccantonio D’Amelio, e alla raffica di avvisi di garanzia eccellenti.
Il passaggio dal proporzionale al maggioritario favorì la nascita di due coalizioni e Casale da attento e intelligente osservatore si ritagliò il ruolo di grillo parlante, di fustigatore di malcostumi, di pastore da seguire per sottrarsi alla schiavitù del voto ‘do ut des’, dell’elettore come cliens, per una narrazione alternativa di quello che stava accadendo. Se le primissime emittenti locali avevano editori politici potenti di riferimento, lui puntò prima su un efficace ufficio comunicazioni sociali e poi su un piccolo e vivace settimanale (otto pagine), Voce di Popolo, per cercare di svegliare e “stimolare una opinione pubblica cattolica dormiente” (parole di Nino Abate, direttore di entrambi).
Su interviste a orologeria rilasciate a testate nazionali, destinate inevitabilmente a far discutere e ad alimentare polemiche, perché vissute come ingerenze da chi era abituato a lunghi anni/decenni di silenzio-assenso.
Sul fronte operativo, ebbe un partner importante, don Tonino Intiso, direttore della Caritas diocesana assolutamente lontano da qualunque convenzione: un prete di strada e non di ufficio, vicino agli ultimi non per slogan ma per missione, attento alle problematiche emergenti come la gestione dei primi flussi migratori, e a quelle legate a malattie e condizioni sociali difficili.
Due facce diverse della stessa sensibilità, che hanno dato vita a numerose iniziative e tentativi di risposte, in supplenza o alternativa della politica piuttosto che in comunione e in armonia. Un rapporto solido il loro, fino all’arresto di don Tonino Intiso che si era proposto come improbabile mediatore per arrivare alla soluzione del mistero legato alla scomparsa di Manuela Orlandi (la falsa pista era stata aperta da una persona che era stata accolta alla Caritas, Francesco Sbrocchi).
A difendere don Tonino da accuse surreali scese in piazza una città chiamata a raccolta da don Fausto Parisi, altra figura ingombrante e discussa della Chiesa foggiana in antitesi aperta con mons. Casale, e quando l’esperienza in carcere terminò fu anche, di fatto, la fine di quell’esaltante stagione per le politiche sociali della città, con don Tonino spedito - per blanda punizione e per dimenticare il clamore mediatico - all’ex manicomio di via Lucera, dove realizzò l’ennesimo capolavoro della sua vita, la creazione di una piccola comunità in cui la dignità e la dolcezza dei ‘matti’ venivano esaltate e coccolate.
L’elezione diretta del primo cittadino decretò nel 1995 la vittoria di Paolo Agostinacchio, uno dei primissimi sindaci di Alleanza Nazionale.
Il patto tra Massimo D’Alema e Rocco Buttiglione (e un comizio a piazza XX Settembre epocale) favorì invece quella di Antonio Pellegrino, che diventò presidente della Provincia: la seconda repubblica in terra daunia, e tra le due massime cariche istituzionali il vescovo era il terzo incomodo, consapevole di esserlo, desideroso di esserlo. In prima linea in tante battaglie, contro la criminalità sempre più manifesta e soffocante.
Contro l’usura (nasce in quegli anni il Fondo della Buon Samaritano). Contro la corruzione. Contro la cattiva politica (da qui la nascita della Scuola di formazione socio-politica, lui docente di Dottrina sociale cristiana).
La sua Chiesa schierata, nonostante l’insofferenza dell’ala conservatrice, dell’ala ortodossa, meno aperta al dialogo e al confronto nonostante il Sinodo diocesano avesse avviato una nuova fase anche all’interno di un mondo così complesso e dagli equilibri fragili, con Casale più osteggiato che amato.
Un’esperienza divisiva la sua, non priva di zone d’ombre, terminata nel maggio 1999 ma che merita di essere ricordata ed è destinata ad essere rivalutata e rimpianta, alla luce dei troppi silenzi dei suoi successori, delle troppe denunce non fatte, delle troppe omissioni, delle troppe chiavi di lettura sbagliate o peggio mai tentate di fatti e avvenimenti che hanno fortemente minato il tessuto sociale e la credibilità della politica a Foggia e in provincia. Una voce stimolante e critica, che adesso mancherà per sempre.
Claudio Botta
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