Liste d’attesa, sanità pugliese e primo atto della nuova giunta regionale guidata da Antonio Decaro. Il giudizio del nuovo gruppo consiliare in regione Puglia di Fratelli d’Italia è netto e senza sconti. In una dichiarazione congiunta, i consiglieri Paolo Pagliaro, Renato Perrini, Dino Basile, Tommaso Scatigna, Giampaolo Vietri, Tonia Spina, Andrea Ferri, Luigi Caroli, Antonio Scianaro, Nicola Gatta e Giannicola De Leonardis, denunciano: “La montagna non ha partorito neppure un topolino”. Decaro, si legge nella nota, avrebbe presentato come novità iniziative già previste da tempo o già sperimentate in passato senza ottenere risultati concreti. Dal monitoraggio delle prescrizioni diagnostiche alla revisione dell’intramoenia, passando per l’estensione degli orari di apertura degli ambulatori, tutte le misure sarebbero provvedimenti tampone incapaci di incidere sulle cause profonde del problema. Nella nota i consiglieri sottolineano come l’azione sia lasciata in gran parte alle singole ASL, con direttori talvolta scaduti nei loro mandati e con difficoltà organizzative evidenti. Secondo Fratelli d’Italia la narrazione del Presidente Decaro finisce per individuare come capro espiatorio gli stessi medici, dai medici di medicina generale agli specialisti, con accuse che vanno dalla scarsa produttività alla presunta volontà di realizzare visite private a fini di lucro. Non si può affrontare un tema così complesso, si legge ancora, senza una riforma strutturale, con risorse adeguate, coinvolgimento delle strutture sanitarie private accreditate e una visione di sistema che parta dal governo regionale e coinvolga tutti gli attori del servizio sanitario. Abbiamo voluto approfondire la questione con il senatore Ignazio Zullo, medico chirurgo e capogruppo di Fratelli d’Italia della Commissione Affari sociali e Sanità in Senato, che rispondendo alle domande de l’Attacco smonta l’impianto delle misure annunciate e accusa la nuova guida regionale di muoversi più sul piano della comunicazione che su quello delle riforme strutturali.
Senatore Zullo, il primo atto del neo eletto Presidente Antonio Decaro riguarda la riduzione delle liste d’attesa in sanità. Per Fratelli d’Italia è stato partorito un topolino”. Perché un giudizio così netto?
Perché siamo di fronte, ancora una volta, a provvedimenti tampone. Misure che possono forse produrre un beneficio immediato e molto limitato nel tempo, ma che non sono in grado di incidere strutturalmente su un problema complesso e stratificato come quello delle liste d’attesa. L’estensione degli orari di apertura, le sedute serali o nel fine settimana non risolvono nulla se non vengono inserite all’interno di una riorganizzazione complessiva del sistema sanitario regionale. E questa riorganizzazione è competenza esclusiva delle Regioni.
Il presidente Decaro parla di “inizio di un percorso” e chiama alla collabora zione tutti gli attori del sistema sanitario, pazienti compresi.
Mi permetta di dire che non c’è nulla di nuovo in queste misure. Non rappresentano affatto l’inizio di un percorso, perché esistono da anni. Già ai tempi della giunta Vendola, 11 anni orsono, furono adottati provvedimenti analoghi, che però non produssero risultati concreti e duraturi. Nel frattempo si è abbattuto sul sistema sanitario pugliese il piano di rientro, una vera e propria spada di Damocle che ha ulteriormente ridotto la capacità di risposta ai bisogni della collettività. A quel piano non hanno saputo rispondere né il governo Emiliano né Antonio Decaro. E soprattutto, Decaro non può chiamarsi fuori da quelle responsabilità.
In che senso Decaro non sarebbe estraneo a quelle scelte?
Perché all’epoca era sindaco di Bari e presidente della Conferenza dei sindaci dell’ASL Bari. Ha quindi partecipato direttamente ai processi decisionali che hanno contribuito a determinare le criticità che oggi tutti fingono di scoprire. Non si può oggi indossare i panni del riformatore quando per anni si è stati parte integrante del sistema che ha prodotto questi risultati.
Decaro ha insistito molto sul tema dell’appropriatezza prescrittiva, sostenendo che una quota significativa degli esami richiesti sia inutile. Su questo punto siete d’accordo?
Il tema dell’appropriatezza prescrittiva è reale e va affrontato con serietà, senza scorciatoie demagogiche. È evidente che esistano prescrizioni che potrebbero essere evitate, ma attenzione a trasformare una riflessione tecnica e clinica in uno slogan politico. Il nodo centrale non è colpevolizzare i medici, bensì mettere il medico nelle condizioni di lavorare bene.
Qual è, secondo lei, il vero nodo?
