Nino Santarella (FI): “In Capitanata abbiamo perso vent’anni, la politica regionale ha consolidato il potere”

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Nino Santarella è stato per dieci anni Sindaco di Candela, dal 2001 al 2011. Uomo di destra, ex Alleanza Nazionale, oggi in Forza Italia, è stato anche assessore provinciale all’Agricoltura nella giunta di Antonio Pepe, nella storica stagione del centrodestra foggiano di inizio anni Duemila. Un politico stimato, pragmatico, che ha attraversato l’intera Seconda Repubblica di Capitanata da protagonista. Nel 2011 gli succede il suo vicesindaco Nicola Gatta, che avrebbe guidato Candela per quattordici anni fino alle dimissioni di ottobre scorso per candidarsi alle prossime elezioni regionali del 23 e 24 novembre con Fratelli d’Italia. Oggi Santarella non ha ruoli amministrativi, ma è comunque una voce molto ascoltata. Parla con la libertà di chi non deve più chiedere nulla, ma con la lucidità di chi sa come funziona la macchina politica. Lo ha intervistato, mentre la campagna elettorale entra nel vivo, il direttore de l’Attacco Piero Paciello.

Siamo a inizio novembre e ancora nessuno dei candidati presidenti della Regione Puglia ha un programma. 
Lobuono, il candidato del centrodestra, è abbastanza giustificato. Lo hanno scelto soltanto pochi giorni fa, praticamente all’ultimo secondo. Deve avere il tempo di girarsi un po’ la Puglia, incontrare la gente, costruirsi una visione più ampia. Trovo invece più strano che non ce l’abbia il candidato del centrosinistra, Antonio Decaro, dato per sicuro vincitore. Dopo dieci anni da Sindaco di Bari e il mandato da presidente dell’Anci, avrebbe dovuto avere le idee chiare su tutto. Il ritardo è inspiegabile, a meno che non nasconda un problema politico e comunicativo. Secondo me, da una parte vuole prendere le distanze da Michele Emiliano e dal suo decennio, ma dall’altra non può farlo davvero, perché ne rappresenta la continuità. Su sanità, rifiuti, infrastrutture, aeroporti, che può dire? Governa il centrosinistra da vent’anni. È difficile criticare sé stessi.

Il centrodestra, però, avrebbe bisogno di una campagna elettorale più battagliera. Lobuono è un profilo pacato. Cambierà tono?
Non credo. Lobuono è una persona concreta e moderata. Dice le cose come stanno, ma senza aggressività. Punterà su toni bassi e contenuti, su una campagna elettorale sobria e fondata sulla concretezza. L’ho sentito di persona ad Apricena. Ha fatto un’ottima impressione, non solo a me ma a tutti i presenti. È efficace perché parla di fatti, non di slogan.

Queste elezioni regionali possono ridefinire anche gli assetti interni dei partiti e delle leadership territoriali.
Penso proprio di sì. Saranno un passaggio decisivo. Ogni partito, dopo il 24 novembre, dovrà guardarsi dentro e riorganizzarsi. In Forza Italia, per esempio, sta crescendo una nuova generazione di quarantenni molto validi: Antonio Potenza, Sindaco di Apricena; Pasquale Rignanese, consigliere comunale a Foggia; Carlo Dercole a Cerignola; Luigi Falcone a Mattinata; Valeria Di Maggio a San Giovanni Rotondo. Sono giovani capaci, concreti, che parlano un linguaggio nuovo. Rispetto a noi, hanno una visione più lunga e una maggiore capacità di interpretare i bisogni dell’elettorato attuale, che è più mobile, più esigente e cambia idea molto rapidamente. Sanno usare i canali di comunicazione contemporanei, sanno costruire empatia. Mi auguro che il partito, dopo queste elezioni, punti davvero su di loro.

Lei ha attraversato tutta la Seconda Repubblica foggiana. Non ha la sensazione che questi vent’anni siano stati sprecati?
Sì, è proprio il mio rammarico più grande. Se guardo i temi dei candidati foggiani di oggi, sono gli stessi di vent’anni fa. All’epoca, durante la giunta Pepe, denunciavo la mancanza di attenzione della Regione su questioni come la Fiera dell’Agricoltura, l’aeroporto Gino Lisa, gli invasi idrici. Allora governava Nichi Vendola, con Leo Di Gioia assessore di riferimento per Foggia. Oggi, a distanza di due decenni, siamo ancora lì. La Fiera è morta, il Gino Lisa arranca, la crisi idrica resta irrisolta. Significa che abbiamo perso vent’anni. Foggia è ancora in fondo alle classifiche sulla qualità della vita. Le elezioni regionali, finora, sono servite solo a consolidare posizioni di potere, non a risolvere problemi. Gli ultimi investimenti veri risalgono alla battaglia per l’Università di Foggia, alla fine degli anni Novanta. Dopo, il silenzio.

