Il tumore al pancreas è una neoplasia tra le più gravi per una serie di questioni: è più difficile la cura; si manifesta solo quando è diventato di dimensioni tali da espandersi. Le cellule tumorali si diffondono con grande rapidità, andando spesso a intaccare fegato e polmoni. La ricerca sta facendo passi in avanti e restano importanti gli stili di vita. Argomento scientifico, attenzionato da Aldo Ummarino, che sta completando un dottorato di ricerca e, attualmente è all’Harvard Medical School di Boston, proprio per individuare nuove strategie terapeutiche per il cancro del pancreas.
Il dottor Ummarino è di Lesina e ha conseguito la laurea in Medicina all’Università di Foggia. Già da studente di scuola media ha respirato l’aria della ricerca in Agorà-Scienze Biomediche e introduce, così, l’argomento a l’Attacco: “Ho deciso d’intraprendere un percorso di dottorato di ricerca in Humanitas University a Milano, sotto la supervisione della professoressa Paola Allavena e la direzione scientifica del professor Alberto Mantovani. La scelta di proseguire la ricerca preclinica piuttosto che dedicarmi alla cura dei pazienti è derivata dalla mia militanza nell’associazione Agorà-Scienze Biomediche, una realtà straordinaria della Capitanata che promuove il valore della ricerca scientifica fin dalla tenera età e che ho l’onore di esserne vice presidente dal 2016. Il mio progetto di dottorato, finanziato dall’Associazione Italiana per la Ricerca sul Cancro (AIRC), si focalizza sull’individuare nuove strategie terapeutiche per il cancro del pancreas, una patologia di difficile diagnosi e causa importante di morte oncologica. In particolare, il nostro approccio è quello di ‘manipolare’ il sistema immunitario per far sì che, da un lato, possa riconoscere ed eliminare le cellule tumorali; dall’altro, di fornire una memoria immunologica (simile a quella ottenuta con i vaccini) contro lo sviluppo di recidive”.
Ummarino entra nel merito: “L’immunoterapia in campo oncologico consiste nello sfruttare le difese immunitarie dell’organismo per riconoscere ed eliminare le cellule tumorali. Ogni giorno, infatti, il nostro sistema immunitario ‘sorveglia’ l’organismo, riconoscendo ed eliminando prontamente eventuali cellule tumorali che si possono formare in maniera casuale. Tuttavia, qualcosa talvolta va storto e il tumore riesce ad evadere la sorveglianza immunitaria riuscendo a formare una massa significativa in grado di crescere e di diffondersi in altre parti dell’organismo. Negli scorsi decenni diversi gruppi di ricerca, tra cui quello del prof. Mantovani, hanno dimostrato come le cellule tumorali imparino a spegnere le risposte delle cellule immunitarie, creando nel tumore un microambiente immunosoppressivo, che gli permette di crescere indisturbato. Tuttavia, le cellule immunitarie sono ancora lì e hanno tutto il potenziale di rimuovere ancora il tumore”.
Quindi, serve dargli i segnali giusti. “Nel 2018, James Alliston, Nobel per la Medicina per aver scoperto che alcune cellule immunitarie, i linfociti T, possiedono sulla loro superficie dei segnali di ‘stop’ che il tumore sfrutta per spegnere la loro risposta. Bloccando la comunicazione tra il tumore e i linfociti T con dei farmaci specifici, si può evitare che gli stessi si spengano e che riconoscano e uccidano le cellule tumorali. Questi farmaci sono in commercio (inibitori dei check-point immunitari) ed hanno rivoluzionato la gestione oncologica di molte patologie, tra cui il melanoma e alcune forme di cancro del polmone. Proprio per scoprire come questi farmaci agiscono e modulano la risposta immunitaria ho deciso di recarmi, per alcuni mesi, all’Harvard Medical School di Boston nel laboratorio del professor Ivan Zanoni, esperto mondiale nel campo dell’immunologia. Il mio soggiorno a Boston, finanziato con un travel grant dall’azienda Boehringer Ingelheim Fonds, mi permetterà di esplorare il ruolo delle singole cellule immunitarie e delle molecole da esse prodotte nella risposta antitumorale. Con questa conoscenza, potremo avere un quadro più chiaro sul funzionamento di queste terapie, rendendo più agevole un eventuale ingresso in studi clinici che ne possano dimostrare l’efficacia e la sicurezza su larga scala”.
Le conclusioni di Ummarino: “Per questo, la mia ricerca si occupa di trovare delle strategie alternative andando a colpire i macrofagi associati al tumore, la principale componente immunitaria presente in quelli solidi. I macrofagi associati al tumore, lo aiutano a crescere e a metastatizzare. La ricerca mostra però che essi possono essere modulati, così come fatto già per i linfociti T, in modo da re-imparare a riconoscere e rimuovere le cellule tumorali. Le speranze per il futuro sono molte: la popolazione italiana è sempre più anziana e le malattie oncologiche sono per lo più legate all’età avanzata”.
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