E’ scontro aperto nel M5S tra Giuseppe Conte e Luigi Di Maio. La partita del Quirinale ha spaccato ancora di più il MoVimento e le ultime parole
del leader, adirato col ministro degli Esteri che lo ha messo in discussione, fanno capire come sia scattata la resa dei conti all’interno dei big pentastellati.
“Di Maio dovrà rendere conto di diverse condotte, molto gravi. Ai nostri iscritti e alla nostra comunità. Dopo questo nel Pd non c’era più la disponibilità su Belloni. C’è stato un blocco trasversale. Ho preso atto della posizione del Pd. Ma, visto l’accordo con i dem e con LeU, non ho mai pensato di rompere quell’asse politico per avventurarmi in una votazione che si presentava problematica anche nei numeri. Così, al vertice dei partiti di maggioranza di sabato mattina, ho invitato tutti a valutare, ancora, i nomi Belloni e Severino. C’è stato un estremo tentativo di alcuni leader per la candidatura di Cartabia. E io ho spiegato che era un nome su cui dovevo riservarmi un approfondimento interno. Quasi contemporaneamente si è appreso dell’atto di generosità di Mattarella. Poco prima Salvini aveva aperto al suo secondo mandato. Così abbiamo concordato tutti su quella opzione”, ha spiegato Conte.
In queste ore cruciali c’è una vera spaccatura tra molti pentastellati. Quelli nostrani, però, mostrano in netta prevalenza di non volersi schierare con nessuno dei due. Erano ben tre i parlamentari che lunedì seguivano a Palazzo Dogana lo spoglio delle elezioni provinciali (Furore, Faro e Naturale) ma il pensiero era ovviamente anche a quanto stava avvenendo a Roma.
“Doveva essere certamente garantita stabilità, peccato per non aver potuto avere un nome diverso, di una donna magari. Sarebbe stato un cambiamento, noi ci abbiamo provato”, afferma a l’Attacco l’europarlamentare M5S foggiano Mario Furore.
“Purtroppo viviamo un momento politico in cui i partiti pensano molte volte a battezzare per primi un nome. Mattarella, ad ogni modo, è la migliore soluzione in questo momento. Potevamo gettare il cuore oltre l’ostacolo e cercare una soluzione diversa dall’uscente. Spero che ne saremo capaci la prossima volta”.
Furore getta acqua sul fuoco rispetto alla spaccatura interna al M5S e sceglie, come i suoi compagni parlamentari di Capitanata, la linea dell’equidistanza: “E’ giusto che ci sia una discussione interna al MoVimento, come in tutti partiti, per parlare di cosa si è sbagliato e dei nostri punti di forza. Ma è importante anche restare uniti, perché attraversiamo un periodo complesso nel Paese e abbiamo da gestire le risorse del PNRR. Non credo che all’Italia servano divisioni ulteriori e, soprattutto, sono convinto che i partiti politici diventino noiosi quando parlano di se stessi. La gente si allontana, poi, dalla politica. Noi dobbiamo, invece, dare risposte. Il mio è sempre stato un invito all’unità e a cercare di regolare i conti interni al più presto, per uscire compatti con una linea che possa far bene al M5S e al Paese”.
Furore si dice non preoccupato dall’attacco frontale sferrato dal ministro Di Maio alla leadership di Conte. “No, assolutamente non sono allarmato. Bisogna rimanere coesi intorno a Conte e anche intorno a Di Maio. Tutti devono essere valevoli per raggiungere i nostri obiettivi”.
Né contro l’uno né contro l’altro, dunque. Il momento è troppo delicato per prendere nettamente posizione con l’ex premier o col titolare della Farnesina.
Ma per quanto la folta pattuglia di eletti di Capitanata sia sempre stata in linea con Roma ed estremamente affiatata sia con Di Maio che con Conte, i beninformati parlano di almeno due motivi di freddezza. Il primo riconduce alle trattative per il Colle: l’apertura di Conte alla presidente donna alle ore 20.18, a due minuti dalle parole di Salvini pro Belloni (ore 20.16) non è stata compresa da tutti gli eletti del M5S, specie perché prima di Renzi è stato Marcucci del Pd (alle 20.51) a dare il via alla batteria dei partiti di maggioranza contro Belloni. Il secondo motivo porta, invece, ai vicepresidenti del M5S, che qualcuno considera dotati di un eccessivo potere decisionale a danno degli eletti locali.
Non la pensa così il deputato foggiano Giorgio Lovecchio, che difende l’ex presidente del Consiglio.
“Conte ha fatto tutti i passaggi con la cabina di regia, in cui c'era pure Di Maio insieme ad altre figure apicali del M5S. Ha sempre reso conto di ogni passo. Uscire con quelle dichiarazioni, così come ha fatto il ministro Di Maio, è una cosa che non comprendo”, afferma Lovecchio.
“Non capisco quale sia il secondo fine di questo attacco al presidente Conte. Serve un chiarimento tra i due prima ancora che all'interno del M5S. Ogni decisione di Conte è sempre passata dalla base, che gli ha dato pieno mandato quando è stato investito del ruolo di capo politico. Se c’è un leader va rispettato, devi affidarti a lui. La base è stata interpellata anche rispetto alla scelta dei vicepresidenti del M5S e ai comitati tematici. Conte da ultimo ha voluto rimarcare che le parole di Di Maio sono state pericolose perché sono apparse sconfessare la sua leadership. Invece Conte ha lavorato bene. Devono chiarirsi per forza. Non si può andare contro il presidente Conte, fargli un processo è fuori luogo per me. I vicepresidenti del M5S? Non è vero che abbiano uno strapotere, né che non siamo consultati. Peraltro, l'organizzazione del MoVimento deve ancora essere conclusa a livello territoriale. La stessa base ha chiesto che il M5S si strutturasse a livello organizzativo. Se si mettono in discussione determinate cose evidentemente ci sono dietro attriti personali, che però io non conosco”, conclude Lovecchio.
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