Il Tar Puglia deciderà il prossimo 28 novembre in merito al ricorso per l’annullamento dell’interdittiva antimafia avanzato dalla cooperativa Tre Fiammelle, fino ai mesi scorsi guidata da Michele d’Alba. Col ricorso – proposto contro Viminale, Prefettura di Foggia, Anac e Regione Sardegna – l’impresa, assistita dagli avvocati Michele Laforgia e Gennaro Rocco Notarnicola, aveva chiesto anche la sospensione del provvedimento prefettizio, richiesta rigettata lo scorso 27 giugno.
Dopo l’interdittiva di febbraio scorso è scattata la nomina di tre commissari straordinari per la gestione dei contratti d’appalto stipulati da Tre Fiammelle con diversi committenti pubblici e l’Anac ha comunicato l’avvio del procedimento di revoca del rating di legalità. Ad aprile il Ministero dell’Interno ha negato l’iscrizione nell’Anagrafe antimafia degli esecutori e Consip a maggio ha invitato il consorzio bolognese Cns, cui la coop foggiana appartiene, a provvedere alla sostituzione della consorziata designata Tre Fiammelle in relazione all’esecuzione degli ordinativi di fornitura nell’ambito della convenzione per l’affidamento del Servizio integrato energia e dei servizi connessi per le pubbliche amministrazioni, lotto 12.
Infine la Regione Sardegna ha invitato il consorzio CNS a provvedere alla individuazione di nuove consorziate per l’esecuzione dei contratti attuativi, nell’ambito della convenzione quadro tra la Regione e il consorzio relativa al servizio di manutenzione impianti degli immobili in uso alle amministrazioni della Regione Autonoma della Sardegna rientranti nel territorio della Provincia del Sud Sardegna e della Città Metropolitana di Cagliari, stipulati dopo l’interdittiva.
Nell’ordinanza con cui ha respinto la richiesta di sospensiva, il Tar afferma che la Prefettura “ha posto a base della determinazione interdittiva impugnata plurimi e circostanziati elementi, analiticamente enucleati, valutati nel loro significato complessivo e non episodico” e che “il quadro fattuale e indiziario appare idoneo a giustificare – complessivamente considerato - la determinazione gravata, atteso che dallo stesso risulta “più probabile che non” il pericolo di condizionamento”. “Gli elementi all’attualità emersi e tenuti presenti dall’Autorità prefettizia sono idonei a disvelare la logicità e ragionevolezza della prognosi di pericolo d’infiltrazione configurata nell’interdittiva gravata, alla stregua della natura intrinsecamente ed altamente preventiva propria dell’atto”, continua il giudice amministrativo di primo grado, per il quale “il pregiudizio derivante dall’asserita esclusione degli accordi quadro conclusi con la Regione Sardegna e con la Consip, di natura prettamente economica, non è assistito dal requisito dell’irreparabilità” e “non emerge dagli atti che la valutazione discrezionale sia stata compiuta in concreto dall’Autorità prefettizia con specifico riferimento alle commesse indicate”.
In attesa della sentenza di merito sull’interdittiva a Tre Fiammelle, da quest’ultima prende le distanze la cooperativa sociale San Giovanni di Dio, che era guidata da Raffaele de Nittis, genero di d’Alba. L’attuale presidente del cda Roberto Marino ha scritto a l’Attacco nelle scorse ore. “Articoli di recente pubblicati su questo giornale continuano ad associare la San Giovanni di Dio e la figura di un ex amministratore a Michele d’Alba, alla famiglia d’Alba e a società da questi controllate, lasciando intendere nuovamente anche che la San Giovanni di Dio sia parte di un gruppo di società riconducibile alla famiglia d’Alba”, afferma Marino. “Tuttavia, la cooperativa sociale San Giovanni di Dio ribadisce con decisione la propria autonomia, estraneità e distanza da Michele d’Alba, dalla famiglia d’Alba, dalla cooperativa Tre Fiammelle e dalle società a quest’ultima collegate, nonché da qualunque iniziativa, direttamente o indirettamente riconducibile ai d’Alba. La San Giovanni di Dio, oltre ad operare in un settore assolutamente distante, ha circa il quadruplo dei dipendenti rispetto alla Tre Fiammelle e un numero di soci pari a circa 20 volte. Michele D’Alba non è mai stato socio, dipendente, consulente o amministratore né è mai stato coinvolto a vario titolo nelle dinamiche operative e/o gestionali della San Giovanni di Dio. Sicché non si capisce come la Tre Fiammelle, notevolmente più piccola della San Giovanni di Dio, possa controllarla o influenzarne le decisioni o come possa farlo Michele d’Alba che ad essa è del tutto estraneo. La San Giovanni di Dio non ha poi alcuna relazione con la Tre Fiammelle, anzi affida i servizi di pulizia delle proprie strutture sanitarie, sociosanitarie e sociali ad imprese concorrenti di Tre Fiammelle”.
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