Sono ore febbrili quelle che precedono l’annuncio della nuova giunta regionale pugliese. Il presidente Antonio Decaro è chiamato a chiudere, entro e non oltre lunedì 19 gennaio, un puzzle complesso, fatto di equilibri interni ai partiti, pesi territoriali, richieste romane e rivendicazioni locali. Una squadra che dovrà tenere insieme Pd, Movimento Cinque Stelle, civiche e alleati minori, senza lasciare troppe ‘mine vaganti’ fuori campo. E soprattutto senza scontentare chi, pur avendo raccolto consenso, è rimasto fuori dall’aula consiliare per una manciata di voti a causa di una legge elettorale che per molti andrebbe completamente riformulata. In questo scenario, accanto al risiko degli assessorati, prende corpo un altro livello di gioco: quello dell’organizzazione della Presidenza. È qui che entra in scena il Modello MAIA 2.0, la riforma dell’assetto organizzativo regionale che rischia di diventare il vero ammortizzatore politico della nuova stagione. Il MAIA nasce dieci anni fa, voluto dall’allora governatore Michele Emiliano, come struttura di supporto diretto al presidente, fondata su 21 consiglieri fiduciari. Un modello pensato per accompagnare le scelte politiche e amministrative più delicate. Oggi, con la versione 2.0, Decaro decide di diminuire notevolmente i consiglieri che scendono da 21 a 9 suddivisi tra cinque consiglieri politico-strategici e quattro giuridici ad alta specializzazione (costituzionale, amministrativa, economico-finanziaria). Sulla carta è una riforma improntata all’efficienza. Ma c’è un dato che continua a far discutere: la spesa complessiva resta invariata. Un dettaglio tutt’altro che secondario, perché alimenta il sospetto che il taglio numerico serva in realtà a valorizzare, anche economicamente, figure di primo piano chiamate a entrare nell’entourage presidenziale. In altre parole, il Maia 2.0 diventa lo spazio ideale per assorbire tensioni politiche e risolvere gli intricati incastri di una giunta che non può permettersi esclusioni eccellenti. A questo punto qualcuno potrebbe obiettare: fermi tutti! Esiste la legge Laricchia. La norma “anti-trombati” che dovrebbe impedire l’ingresso dalla finestra di candidati non eletti. Ma la verità è più articolata. Salvo l’intervento di legislatori e tecnocrati particolarmente arguti, capaci di individuare cavilli o interpretazioni estensive, la legge Laricchia non si applicherebbe alle nomine di fiducia del presidente della Regione. E le figure del MAIA rientrano esattamente in questa categoria. Non incarichi in enti strumentali o partecipate, ma ruoli fiduciari interni allo staff presidenziale, sottratti, almeno allo stato attuale, al perimetro dei divieti. È qui che tornano a circolare nomi pesanti.
Profili rimasti fuori dal Consiglio regionale per pochissimo, ma forti di consenso e curriculum: nomi come Lucia Parchitelli, con oltre 23mila preferenze, Fabiano Amati già assessore al bilancio e alla sanità per la lista Per, e qualcuno della lista Avanti Popolari con Decaro che pur non riuscendo a raggiungere il quorum per l’attribuzione del seggio, rivendica un posto di rilievo per l’apporto dato ai fini dello straordinario consenso registrato dalla coalizione Decariana. Tra questi Gianni Stea con una lunga esperienza assessorile nella giunta Emiliano, e Ruggiero Mennea, segretario regionale di Azione, già consigliere con delega al welfare, che tutti ricorderanno oltre che per l’attività consiliare anche per la famosa dichiarazione fatta da Antonio Decaro, durante la campagna elettorale quando chiese espressamente di votare per Mennea anziché per gli “scappati di casa” che altrimenti si sarebbe ritrovato con il rischio di doverli promuovere anche ad assessori. Mai parole furono più profetiche! E poi c’è il convitato di pietra, il “big dei big”: Michele Emiliano. Per lui si profila un ruolo che va ben oltre il simbolico. L’ipotesi è quella di un incarico di studio e ricerca, come consulente giuridico del presidente Decaro, con un trattamento economico paragonabile a quello di un capo dipartimento. Un vestito cucito su misura per occuparsi di dossier complessi, dalle crisi industriali alle grandi vertenze regionali. Il nuovo incarico regionale, che prevederebbe vincolo di esclusiva, dovrebbe essere autorizzato dal Consiglio superiore della magistratura. Ma torniamo ad occuparci della legge Laricchia, approvata come emendamento alla legge di bilancio regionale 2024. Una norma che introduce criteri stringenti per le nomine in agenzie regionali, Asl, enti partecipati e Cda, impedendo che questi incarichi diventino un premio di consolazione per candidati non eletti. Una legge che, nei fatti, non tocca la giunta e non incide sulle nomine fiduciarie del presidente, ma che si prepara a essere una vera e propria mannaia sulle partecipate. Durante l’intervista rilasciata ai microfoni de l’Attacco (l’intervista sarà pubblicata integralmente nell’edizione di domani), Antonella Laricchia afferma: “Avrei potuto rendere il testo ancora più specifico, ma così avrei attirato troppa attenzione e rischiato che non venisse approvato. È stato un escamotage necessario”. La legge, sottolinea, “non limita le prerogative del governatore, ma introduce criteri di trasparenza e merito. Serve a impedire che le agenzie e le partecipate diventino ricompense elettorali”. In tanto la politica corre. Sul fronte giunta, una tessera sembra ormai al suo posto: il cappello di Giuseppe Conte su Cristian Casili come rappresentante del Movimento Cinque Stelle, scelta che di fatto escluderebbe la foggiana Rosa Barone e la tarantina Annagrazia Angolano. Per la lista Decaro Presidente appaiono quasi certe Silvia Miglietta e Mariagrazia Starace. Nel Pd pesa la richiesta di Elly Schlein: almeno due donne tra i cinque assessori dem, che potrebbero essere la Ciliento e la Vaccarella. Restano in bilico nomi e deleghe, così come è fluida la situazione nelle civiche di Per la Puglia e in Avs. Le prossime ore saranno dunque determinanti per chiudere il cerchio tra soddisfatti e “rimborsati” (in qualche modo).
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