Allarme per il calo demografico, entro il 2030 Foggia rischia un crollo degli immatricolati tra -15 e -24%

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Il nuovo rettore di Unifg dovrà affrontare diverse questioni spinose, a partire dall’allarme per il prevedibile calo degli iscritti alla luce del decremento demografico italiano. L’Ateneo daunio ha saputo, negli scorsi anni, porsi in controtendenza rispetto al dato nazionale, con un aumento delle immatricolazioni. Ma non sarà così ancora per molto.

E’ emerso chiaramente dal rapporto Censis 2022: il vertiginoso crollo delle nascite si ripercuoterà pesantemente sulla popolazione scolastica dei prossimi 20 anni. Dati alla mano, nel 2042 la scuola secondaria di secondo grado conterà oltre 700mila studenti in meno, di età compresa tra i 14 e i 18 anni. Ma il fenomeno è ben più esteso, con lo spopolamento che presto si registrerà - in maniera persino più corposa - già nella scuola primaria, per poi abbracciare anche le scuole medie.

Complessivamente, dalla scuola dell’infanzia alle superiori, si potrebbe assistere a una perdita pari a quasi 2 milioni di bambini e ragazzi in meno presenti nelle classi del Belpaese.

Ovviamente ripercussioni si avranno anche sugli Atenei italiani, dove l’esistenza di molti corsi verrà messa a rischio, così come le entrate finanziarie.Secondo gli analisti questo succederà in particolare nel Mezzogiorno ma gli effetti si riverbereranno, poi, anche nelle aree del Centro e del Nord. Lo afferma l’indagine svolta da Talents Venture, società che si occupa di analizzare lo stato dell’Università italiana e delle opportunità occupazionali.

Nell’ultimo report, l’impresa analizza le possibili conseguenze del calo demografico di giovani di età compresa tra i 18 e i 21 anni. Diversi gli Atenei indicati come maggiormente a rischio. Per evitare tutto ciò, Talents Venture richiede interventi tempestivi e coordinati che possano aiutare le Università ad affrontare le sfide legate ai trend demografici. Un ulteriore aiuto, poi, verrebbe dalle risorse del PNRR destinate alle residenze per gli studenti. Inoltre, servono iniziative specifiche a livello di singoli atenei e territori con l’obiettivo di rendere maggiormente sostenibile la propria offerta formativa. L’intero sistema universitario potrebbe subire un forte contraccolpo dal punto di vista economico (rispetto al 2020 le minori entrate nel 2040 potrebbero ammontare a oltre 600 milioni), ma anche in termini di iscritti.

La preoccupazione è maggiore se si pensa al Mezzogiorno in cui, come dichiarato dal CEO e Co-founder di Talents Venture, Pier Giorgio Bianchi, “gli Atenei dovrebbero essere fondamentali leve di sviluppo”. In effetti, gli Atenei indicati come quelli che subiranno maggiori ripercussioni entro il 2030 sono situati proprio nel Sud. Tra questi 6 hanno già cominciato a vedere il declino con meno di 100 iscrizioni già all’anno accademico 2021-2022. Nel Sud il calo demografico nella fascia 18-21 anni è già in atto da tempo.

Ebbene, si stima che, entro il 2040, tale diminuzione andrà a toccare le 414.000 unità. Secondo i calcoli, diverse saranno le regioni che vedranno un calo significativo.

Il rapporto parla di una riduzione della popolazione nel 2040 del 34% per la Sardegna, del 33% per la Basilicata e del 32% per la Puglia. In linea generale, rappresentando gli studenti tra 18 e 21 anni circa il 90% degli immatricolati negli Atenei, la crisi demografica andrebbe a manifestare i suoi effetti proprio sulla domanda formativa. In particolare, l’Università degli Studi Enna Kore, Federico II, Basilicata, Sannio e Foggia rispetto all’anno accademico 2021-2022 potrebbero vedere una riduzione degli immatricolati tra il 15% e il 24% entro il 2030.

Ma il calo demografico del Mezzogiorno avrà inevitabili conseguenze anche sui grandi atenei del Centro-Nord. Molti, infatti, sono i giovani che provengono dal Sud e dalle Isole per studiare nelle regioni del Centro o nel Nord Italia. Entro il 2040, la percentuale potrebbe salire fino al 20% e investire alcuni dei più grandi Atenei della penisola tra cui Bologna, La Sapienza, Ferrara, Politecnico di Milano, Milano Cattolica, Perugia, Padova, Parma, Torino Politecnico e Trento. Unifg non potrà insomma cullarsi ancora a lungo sulla propria capacità di garantire una offerta formativa attrattiva, perché prima o poi si dovrà fare i conti col dato oggettivo del minor numero di studenti alle superiori.

Si dice, però, serena la professoressa Barbara Cafarelli, docente di Statistica al Demet e autrice del Piano strategico di Ateneo. “Il problema della denatalità esiste già in Capitanata”, il suo commento a l’Attacco. “Noi siamo riusciti a superare questo ostacolo con nuovi corsi che sono stati ritenuti attrattivi. Dobbiamo continuare su questa strada, non c'è altra via. C’è poi bisogno di internazionalizzare l'offerta ma per farlo bisogna co-progettare col territorio. Servono trasporti, infrastrutture, serve incentivare i docenti a tenere corsi in inglese. Ora c’è un solo corso di Laurea in inglese, la magistrale di Scienze biologiche. Si potrebbe pensare a corsi in inglese per l'ambito economico e per quello medico. Dal prossimo anno accademico partirà un corso in Innovazione e ospitality che, se Limone non si fosse dimesso, sarebbe stato in lingua inglese. La nostra offerta avrà dal prossimo anno ben 8 corsi nuovi, molto importanti saranno soprattutto la magistrale di Psicologia e Scienze infermieristiche e ostetriche, che possono avere un grande impatto su questo territorio”.

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testatina dillo al direttore WEB

 

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