A San Severo, l’amministrazione guidata da Lidya Colangelo non è in difficoltà da qualche settimana, né da qualche mese. È in crisi permanente da circa un anno. Una crisi che si è manifestata a ondate, tra azzeramenti, dimissioni, scontri interni e silenzi istituzionali sempre più assordanti. Oggi quella crisi è solo più visibile, più rumorosa, ma non più profonda di quanto non fosse già nei mesi scorsi. E mentre il calendario scivola verso l’inizio del 2026, negli ambienti politici cittadini cresce la convinzione che gli equilibri costruiti nel 2024 siano ormai prossimi a una resa dei conti definitiva. Dentro questa crisi c’è un nome che torna sempre, come un filo rosso che lega ogni passaggio chiave: Giuseppe Manzaro. Non un assessore, non un consigliere, non un dirigente. Eppure, per lunghi mesi, l’uomo che ha esercitato il maggiore potere politico sull’amministrazione Colangelo. Il sindaco-ombra, come viene definito da tempo a San Severo, ma soprattutto lo spin-doctor che ha costruito la coalizione, ne ha determinato le scelte e ne ha condizionato gli equilibri fino a renderli fragilissimi. La storia di Manzaro non nasce con la vittoria elettorale, ma molto prima. Gennaio 2024 è il primo snodo decisivo. Sei mesi prima del voto, Manzaro capisce che il centrodestra locale è destinato a implodere e che l’unico modo per restare centrale è smettere di inseguire candidature ufficiali e iniziare a produrle. È in quel momento che stringe un patto politico con Rosario Di Scioscio, oggi assessore comunale, immaginando per lui una candidatura a sindaco sotto la sua regia. Un’operazione che però resta incompiuta, ma che serve a Manzaro per testare rapporti, fedeltà e margini di manovra. Molto più solido è invece il legame che costruisce con Pierluigi Marino. Non una semplice alleanza politica, ma un rapporto personale, quasi simbiotico. Marino diventa il terminale istituzionale, Manzaro il decisore reale. Attorno a questo asse prende forma una rete che si allarga progressivamente. Nel frattempo Manzaro lavora su due tavoli. Da un lato sostiene una candidatura leghista nel centrodestra, dall’altro prepara il terreno per una spaccatura controllata. I contatti con Roberto Marti, coordinatore regionale della Lega, e con Giandonato La Salandra, parlamentare di Fratelli d’Italia, diventano cruciali. È attraverso questi canali che Manzaro ottiene il lasciapassare politico per rompere gli schemi, ritirare simboli, costruire liste civiche, orientare partiti. Quando Anna Paola Giuliani decide di correre da sola e Rosa Caposiena presenta un progetto già strutturato, Manzaro individua la vera occasione in Lidya Colangelo. Isolata, senza una rete politica autonoma, sostenuta solo da Alessandra Spada, Colangelo appare come la candidata ideale. Priva di sponsor forti, ma bisognosa di sostegno. In altre parole, governabile.
La manovra riesce. Marti autorizza il ritiro del simbolo della Lega e la nascita della lista civica Prima San Severo. In Fratelli d’Italia l’asse La Salandra-De Leonardis prevale, isola la senatrice Fallucchi e indirizza il partito su Colangelo. Senza questo doppio movimento, la candidatura non avrebbe mai retto. È qui che Manzaro diventa il leader reale della coalizione. Non per investitura ufficiale, ma per controllo dei numeri e dei rapporti. Il ballottaggio è il suo capolavoro tattico. Manzaro si presenta agli incontri parlando apertamente per conto di Lega e FdI, rifiuta apparentamenti, rilancia, promette ruoli. Propone vicesindaci e assessorati, divide i tavoli, poi chiude tutto all’ultimo secondo con un accordo separato, sottoscritto a casa di Giuliani. Una mossa che gli consente di salvare tutto e tutti, ma che semina anche i germi delle future rotture.
Dopo la vittoria, Manzaro sceglie formalmente di restare fuori. Ma è una scelta solo apparente. È ovunque. Accompagna la sindaca alle riunioni, partecipa alle chat, orienta le decisioni. Nasce il gruppo dei Fantastici Cinque, il vero centro di comando dell’amministrazione. Colangelo è il volto istituzionale, Spada la garante degli equilibri, Di Scioscio il raccordo politico, Marino il braccio operativo. Manzaro è il regista. Il suo potere passa soprattutto dalle deleghe tecniche: lavori pubblici e urbanistica. Settori strategici, affidati a uomini a lui legati. È lì che si decide davvero, ed è lì che iniziano anche i problemi. Gli articoli de l’Attacco sui presunti affidamenti agli amici fanno saltare il banco. Colangelo entra in crisi, perde fiducia, teme di essere travolta. Parte l’azzeramento di aprile 2025, ma è un’operazione incompleta. Cadono alcuni, ma Marino resta. La cambiale politica verso Manzaro è troppo pesante da non pagare.
Il tentativo di rientro ufficiale di Manzaro fallisce per una presunta segnalazione bancaria per antiriciclaggio. Si arriva così al compromesso. Manzaro fuori formalmente, ma dentro politicamente. Da quel momento, però, individua un nemico preciso: Alessandra Spada, l’unica ad aver provato davvero a smantellare il sistema. La sua uscita dalla maggioranza segna il ritorno definitivo di Manzaro al comando. Da giugno 2025 in poi, Manzaro torna a guidare stabilmente la maggioranza, pur tra nuovi conflitti e nuove fratture. Litiga anche con Di Scioscio, ma mantiene il controllo delle scelte strategiche, delle relazioni e dei dossier più sensibili. Intanto l’amministrazione scivola in una crisi sempre più evidente, fatta di silenzi, paure e mancanza di una linea politica chiara. Ed è qui che il quadro si ricompone.
L’amministrazione Colangelo non è semplicemente attraversata da una fase difficile. È logorata strutturalmente, ostaggio dei debiti politici con cui è nata e delle figure che l’hanno resa possibile. Giuseppe Manzaro è stato il suo architetto, ma anche uno dei principali fattori della sua instabilità. Con l’avvicinarsi del 2026, gli equilibri sembrano destinati a saltare. Le fratture non sono più ricomponibili con rattoppi o compromessi. La crisi, che dura ormai da un anno, rischia di trasformarsi in qualcosa di irreversibile. E quando questo accadrà, una cosa sarà certa. Per capire la fine di questa esperienza amministrativa, bisognerà tornare all’inizio. E cioè a Giuseppe Manzaro.
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