Sollevare il velo delle contraddizioni della lotta alla mafia tra sprechi, pregiudizi dannosi ed errori clamorosi è l’obiettivo del nuovo libro partorito dal docente e condirettore del Corriere dello Sport Alessandro Barbano dal titolo “L’inganno” ed è anche una delle principali finalità che il ciclo di incontri promosso dal quotidiano l’Attacco vuole perseguire aprendo a un dibattito pubblico con personalità del mondo politico e giuridico.
D’altronde anche Foggia, così come tanti altri comuni di Capitanata, è stata raggiunta dall’istituto dello scioglimento dei Comuni. Ma quanto davvero sia servita questa risposta? Quanto ha giovato, sempre che l’abbia fatto, sull’apparato amministrativo cittadino? Ecco che il libro di Barbano vuole essere un viaggio drammatico al cuore di un sistema invasivo e dispotico che si è insinuato nella democrazia in nome di una retorica dell’emergenza, cancellando le differenze tra eccezione e ordinario, tra rispetto delle istituzioni e abuso di potere, lasciando credere che con la legge penale si possa fare ogni cosa. Ma è davvero così?
A queste annose domande hanno cercato di rispondere gli ospiti dell’incontro organizzato sabato mattina dal quotidiano l’Attacco, una mattinata che ha visto la folta partecipazione tra cui quella dell’ex Sindaco di Manfredonia Angelo Riccardi, il cui Comune venne sciolto per mafia nel 2019. “Questi provvedimenti nascono per essere straordinari e preventivi ma in Italia sono diventati consuetudine, ordinari e sanzionatori – dice –. Il giudice a cui noi affidiamo un giudizio insufficiente, sia per lo scioglimento che per l’interdittiva, è strettamente legato al Governo. Parliamo quindi di provvedimenti di natura ‘politica’, sono vere operazioni di marketing istituzionale che lo Stato attua quando non arriva con i propri mezzi. Una debolezza che pagheremo anche sul piano economico, almeno nella nostra provincia. Credo che ci sia un potere trasversale che vada al di sopra degli aspetti politici, esiste un dipartimento al Ministero degli Interni che decide chi deve morire e chi no. Un solo voto determina la morte di imprese e comunità nell’assoluto silenzio di tutti, a partire dai nostri parlamentari. Quanta gente non verrà ad investire qui perché siamo ‘mafiosi’? Qualcuno mi sa dire se in Italia, nei suoi tanti comuni sciolti, c’è anche un solo componente delle varie commissioni di accesso che hanno governato le città per almeno due anni che si è macchiato di abuso d’ufficio o è stato sotto processo? Ho fatto denunce presso la Procura di Foggia rispetto a fatti gravi avvenuti a Manfredonia, come episodi di lottizzazione abusiva – rincara Riccardi – sapete cosa è accaduto dopo? Tutto insabbiato. Perché i più grandi investimenti in Puglia si racchiudono dentro un preciso triangolo che coinvolge Bari, Brindisi e Taranto? Il 94% delle imprese colpite da interdittiva fallisce; gli scioglimenti dei consigli comunali non determinano operazioni bonifica. Questo, si sa, è un dato di fatto.
“Lo scioglimento del comune è nato in una stagione emergenziale a seguito di alcuni gravi attentati da parte della mafia stragista che aveva trasformato l’Italia in un campo militare, per cui erano stati fatti una serie di interventi legislativi nei vari settori penitenziari, di diritto penale e di prevenzione. Uno di questi fu lo scioglimento dei comuni – commenta Salvatore Russetti, ex giudice di Corte d’Appello – quando si parlava di emergenza sopravvenne una sentenza divenuta celebre in materia, assunta dalla Corte Costituzionale nel 2013 per cui lo scioglimento del consiglio comunale sarebbe un provvedimento che nella sua eccezionalità sacrifica in modo netto ben due principi costituzionali: quello di autonomia degli enti locali (art 214 della Costituzione) e quello della sacralità del diritto civile al voto (art 28 della Costituzione) – aggiunge Russetti – un micro apparato di elezione che viene di fatto sostituito secondo loro ‘per periodi limitati’. Dunque la temporalità giustifica la eccezionalità del sacrificio costituzionale. Ma cosa significa davvero temporalità? Su una consiliatura che dura cinque anni, la legge prevedeva 12 mesi – estendibili a 18. Oggi arriviamo a 24, come avvenuto nella maggior parte dei casi di scioglimento. E non finisce qui: perché a questo tempo si aggiunge un altro periodo intervallare di circa tre mesi e più per decidere l’indizione di nuove elezioni, arrivando così a toccare quasi 26/28 mesi. A Foggia, per citarne uno, si arriverà a 29 mesi. Di quale temporalità stiamo parlando?”
“Barbano è un garantista, non è una persona antisistema, per essere chiari, è un uomo che ha avuto il coraggio di scrivere un libro che consiglio a tutti di leggere – esordisce il direttore de l’Attacco Piero Paciello – perché racconta la deriva illiberale degli ultimi 30 anni in Italia, di come la legislazione antimafia è stata piegata a quella che lui chiama l’avanzata dell’eccezionalismo, una pratica di sospensione delle regole dello Stato di diritto. E questo accade perché divenuta trionfante quella volontà di potenza del codice antimafia. Quello con Barbano è il quarto degli incontri che promuoviamo da qualche anno sul tema ‘la cosa che chiamano mafia’ – aggiunge – proprio perché da un giorno all’altro questa provincia si è scoperta mafiosa a seguito dei cinque scioglimenti dei consigli comunali e di una raffica di interdittive che ha colpito il sistema imprenditoriale territoriale. Ebbene ci siamo convinti che questa quarta mafia sia una sorta di narrazione, non perché sottovalutiamo la ferocia e lo spessore degli ambienti nostrani criminali, sotto gli occhi di tutti. Dobbiamo però fare chiarezza, perché quando la mafia si trasforma in ‘le mafie’ tutto diventa indistinguibile. Da qui la necessità di informarsi, non si può continuare con le solite passerelle di una cultura della legalità costruita e incardinata sul nulla. Perché niente cambierà finché non raccontiamo ciò che è accaduto nel Mezzogiorno negli ultimi 30 anni, della rottura di quel patto sociale che ha portato ad un declino strutturale di questo territorio in cui si sono insinuate le batterie della criminalità”.
Secondo Barbano questa legislazione resisteva perché riusciva ad incastrare più interessi, come quelli della magistratura inquirente, di settori forti della burocrazia prefettizia e di loro amici amministratori giudiziari, forte di una complessiva subalternità del ceto politico, di network e associazioni.
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