Hanno fatto discutere i numeri resi pubblici dalla Asl Foggia nell’ambito del Piano di recupero delle liste d’attesa il cui aggiornamento è stato chiesto di recente dalla Regione Puglia. A destare le maggiori perplessità la quantità di prestazioni ambulatoriali che l’Azienda ha dichiarato di avere in sospeso al 1 aprile: circa 95 mila. Per alcuni osservatori si tratta di un numero particolarmente elevato. Purtroppo non è possibile fare paragoni con i dati dei precedenti piani, in particolare nei periodi pre Covid, redatti dalla Asl Foggia che, pur se pubblicati, non riportano cifre utili a fare analisi più approfondite. Non è facile neppure trovare in rete i dati regionali; spulciando gli albi pretori delle altre Aziende sanitarie pugliesi sono stati trovati con facilità i programmi di recupero liste d’attesa per le province di Bari e Bat. Il raffronto con la prima è apparso subito impossibile da fare, per via di una serie di criteri (numero di abitanti e di strutture sanitarie sul territorio, tanto per citare i più significativi) che pongono le due realtà territoriali su piani totalmente diversi. Più agevole invece il confronto con la vicina Bat che, seppure più piccola, presenta caratteristiche simili alla Capitanata.
La direzione strategica della Asl Bat ha dichiarato di avere circa 53 mila prestazioni, quasi la metà rispetto a Foggia, a fronte di poco più di un terzo in meno di abitanti presenti sul territorio. In base a questo raffronto, seppure sommario, effettivamente appare alto il numero di prestazioni che la Asl Foggia ha nelle agende del Cup.
Altra perplessità su cui ci si è interrogati è il ricorso alle cliniche private per i drg chirurgici. La Asl ha reso noto che nel corso del IV trimestre 2022 sono stati erogati in prestazioni aggiuntive per abbattimento liste di attesa Drg chirurgici sia da parte dei presidi ospedalieri della Asl che dalle strutture private accreditate: 118 ricoveri ospedalieri chirurgici negli ospedali aziendali; 558 nelle strutture private accreditate. Le prestazioni da erogare entro fine anno ammontano a 457, che saranno recuperate con attività del pubblico e del privato, almeno 76 a bimestre. “In genere si dovrebbe fare riferimento al pubblico in via prioritaria e poi al privato, anche perché bisogna fare i conti con i tetti di spesa che fissa la Regione e che non sono stati ritoccati”, il commento di alcuni di coloro che non considerano la formula adottata idonea ad abbattere le liste d’attesa.
Il Piano della Asl prevede il ricorso alle prestazioni aggiuntive per recuperare le attività rimaste in sospeso, almeno per il 50%. Anche su questo sono sorte delle perplessità, soprattutto in ambito sindacale. I dubbi riguardano le coperture per assicurare idonei compensi ai sanitari che vorranno lavorare oltre i normali orari di servizio. Se da un lato la Regione ha annunciato lo stanziamento di 30 milioni per portare a termine il programma, dall’altro sorgono timori rispetto al recupero delle risorse e la tariffa che dovrà essere applicata.
Autorevoli ex manager della sanità pubblica, contattati da l’Attacco, hanno espresso il loro parere in merito ai dubbi manifestati.
In premessa è stato ricordato che il fenomeno delle liste d’attesa molto lunghe è endemico in Puglia, in particolare in provincia di Foggia e dipende da almeno due fattori: la carenza di medici e il tempario delle prestazioni specialistiche (la durata che viene assegnata alle visite a cui i medici dovrebbero attenersi, ritenuta da molti osservatori inadeguata e da riformare). Di fatto è un cane che si morde la coda, per questa serie di ragioni non si può pensare che si sia di fronte a numeri in eccesso, secondo l’esperto.
“I numeri che dovrebbero allarmare – è stato fatto notare – riguardano piuttosto le operazioni chirurgiche, ciò che dice quel Piano è che gli ospedali della provincia sono finiti per diventare dei cronicari, se un presidio ospedaliero su 9 mila ricoveri fa interventi chirurgici ordinari o ambulatoriali, se non di minore complessità, magari in maniera intermittente (perché manca l’anestesista) e senza posti letto in reparto, non si giustifica il fatto di tenere in piedi una struttura complessa per fare attività che potrebbero essere fatte in ambulatorio”. In altre parole gli ospedali si stanno trasformando in Rsa in cui vengono ricoverati, per l’appunto, i malati cronici, per lo più anziani.
“Tutto questo però non ha niente a che fare con le liste d’attesa. Come poco o nulla ha a che fare la telemedicina che nel Piano è individuata come uno strumento per contenere i tempi d’attesa. In realtà la telemedicina sarebbe molto più utile per ridurre i ricoveri, laddove il sistema sia in rete con l’attività dei medici di medicina generale. Parliamo tuttavia, da quello che evidenzia il Piano della Asl stesso, di un qualcosa in itinere, che deve ancora andare a regime. Ma quand’anche lo fosse a breve, non servirebbe per contenere le liste d’attesa, come detto. Piuttosto avrebbe una sua utilità nel ridurre i costi legati ai ricoveri, considerato che un giorno in ospedale costa 800 euro pro capite, mentre il servizio di telemedicina che copre una certa fascia di popolazione costerebbe non più di 30 mila euro l’anno e garantirebbe il monitoraggio degli utenti h 24, 7 giorni su 7”.
Più utile potrebbe essere, a parere dei tecnici interpellati, incentivare i medici nell’attività intramoenia, riducendo la percentuale della tariffa destinata alla Asl con una conseguente maggiore remunerazione a favore degli specialisti.
“Quanto alla carenza di medici, nel documento l’Asl fa sapere di aver perso nel triennio 2019-2022 nella specialistica ambulatoriale 528 ore per pensionamento di medici dipendenti, c’è da chiedersi come mai questi medici non siano stati sostituiti, anche se è noto che spesso per le Aziende che devono tenere in ordine i conti, i pensionamenti rappresentano un po’ un modo per risparmiare. A parte questo però sarebbe utile sottoscrivere convenzioni con altre Asl pugliesi (o extra regionali) non solo per far erogare le prestazioni che non si riescono ad eseguire qui ma anche per farsi mandare gli specialisti di cui siamo carenti. Abbattere le liste d’attesa però non ha una soluzione univoca, questo va detto, serve un insieme di provvedimenti che incidano in maniera determinante sul problema”.
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