Il cuore del problema è il lavoro clinico in ambulatorio. Una corretta anamnesi, il tempo necessario per comprendere la natura del dolore del paziente, una semeiotica accurata e un esame clinico condotto con attenzione renderebbero molte prescrizioni superflue o comunque pienamente appropriate. Qui entra in gioco la professionalità del medico, la sua formazione e la sua esperienza. Detto questo non si può pensare di risolvere tutto con la criminalizzazione di un’intera categoria.
Quindi non basta aumentare gli orari e prevedere punizioni in caso di mancato adempimento alle regole del piano sperimentale di Decaro?
Assolutamente no. Le liste d’attesa sono il risultato di un sistema che coinvolge tutti: medici di medicina generale, specialisti, aziende sanitarie, management, sindacati, privato accreditato. È per questo che la vera rivoluzione in termini di efficienza sanitaria dovrebbe essere una strategia complessiva, guidata dal presidente della Regione, capace di coinvolgere tutti gli attori del servizio sanitario regionale. Una strategia che punti sulla qualità e sulla sicurezza delle prestazioni. Non dimentichiamo che lavorare fino alle 23 e poi entrare in sala operatoria la mattina successiva pone seri problemi anche in termini di performance e sicurezza per il paziente.
Cosa dovrebbe prevedere concretamente questa strategia?
Appropriatezza clinica, valorizzazione delle competenze professionali, riorganizzazione in chiave dipartimentale anziché per singoli reparti, un ruolo chiaro del management e delle aziende sanitarie nel controllo e nella valutazione dei risultati. E poi il coinvolgimento serio del privato accreditato, ampliando i budget, con un occhio attento alla regolamentazione dell’ALPI, l’attività libero-professionale intramuraria, che è soggetta a regole contrattuali precise.
Fratelli d’Italia contesta anche l’assenza di certezze sulle risorse economiche.
È un punto dirimente. Com’è stato già detto, le nozze non si fanno con i fichi secchi. Senza coperture finanziarie adeguate, questi piani restano annunci buoni solo per i titoli dei giornali. La sanità richiede investimenti strutturali, non solo buoni propositi.
Lei parla spesso di uno stile comunicativo più che di governo.
È lo stile Decaro: slogan ad effetto, comunicazione accattivante, ma poca sostanza. È lo stesso modello visto a Bari. Si rivendicano grandi opere che in realtà sono il frutto di ingenti finanziamenti statali o europei, ma la qualità di un’amministrazione si misura sui servizi quotidiani: rifiuti, decoro urbano, pulizia delle strade, sicurezza, vivibilità ed è qui che nascono i veri problemi di fronte ai quali è difficile gettare polvere negli occhi. Quando c’è apparenza senza essenza, siamo nel campo della nullità amministrativa.
Come sarà secondo lei la Regione Puglia a guida Decaro e cosa augura ai pugliesi?
Un presidente deve avere la possibilità di scegliere liberamente le persone che più ritiene idonee per l’attività di governo, ma sono anche dell’idea che è fondamentale il ruolo dei consiglieri regionali tutti, sia di quelli di opposizione che di maggioranza chiamati a svolgere appieno il proprio ruolo di organi di indirizzo e di controllo politico-amministrativo. Ricordiamoci infatti è che in loro potere esercitare funzioni legislative, di controllo e di rappresentanza democratica. Per quanto riguarda i pugliesi auguro che possiamo finalmente trovare risposte concrete ai problemi della nostra regione: sanità, rifiuti, desertificazione, mobilità, agricoltura, sostegno alle imprese e alla cultura, settore quest’ultimo che non può essere appannaggio di pochi ma deve ampliare la platea degli interlocutori. Dispiace constatare come ad oggi la società pugliese sembri assuefatta, incapace di ribellarsi all’inefficienza, e allora l’augurio sincero è che i pugliesi possano giudicare chi governa sui risultati reali e non sugli slogan.
E sulla giunta Decaro, come giudica la presenza di Michele Emiliano?
È la prova plastica che non esiste alcuna discontinuità. La presenza di Michele Emiliano è, a mio avviso, l’elemento che certifica in modo definitivo l’assenza totale di nuova visione politica e amministrativa. Altro che cambio di passo: siamo di fronte a una continuità piena, sostanziale, che riguarda il metodo di governo, le scelte strategiche e soprattutto l’impostazione del potere. Il cambio di guida è solo formale. Metodo, scelte e potere restano gli stessi. In Puglia non siamo davanti a una nuova stagione politica, ma alla prosecuzione della precedente, con ruoli diversi ma con lo stesso identico risultato. Nel duo Emiliano-Decaro c’è e ci sarà sempre un burattinaio e il suo burattino”.
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