La fibrillazione atriale (F.A.) è l’aritmia più diffusa nella popolazione e la sua prevalenza tende a crescere con l’aumentare dell’età. Si parla di fibrillazione atriale quando l’attivazione elettrica degli atri deriva dalla circolazione continua e caotica dell’impulso lungo la parete atriale: l’atrio non si contrae più in maniera coordinata ma, appunto, fibrilla. Il nodo atrioventricolare riceve dall’atrio moltissimi impulsi ed esercitando una funzione di filtro, ne trasmette ai ventricoli un numero limitato, che corrisponde alla frequenza cardiaca rilevata durante l’elettrocardiogramma. Attenzione ai sintomi. Le palpitazioni: sono la percezione di un battito accelerato o irregolare. Vengono spesso descritte come ‘batticuore’, o colpi o sfarfallio nel torace, o improvvise sensazioni di ‘vuoto’ al torace o allo stomaco. L’astenia: mancanza di forze, incapacità di fare cose che si sono sempre fatte senza fatica. La dispnea: difficoltà di respiro, soprattutto sotto sforzo. Segue la mancanza di respiro anche a riposo, che indica una compromissione circolatoria più importante. Il dolore o peso al torace, devono condurre il paziente a una pronta valutazione specialistica.
A l’Attacco, entra nel merito Mario Fanelli, specialista in malattie dell’apparato cardiovascolare, dirigente medico presso l’UOC di Cardiologia-Utic-Riabilitazione cardiologica, Asl Fg, del presidio ospedaliero “Teresa Masselli-Mascia” di San Severo: “La fibrillazione atriale è uno dei disturbi più comuni del cuore. Si tratta dell’aritmia prevalente negli accessi di Pronto soccorso e comporta un rischio di ictus aumentato da 3 a 5 volte. In questo setting di pazienti la terapia farmacologica con i nuovi anticoagulanti orali costituisce, in ogni caso, una pietra miliare per la prevenzione dell’ictus. Lo stesso non può dirsi della terapia farmacologica antiaritmica che si è rivelata avere un’insufficiente successo per il controllo di questa aritmia”.
“Lo scarso successo della terapia farmacologica ha spinto ad esplorare strategie alternative – ha continuato lo specialista -. In particolare, recenti studi hanno dimostrato l’efficacia/superiorità della strategia ablativa in pazienti con fibrillazione atriale parossistica-persistente e più recentemente in pazienti con fibrillazione atriale cronica permanente. Le percentuali di successo a lungo termine sono valutabili intorno al 90% per le F.A. parossistiche e persistenti ed intorno al 7% per le forme permanenti. Nonostante gli enormi sforzi dei ricercatori, i meccanismi sottostanti alla F.A. restano in larga parte sconosciuti e varie sono le tecniche ablative esplorate anche se tutte incentrate sul principale obiettivo: isolare le vene polmonari, ritenute la sede principale dell’elettrogenesi dell’aritmia dall’atrio sinistro, creando un tessuto cicatriziale”.
Operazioni di rilievo e novità: “Trascurando i trattamenti chirurgici, pur se con alcune variabili specifiche basate su mappaggio e tecnologie di supporto innovative non sempre disponibili, le tecniche transcatetere più comuni fanno riferimento all’ablazione termica con applicazione di radiofrequenze (caldo) e/o alla crioablazione (freddo). Il risultato finale sarà sempre quello di creare un tessuto cicatriziale intorno all’ostio delle vene polmonari – ha continuato il dottor Fanelli -. Nuove tecniche non termiche ed altre come applicazione di cateteri multielettrodi, elettroporazione e radioablazione sono in corso di studio e valutazione”.
Un altro aspetto importante: le recidive di FA: “Sono sostanzialmente dovute ad una sorta di ‘riconnessione’ tra vene polmonari ed atrio sinistro – ha specificato il cardiologo -. Sono particolarmente frequenti in pazienti con atrio sinistro dilatato, da questo la necessità di un’accurata valutazione del singolo paziente. In ogni caso la procedura ablativa può essere ripetuta fino a tre volte. La procedura, in mani esperte, è sicura, può durare meno di 1 ora, le complicanze non gravi sono comunque rare e la mortalità precoce è ampiamente sotto l’1%. Le indicazioni non possono non tener conto delle linee guida internazionali. Quelle europee, per quanto più rigorose risalgono al 2020 e comunque, nella valutazione rischio/beneficio dell’intervento, indicano l’opportunità di considerare aspetti collegabili alla qualità della vita con il miglior controllo dei sintomi, prescindendo dunque dalla sola considerazione degli eventi ‘hard’ (morte, ictus, ecc.). Più recenti linee guida statunitensi sulla gestione della fibrillazione atriale esprimono ‘raccomandazione più forte per l’ablazione transcatetere’. In definitiva sembra facile immaginare che l’impiego di questa procedura è destinato ad estendersi con sempre maggior beneficio dei pazienti anche in termini di qualità della vita”.
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