Che tutta l’area del Subappennino daunio, compresa la zona su cui insiste l’invaso di Occhito sia fragile non è un mistero per tutti i geologi, non solo per Vincenzo Troncone, campano di origine ma bovinese di adozione e quindi iscritto all’Ordine dei geologi di Puglia.
Lo conferma anche Giovanna Amedei, presidente regionale dell’Ordine da sempre in prima linea nella promozione di azioni che contengano i rischi del dissesto idrogeologico.
“Tuttavia sento di dire in premessa che siamo lontani anni luce da scenari che rievocano tragedie del passato per ciò che ci riguarda”, le prime parole di Amedei raggiunta telefonicamente da l’Attacco per un suo commento sui temi posti su queste colonne.
“Resta comunque il fatto che parliamo di una zona di forte sensibilità geomorfologica proprio per le caratteristiche geolitologiche del terreno. Questo implica che la zona andrebbe attenzionata – ha aggiunto la geologa -. Dopodiché dobbiamo fare un distinguo tra le frane e la diga. Certamente i due sistemi sono legati ma vanno affrontati in maniera separata. Oggi, per quanto riguarda la diga, stiamo affrontando un periodo di forte crisi idrica e quindi diciamo che l'invaso in questo momento storico non ha acqua. Tanto è vero che l'Acquedotto pugliese ha dovuto abbassare la pressione dell'acqua potabile. Tale decisione si è resa necessaria poiché lo stesso Osservatorio permanente dell’Autorità di bacino distrettuale dell'Appennino meridionale ha aumentato il livello di severità idrica per il potabile da basso a medio. Purtroppo la mancanza di precipitazioni e le temperature elevate, nonostante la stagione autunnale, stanno mettendo in seria difficoltà sia le falde naturali che i bacini artificiali. Siamo ormai ai minimi storici e se continua questo trend a breve potrebbero essere a secco anche i rubinetti delle nostre case. Negli ultimi anni l'effetto del cambiamento climatico ha portato ad un abbassamento della capacità idrica anche della diga di Occhito, cioè c'è meno acqua rispetto a quella che è la capienza massima”.
Questo però non azzera il rischio che caratterizza la zona.
“Una frana può interessare direttamente la diga e creare delle tracimazioni più o meno importanti, a seconda della quantità d’acqua che si trova in quel momento nell’invaso ma ovviamente non siamo in grado di prevedere con assoluta certezza se e quando un movimento franoso possa avere inizio, così come non possiamo sapere se ci sarà più o meno acqua in diga quando ci sarà una frana. Bisognerebbe ovviamente fare degli studi ad hoc per prevedere con maggiore precisione il fenomeno, calcolare cioè la quantità d’acqua che fuoriuscirebbe in relazione ai metri cubi di materiale che potrebbero franare all'interno della diga. Anche per fugare ogni possibile allarmismo. Come dicevo siamo molto lontani da certi scenari. Anche perché la costruzione della diga è stata preceduta da studi alla base dei quali si è poi proceduto alla sua realizzazione”.
Detto questo, i cambiamenti climatici sono sicuramente variabili nuove di cui tenere conto.
“Non solo l’effetto delle sempre più frequenti piogge intense ma anche i lunghi periodi di caldo eccessivo che inaridiscono quel tipo di terreno provocano ulteriori rischi. E’ anche questo repentino alternarsi di fenomeni meteo che può dare più problemi. Da qui l’importanza di monitorare le aree interessate. Da tempo noi geologi sottolineiamo la necessità di interventi mirati di messa in sicurezza e consolidamento delle zone a rischio”.
Di questo in Puglia se ne occupa il commissario di governo per il dissesto idrogeologico con una struttura sua propria. Su queste colonne gli amministratori pubblici hanno invitato ad un maggiore coinvolgimento proprio gli enti locali, per la conoscenza diretta di esigenze e problematiche peculiari delle comunità e delle caratteristiche orogeografiche della zona.
“Anche noi geologi del territorio possiamo vantarci di avere una sensibilità e una conoscenza approfondita delle nostre aree di provenienza – ha aggiunto la presidente dell’Ordine -. Il problema di base, che noi come Ordine professionale denunciamo ormai da anni è che abbiamo un territorio che per oltre il 90% è in dissesto idrogeologico, la provincia di Foggia in modo particolare perché appunto comprende la zona del Subappennino che presenta numerose frane. Quello che diciamo in pratica è che bisogna iniziare a fare progettualità, non puntuali ma su ampia scala: bisogna studiare i fenomeni, comprendere quali sono le cause naturali, che sono già insite nella natura del terreno e quali sono le cause secondarie, che possono risiedere appunto nel cambiamento climatico, che provoca non solo precipitazioni abbondanti ma anche periodi di siccità molto lunghi come è accaduto quest’estate e ancor in autunno. Se non si agisce in questo modo si finisce per eseguire interventi a macchia di leopardo, un provvedimento a monte è inutile se non è accompagnato da uno a valle, per fare un esempio. Tutto per giungere all’obiettivo ultimo che è quello di mettere in sicurezza il territorio e la popolazione che lo abita considerando gli effetti a breve e lungo termine”, ha concluso Amedei.
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