Mai uniti come in questo momento. Fratelli d’Italia fa scudo nei confronti della Premier Giorgia Meloni, in questa fase politica che rappresenta uno snodo cruciale non solo per la politica estera italiana, ma anche per gli equilibri interni in vista delle elezioni politiche del 2027. Il punto di partenza è la crisi in Medio Oriente. Il blocco dello Stretto di Hormuz – da cui transita circa il 20% del petrolio mondiale – ha provocato una riduzione significativa dei flussi energetici e un’impennata dei prezzi, con effetti immediati sull’economia europea. L’Italia risulta tra i Paesi più esposti: le stime parlano di un aumento dell’inflazione fino all’1,1% nel 2026, con ripercussioni dirette su famiglie e imprese. In questo scenario, ogni scelta di politica estera si traduce inevitabilmente in conseguenze interne. È qui che si inserisce la linea di Meloni: non allinearsi automaticamente agli Stati Uniti, mantenere una posizione autonoma e difendere gli interessi italiani ed europei. Una scelta che ha portato allo scontro diretto con Donald Trump, ma che allo stesso tempo ha rafforzato l’immagine di una leadership autonoma e determinata. Sul piano interno, questa postura sta producendo un effetto immediato: la costruzione di una narrazione di forza. Fratelli d’Italia ha fatto quadrato attorno alla presidente del Consiglio, costruendo un vero e proprio “scudo” politico a sua difesa. Il consenso, almeno nel breve periodo, appare compatto e in crescita. Per il capogruppo in consiglio regionale Paolo Pagliaro, “Giorgia Meloni sta dimostrando di anteporre l’interesse dell’Italia ad ogni altro, e di non avere timore reverenziale né sudditanza nei rapporti internazionali. A schiena dritta, la premier tiene il punto anche con l’alleato Trump quando non ne condivide le strategie politiche, senza per questo mettere in discussione l’unità dell’Occidente, oggi più che mai necessaria per far pesare l’Italia e l’Europa nello scacchiere internazionale e nella situazione di grave instabilità causata dal conflitto mediorientale. Quanto alle accuse della sinistra, dice Pagliaro, le giudico come il misero tentativo di screditare Giorgia Meloni e di strapparle qualche voto, sperando che la sua fermezza in politica internazionale possa scontentare l’elettorato di centrodestra più filo-americano e pro-Israele. Ma se ne facciano una ragione e si rassegnino ad un Meloni bis”. Dello stesso avviso la consigliera regionale Tonia Spina: “Giorgia Meloni non ha fatto alcuna marcia indietro, e questo dimostra carattere, forza e senso dello Stato”.
Spina insiste sulla dimensione nazionale della linea politica: “Non si tratta di posizioni personali, ma di una visione che appartiene al Paese. L’Italia vuole contare, vuole essere rispettata e rappresentata con dignità in Europa”. E sottolinea un elemento non scontato: “Ho notato con piacere anche il plauso di una parte della sinistra, perché quando si difende l’interesse nazionale non dovrebbero esserci divisioni ideologiche”. Non manca una critica all’opposizione: “La sinistra sta cercando di demonizzare il governo senza portare fatti concreti e senza proporre alternative reali. Intanto, però, l’azione dell’esecutivo sta dando risultati importanti, anche sul tema dei salari e del lavoro”. Infine, il richiamo alla dimensione europea: “Non vedo alcuna morbidezza nella linea della premier, ma coerenza. Questa è una crisi che riguarda tutta l’Europa e servono strategie comuni, abbordabili e condivise.
Blinda il cerchio Tommaso Scatigna, sottolineando come il consenso attorno a Giorgia Meloni resti solido, “apprezzato, dice, anche da quella parte che non la gradisce”. La tenuta del governo subito dopo l’esito referendario, afferma, “non è in discussione, anzi è indiscussa”. Secondo Scatigna, proprio il risultato delle urne per la riforma della giustizia abbia contribuito a “liberare il governo da zavorre” e a potenziare ulteriormente la credibilità della Premier è stata la sua determinazione in quella fase di “purificazione” necessaria, (il riferimento è alle dimissioni del ministro del turismo Daniela Santanchè dopo l’ultimatum impostole dalla Meloni). “Al di là degli scandali, evidenza Scatigna, il problema è stato l’imbarazzo generato da chi occupava ruoli strategici pur avendo situazioni personali delicate: chi ricopre incarichi istituzionali deve avere senso delle istituzioni e discrezione”. Un capitolo che Scatigna conclude anticipando che questo processo di rinnovamento non sarebbe ancora concluso.
Sul piano internazionale, il consigliere regionale evidenzia come Meloni abbia mantenuto una linea coerente sia nei rapporti con Israele sia nei confronti di Donald Trump, “ammorbidendola senza mai rinnegarla”, spesso “in solitudine rispetto oltre a forze politiche contrapposte anche ad un sistema mediatico spesso nemico”. Guardando al futuro, quello che guarda alle politiche del 2027, se c’è qualcosa che il governo Meloni potrebbe cambiare per confermare la sua leadership al governo è quello della riforma della legge elettorale. “Un ritorno al sistema che valorizzi le preferenze, come il Mattarellum”. Un’impostazione che, secondo Scatigna, potrebbe favorire una nuova partecipazione al voto e un rapporto più diretto tra eletti ed elettori”.
Basterà davvero solo questo, ci chiediamo noi, o saranno piuttosto i dati economici – più che le dinamiche geopolitiche – a orientare il giudizio degli elettori? Perché la storia insegna che, quando il pane manca, risposte di antoniettiana memoria, come la celebre “dategli le brioche”, non solo non bastano, ma possono segnare anche il destino di chi governa.
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