Non riconosce almeno alcuni meriti: Policlinico, Università, Aeroporto?
Il Policlinico è senz’altro un passo avanti rispetto a vent’anni fa, ma è il risultato di una scelta sbagliata: accorpare e centralizzare. La provincia di Foggia è grande, con oltre trenta comuni periferici e un’alta percentuale di anziani. Servivano ospedali di prossimità, non chiusure. Lucera, San Severo, Cerignola: tutte realtà penalizzate. Si è deciso di potenziare il Policlinico e chiudere i presidi territoriali. Così, chi vive lontano resta escluso. Io avrei investito su poliambulatori e strutture leggere, per garantire servizi anche nei piccoli centri. Sul Gino Lisa, invece, sono moderatamente fiducioso. Bene l’arrivo di Aeroitalia, anche se la sostenibilità resta legata ai contributi regionali. Finché le compagnie volano solo grazie ai finanziamenti pubblici, non ci sarà un vero mercato. La Regione deve continuare a sostenerlo, come fa con Bari e Brindisi. Solo così, col tempo, arriveranno altre compagnie.

Lei da assessore provinciale si occupò anche di agricoltura e acqua. Sull’emergenza idrica, qualcosa è cambiato?
No, nulla. Non credo alle soluzioni che si presentano a venti giorni dal voto. Vent’anni per risolvere il problema e ancora siamo ai proclami. Sulla polemica tra Tutolo e De Leonardis sulla diga di Palazzo d’Ascoli ho preferito non intervenire pubblicamente, ma il mio pensiero è che si tratta di un progetto degli anni Settanta, che va completamente rivisto. In mezzo secolo il territorio è cambiato. Si è edificato, sono state fatte strade, sono cambiate le normative ambientali. Riproporre quella diga come soluzione immediata è solo propaganda. Prima bisogna capire se è ancora compatibile con il territorio.

La giunta provinciale di Antonio Pepe viene ricordata come una delle ultime esperienze solide del centrodestra. Poi è arrivato il declino. Perché?
C’è un nome e un cognome: Leo Di Gioia. Era un assessore brillante, cresciuto nel centrodestra, eletto in Alleanza Nazionale. Tutti credevano in lui. Quando decise di passare con il centrosinistra e diventare assessore regionale fu un colpo durissimo. Non giudico le scelte personali, ma fu un terremoto per il gruppo dirigente. Molti si ritrovarono senza punto di riferimento. Poi è arrivata la crisi dei partiti. Si è perso tutto ciò che serviva a formare la classe dirigente. La destra foggiana si è dispersa, mentre il centrosinistra, grazie al potere regionale e a una rete di clientele, ha retto. Oggi ricostruire è difficile. Il mondo è cambiato e i giovani si avvicinano sempre meno alla politica.

Perché il tema dello spopolamento e del declino demografico della Capitanata non diventa una battaglia politica di territorio?
Perché i territori non contano più. Si toglie un ambulatorio a Candela, dove vivono 2.500 persone, per potenziare Foggia. È un ragionamento puramente numerico, non politico. La Capitanata è sempre stata foggianocentrica. Le aree rurali vengono viste come zavorra, non come risorsa. Io credo, invece, che i piccoli comuni siano un’opportunità. Rappresentano un’alternativa alle grandi città, offrono qualità della vita, possono diventare laboratori di sviluppo. Bisogna cambiare prospettiva. Investire nei borghi, nei servizi di prossimità, nel turismo lento. Solo così si può fermare lo spopolamento.

