Fratelli coltelli d’Italia, la destra pugliese e l’arte di farsi male: partito prigioniero di logiche interne

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Più che Fratelli d’Italia il partito di Giorgia Meloni in Puglia dovrebbe chiamarsi Fratelli coltelli. Perché, a guardare i numeri delle regionali e le cronache delle ultime settimane, sembra che nel tacco d’Italia i meloniani siano molto più impegnati a combattersi tra loro che a sfidare il centrosinistra di Antonio Decaro. Nel giorno in cui il nuovo governatore incassa una vittoria storica, quasi un milione di voti, oltre il 63 per cento, distacco abissale su Luigi Lobuono, Fratelli d’Italia in Puglia, si presenta al traguardo come un partito logorato, diviso, politicamente sotto-performante rispetto alla spinta nazionale. A pesare non è solo la disfatta del centrodestra, che in cinque anni lascia per strada circa 200mila consensi: è il corto circuito interno tra correnti, personalismi, leaderini locali e una segreteria regionale che non è riuscita né a unire né a tracciare una rotta chiara.  Da una parte l’asse Gemmato, con la sua rete barese e la regia sui congressi che hanno incendiato più di un territorio. Dall’altra l’orbita Fitto, forte soprattutto nel Salento e in alcune province dove la destra “moderata” di tradizione democristiana continua a dettare legge. In mezzo, una galassia di amministratori e consiglieri regionali schierati chi con l’uno chi con l’altro, come in una faida permanente che spacca gruppi consiliari, sezioni di partito e persino famiglie politiche nate ai tempi di Pinuccio Tatarella. Il risultato è un centrodestra che, invece di presentarsi come alternativa compatta a un centrosinistra logorato da vent’anni di governo, si è fatto trovare ai blocchi di partenza con un candidato presidente individuato all’ultimo momento, una campagna elettorale senza slancio e messaggi contraddittori persino nelle ore successive alla sconfitta. Emblematico il caso Lobuono: in conferenza stampa, a spoglio ancora caldo, i big di Fratelli d’Italia Marcello Gemmato e Filippo Melchiorre lo incoronano “futuro presidente della coalizione di opposizione”. Passano pochi giorni e il capogruppo regionale Renato Perrini, dello stesso partito, raffredda tutto e fa capire che il ruolo di coordinatore non è affatto scontato e che “non è tempo di far emergere un singolo”. Mentre Decaro fa il pieno a Bari e la coalizione di centrosinistra consolida il primato in tutta la regione, il centrodestra pugliese e in particolare Fratelli d’Italia restano impantanati nelle loro guerre di posizione. E i numeri, dall’affluenza crollata al 41 per cento raccontano di un popolo di destra che, più che votare altrove, ha scelto di restare a casa. 

Non serve nemmeno scomodare i retroscenisti di partito: bastano i numeri delle urne e le dichiarazioni del giorno dopo per capire che, tra correnti in guerra e leadership incerte, il centrodestra ha finito per farsi opposizione da solo, ancor prima che ci pensasse Antonio Decaro. Nel momento in cui il nuovo presidente della Regione strappa una vittoria mai vista, quasi un milione di voti, distacco abissale su Luigi Lobuono, Fratelli d’Italia si presenta ammaccato, diviso, incapace di capitalizzare il vento favorevole che a livello nazionale soffia ancora sulle vele di Palazzo Chigi. E a nulla serve il tentativo del segretario regionale Marcello Gemmato di nascondere la polvere sotto il tappeto definendo FdI “locomotiva del centrodestra” grazie al 18,7% e all’aumento del 50% dei consensi. La verità è che è facile primeggiare nel mare magnum dell’astensionismo quando i rivali sono ancora più acciaccati. Come dire: nel Paese dei cecati, beato chi ha un occhio solo. La fotografia reale è un’altra: un partito che invece di impensierire un centrosinistra al potere da vent’anni passa il tempo a contarsi, diffidarsi, guardarsi in cagnesco. 

Da una parte l’asse Gemmato con la sua rete barese e la regia sui congressi che hanno incendiato più di un territorio; dall’altra l’orbita Fitto, forte nel Salento e in alcune province dove la destra moderata di tradizione democristiana detta ancora legge. In mezzo, una galassia di amministratori e consiglieri regionali schierati chi con uno chi con l’altro, come in una faida permanente che spacca gruppi consiliari, sezioni e persino famiglie politiche nate ai tempi di Pinuccio Tatarella. Il risultato è un centrodestra che si è fatto trovare ai blocchi di partenza con un candidato presidente individuato all’ultimo momento, una campagna elettorale senza slancio e messaggi contraddittori persino dopo la sconfitta. 

Emblematico il caso Lobuono: Gemmato e Melchiorre lo incoronano “futuro presidente dell’opposizione”, salvo essere smentiti pochi giorni dopo dal capogruppo regionale Perrini, che gela tutto e avverte che “non è tempo di far emergere un singolo”. Un capolavoro di ambiguità politica.

La cornice numerica è impietosa. L’affluenza crolla al 41 per cento, quindici punti in meno rispetto alle precedenti regionali. Nel Foggiano si scende sotto il 39 per cento e Fratelli d’Italia non replica nemmeno lontanamente le percentuali nazionali. Nel Salento, feudo Fitto, il partito corre e in molti comuni supera il Pd, tenendo Lobuono vicino al 45 per cento; nel Barese, roccaforte Gemmato, accade l’opposto: a Bari città Decaro vola oltre il 70 per cento, la sua lista sfonda il 20, il Pd sfiora il 30, mentre Fratelli d’Italia si ferma poco sopra il 10. Proprio lì dove la destra avrebbe dovuto “giocare in casa”. E lo insegnava Tatarella: “Se non vinci a Bari, ciao Puglia”. Il ciao, questa volta, è arrivato fragoroso.

E se le regionali non bastassero a certificare lo scenario compromesso, é bene fare un passo indietro a due anni fa quando le provinciali di Foggia aggiunsero un altro tassello al mosaico della crisi del centrodestra. Giuseppe Nobiletti, sindaco di Vieste e candidato del campo largo, divenne presidente della Provincia battendo il presidente uscente Nicola Gatta (oggi eletto consigliere regionale con FdI) e il sindaco di Lesina Primiano Di Mauro. 

Una sconfitta maturata anche qui per la spaccatura interna del centrodestra, che si presentò con due candidati, finendo per regalare il successo all’avversario. Anche in quel a caso Fratelli d’Italia negò la disfatta attribuendo la sconfitta a “personalismi e interessi” di chi si sarebbe posto fuori dal perimetro della coalizione. Ma la realtà, anche in Capitanata, parla chiaro: una provincia pressoché ovunque  governata dal centrosinistra perché il centrodestra non riesce a trasformarsi in alternativa credibile, né unita né competitiva.

Sul fondo resta la gestione della macchina di partito: congressi trasformati in arene correntizie, autosospensioni, ricorsi, accuse, ogni nomina trattata come una micro-battaglia. E un dopo-voto fatto di riflessioni rinviate, responsabilità diluite, ciascuno intento a salvare il proprio pezzo di territorio.

Alla fine, l’immagine è quella di un partito tagliato in due, incapace di parlare a quel pezzo di Puglia che ha smesso di votare. Fratelli d’Italia avrebbe potuto essere il motore del rilancio del centrodestra pugliese; per ora è soprattutto l’amplificatore delle sue divisioni. E vien da chiedersi: sarà forse anche per questo che il centrodestra in Puglia non vince da vent’anni?
(Imma Ceci - l’Attacco)

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testatina dillo al direttore WEB

 

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