C’è una donna e mamma di due bambine, di 38 anni, che a Lucera da qualche mese ha iniziato il suo doloroso percorso di chemioterapia, e come le era stato detto alla vigilia dei trattamenti, ha perso i capelli quasi subito. Prima ha reagito indossando una parrucca e soprattutto un sorriso sempre in bella evidenza quando si presentava nelle occasioni pubbliche, magari a scuola dalle bambine oppure nella attività quotidiane fuori di casa, poi ha deciso di lasciar perdere, e ha deciso di mostrare la sua attuale versione della testa caratterizzata da peluria rada e discontinua, senza volume e colori, se non un grigio opaco e spento. Ma il sorriso è rimasto, anzi è diventato anche più brillante, parzialmente smorzato quando ha saputo che solo a Foggia sarebbe stata installata una macchina dotata di due caschi refrigeranti che possono essere di grande aiuto proprio contro la quasi inevitabile alopecia che consegue dai cicli di farmaci. Lei stessa ne viene sottoposta all’ospedale Lastaria di Lucera, la cui struttura di Oncologia rappresenta (purtroppo) un affollato terminale di circa 500 pazienti, provenienti anche da altre province pugliesi e regioni limitrofe, capaci di “generare un fatturato” che sarebbe praticamente lo stesso registrato nel capoluogo.
E ancora di più è montata la rabbia quando dagli stessi ambienti sanitari è spuntata fuori la circostanza che a Casa Sollievo della Sofferenza, pur disponendo di una sola unità specialistica, di quelle apparecchiature ne sono arrivate addirittura due.
La mamma lucerina non ha voglia di parlare direttamente, ma i suoi occhi raccontano da soli la frustrazione e la rabbia per non aver avuto la possibilità di fruire di un presidio che magari non avrebbe funzionato su sé stessa. Tuttavia non ci vuole un esperto della materia per capire che andrebbe fatto tutto quanto il possibile per lenire le ferite mentali di una persona che sta attraversando un periodo particolare e delicato della propria esistenza, soprattutto nel caso delle donne che ovviamente ripongono maggiore attenzione nella propria capigliatura come fattore estetico legato al benessere psico-fisico e quindi al miglioramento della qualità della vita. E se si considera che la patologia di riferimento è spesso il tumore alla mammella, allora ne discende facilmente che il numero di potenziali utenti sia tutt’altro che trascurabile.
Del resto, basta fare una passeggiata davanti alla struttura diretta dal dottor Maurizio Di Bisceglie per sentire pareri e registrare posizioni tutte concordanti: “Nulla da dire che arrivi una Foggia un apparecchio del genere, ma ci pare di aver capito che Lucera, e quindi noi che siamo in tanti, ancora una volta non viene presa in considerazione. Questa cosa è desolante, tanto più nella nostra condizione di malati”.
L’apparecchiatura consiste praticamente in un copricapo che genera un raffreddamento e quindi una vasocostrizione del cuoio capelluto, nel periodo in cui il paziente viene sottoposto a trattamento con farmaci che possono provocare perdite tricologiche. Proprio la vasocostrizione, infatti, consente di far arrivare meno quantità di farmaci alla base dei capelli, riducendo quindi le conseguenze negative che molte donne (ma anche uomini) temono.
“Dobbiamo solo essere più attenti e precisi anche su questi percorsi di umanizzazione – ha dichiarato martedì, in occasione della presentazione del macchinario, il direttore generale del Policlinico, Giuseppe Pasqualone – perché il paziente oncologico ha bisogno di essere coccolato in tutte le fasi. È questo che fa la differenza a favore della persona nella sua totalità e su cui è sempre alta l’attenzione per il Policlinico”.
Ecco, appunto, il Policlinico. Detiene anche il nosocomio di Lucera, ma sembra più sulla carta che nella sostanza, nonostante i concetti di “umanizzazione delle cure” vengano esposti in ogni occasione possibile, ma evidentemente a zone geografiche. E questo caso dell’Oncologia è solo l’ultimo di una serie di lamentele che arrivano dall’ex ospedale indipendente. Tuttavia è possibile che a determinare questa situazione, sia anche l’assenza di una vera e propria associazione che si occupi anche a Lucera in pianta stabile di questioni legate alle cure oncologiche. In altri termini, i pazienti non hanno rappresentanza “politica”, se non quella sanitaria del personale che lavora nel reparto, riscuotendo sempre grandi apprezzamenti.
Lo si capisce anche dal percorso economico e amministrativo che ha portato a questa assegnazione, perché la Regione Puglia ha finanziato con appositi 500 mila euro l’acquisito di undici macchinari, assegnandoli poi nelle strutture che hanno un’unità di cura chemioterapiche. Evidentemente non tutte, però, nonostante le dichiarazioni di chiara soddisfazione dei padrini politici dell’operazione, vale a dire i due assessori di Capitanata.
“Saranno potenziate Breast Unit e unità operative di Oncologia regionali - ha riferito Rosa Barone che ha la delega al Welfare – e così raddoppieranno la dotazione passando da 18 postazioni ad un totale di 40. Per il Policlinico di Foggia è la prima volta in assoluto”.
“E’ un presidio non garantito dal Servizio sanitario nazionale – ha detto invece l’assessore al Bilancio, Raffaele Piemontese - ed è una grande conquista a fronte di un impegno economico assunto nel bilancio autonomo regionale, sulla spinta di un mio emendamento alla Legge di Bilancio 2022. Ora ogni servizio di oncologia medica pugliese si sta dotando di un numero minimo di due caschi a reparto”.
Tuttavia così non è, e chissà se non si faccia in tempo ancora a integrare la carenza, riparando a una lacuna che nessuno ha spiegato ufficialmente.
E a proposito di riparazioni, non ci sono novità positive a proposito dell’ascensore inaccessibile da anni a servizio della stessa Oncologia di Lucera, perché al terzo piano ne arriva solo un altro, tuttavia insufficiente per le esigenze generali, visto che dentro ci finisce chiunque, dal personale addetto alle pulizie ai carrelli per i pasti. Lo usano anche i pazienti, ma essendo spesso occupato, succede pure che siano costretti a fare le scale a piedi, invece di attendere diverso tempo al piano terra.
Da quanto trapelato da Viale Lastaria, l’impianto sarebbe anche funzionante, ma mancano i documenti a corredo che sarebbero andati incredibilmente smarriti, per cui per rimetterlo in moto è necessaria una nuova omologa da parte di una ditta specializzata che deve rilasciare un libretto e il resto del dossier che certifichi la sua installazione, il suo montaggio e il suo funzionamento con i dovuti requisiti di efficienza e sicurezza.
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