Candela, la sua città, ha avuto due stagioni: la sua e quella di Gatta. Quanto è cambiata?
Candela, nei miei dieci anni, era una comunità rurale che stava imparando a crescere. Lavorammo per rendere concreta l’area industriale, che fino ad allora esisteva solo sulla carta. Mettemmo in moto un meccanismo virtuoso grazie anche alla centrale elettrica, che creò infrastrutture e indotto. Ma la mia più grande soddisfazione fu l’incubatore d’impresa. Un progetto pensato per i giovani con idee imprenditoriali ma senza risorse. Il Comune metteva a disposizione fino a 200mila euro, spazi, servizi, assistenza tecnica. In tanti ne beneficiarono e da lì nacquero piccole aziende che ancora oggi operano in provincia. Coinvolgemmo imprese locali, maestranze, tecnici. Fu un modello concreto di sviluppo endogeno. Quell’esperienza rese Candela un riferimento in Capitanata.

Poi è arrivata la stagione di Gatta.
Sì, che ha scelto una strada completamente diversa. Ha puntato tutto sull’immagine, sulla Casa di Babbo Natale, su eventi spettacolari che gli hanno dato visibilità ma poco impatto economico. Quando vidi che la direzione era cambiata, decisi di fare opposizione. È stato un lavoro lungo e difficile, ma necessario. Abbiamo combattuto battaglie vere. La più importante contro la centrale a biomassa, che prevedeva di bruciare 135mila tonnellate di rifiuti e fanghi di depurazione. Siamo riusciti a bloccarla. Avrebbe devastato il territorio. Poi ci siamo opposti al Piano Urbanistico Generale, che a nostro avviso avrebbe portato a uno sviluppo edilizio incontrollato, un vero sacco di Candela. Lo abbiamo bocciato con argomentazioni tecniche e politiche, salvaguardando il territorio. Nonostante fossimo una minoranza, siamo riusciti a incidere. È stata un’opposizione costruttiva, fatta di contenuti e non di slogan.

E dal punto di vista turistico? Gli eventi di Gatta hanno portato risultati?
I B&B non sono nati per la Casa di Babbo Natale o per eventi simili. Non puoi vivere di turismo un mese l’anno. Sono nati per altri motivi: la maggiore mobilità, la posizione strategica di Candela, la vicinanza con le grandi direttrici. Gli eventi hanno dato visibilità personale a Gatta, ma non sviluppo strutturale. E i numeri lo dimostrano. Da allora Candela ha perso 350 abitanti. È il segno che, al di là dell’immagine, non c’è stato un impatto reale sull’economia.

Oggi sembra parlarne con più serenità.
In passato mi sono arrabbiato, perché vedevo vanificare anni di lavoro. Gatta era stato il mio vicesindaco, condividevamo la stessa visione. Poi, una volta eletto, ha cambiato rotta per inseguire un progetto politico personale. La rottura è nata lì. Io volevo uno sviluppo concreto, lui puntava sull’immagine. Ora, con il tempo, ho accettato la realtà. Ma resto convinto che, se avesse proseguito su quella strada, Candela oggi sarebbe diversa.

E lei? Continuerà a fare politica attiva?
No, non ho obiettivi politici. Mi chiamano ancora in tanti per consigli, segno che sono diventato un po’ anziano (sorride). Mi rendo conto che il mondo è cambiato, e che non ho più la capacità di intercettare le nuove generazioni. La politica oggi ha ritmi e linguaggi che non mi appartengono.

Ha dei rimpianti per la sua esperienza?
Uno solo. Quello di non essere rimasto in amministrazione dopo la vittoria di Gatta. Pensavo che, essendo stato il suo Sindaco, sarei stato ingombrante. Col senno di poi, credo che, se fossi rimasto come consigliere comunale, Gatta avrebbe fatto scelte diverse. Forse meno appariscenti, ma più concrete per la comunità. È il mio unico rimpianto.

E questa nuova generazione di quarantenni di Forza Italia? Può davvero rappresentare un cambio di passo?
Assolutamente sì. Hanno energie, idee e voglia di mettersi in gioco. Offrono qualcosa di concreto e diverso rispetto alla nostra generazione, che spesso vive di rendita. Le elezioni regionali possono essere il punto di svolta. È il momento di cedere il passo e lasciare spazio a chi può costruire il futuro. Bisogna avere il coraggio di farlo.

Quanti, nel partito, ragionano come lei?
(Sorride ironicamente senza rispondere).

Nomi di amministratori che stima oggi in Capitanata.
Guardo da lontano, ma apprezzo la concretezza. Cito due nomi. Pasquale Bizzarro, Sindaco di Deliceto, un amministratore pragmatico e competente. E Gianfilippo Mignogna, ex Sindaco di Biccari, che meritava di più. 
(A cura di Domenico Suriano)

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