Foggia, stazione di Foggia. Ricco signore anziano e il suo malumore letterario nella città (pare) dimenticata da Dio

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Un tempo era dei giornalisti il lavoro di scrivere, di raccontare, di diffondere le notizie. In parte è ancora così con un ordine professionale che, quando funziona, e funziona più o meno a seconda di variabili di varia natura, disciplina questo lavoro con regole deontologiche. Ci sono i giornalisti quindi, con le loro regole, fatte di diritti e di doveri, che più o meno tutti conoscono. Poi ci sono tutti gli altri, che hanno una bacheca sui social, un feed o un account per twittare in cui dire la loro opinione. Ma non sono giornalisti. Eppure, quelle opinioni il più delle volte, diventano notizie. Senza verifica. Senza fonti. Senza limiti. E così capita che lo scritto di un giornalista scrittore – Alain Elkann - su Repubblica, quindi non lo scritto di una persona che svolge un’altra professione da quella di chi abitualmente maneggia fatti, racconti e parole, e non sulla sua bacheca, ma su uno dei principali quotidiani italiani come Repubblica, diventi il caso dell’estate. E diventa il caso dell’estate perché diventa virale, come si dice. Ovvero, perché ne parlano tutti. Ma chiunque. Non chi si e chi no. Oltre a parlarne, ne scrivono tutti. Ma veramente tutti. Da Giuseppe Conte al mastro birraio. 

“Oggi Alain Elkann – scrive Conte - ci racconta il “dramma” personale che è stato costretto ad affrontare, viaggiando sulla tratta ferroviaria Roma-Foggia. Questa sofferta testimonianza è ospitata nelle pagine di Repubblica, che un tempo avrebbe dedicato quello stesso spazio al disagio vissuto dai comuni pendolari o anche dai nostri giovani che rischiano di perdere la speranza di un futuro migliore”. Da Conte a Elkann: “Un consiglio non richiesto: la prossima volta, gentile dott. Elkann, non guardi questi ragazzi dall’alto in basso. Abbia la pazienza di poggiare la sua cartellina, le sue letture in lingua originale, provi ad ascoltare questi ragazzi, a scambiare con loro qualche parola. Metta da parte i suoi pregiudizi, il suo stizzito sussiego e si fermi a parlare con loro. Forse, chissà, potrà aiutarci a raccontare meglio il loro mondo, le loro paure, i loro sogni”. 

A proposito di letture originali, non solo per la lingua, il mastro birraio Michele Solimando: “Mosso anch'egli "À la recherche de la Bière perdue" birraio foggiano s'imbatte in quest'antica boccia di LanzichenElCann (!), probabilmente brassata da un umile birraio lanzichenecco, in una sperduta Land foggiana e con generosi dosaggi di cannabis, per compiacere i rampolli del nobile casato! LanzichenElCann, la birra ritrovata! Cheers”. 

Il fatto è noto. Lo scrittore racconta il suo disagio mentre viaggia sul treno diretto a Foggia che poi lo porterà a Vieste per un suo intervento lavorativo. Il motivo del disappunto su tutti i fronti è duplice. Il classismo dello scritto nel suo svolgimento e l’indicazione della città. Il treno era diretto a Foggia. Indicazione puramente geografica che nulla ha a che vedere con il contenuto del pezzo. Apriti cielo. I giornalisti di Repubblica s’incazzano perché il pezzo è appunto, classista. I foggiani s’incazzano perché alla fine non c’entrano niente. Cioè, dicono loro, “mo’ che c’entra Foggia in questo sfogo se quelli, i lanzichenecchi, erano del nord… che volete da noi…”. 

Certo, titolato così, sembra che il problema sia la destinazione, non il viaggio. E così, aperto il cielo, viene giù di tutto. Anche ciò che poco o nulla centra. E vai, con l’intervento del giornalista Nello Trocchia: “In questi giorni si parla molto di Foggia. Finalmente. Di cosa si parla esattamente, in questi giorni, quando si scrive di Foggia? Si parla di un treno e di un ricco e potente signore insolentito da orde di giovani con cappellino e tatuaggi”, dice il collega, ironizzando su questo fatto, quando a suo parere, finalmente si dovrebbe parlare, se si parla di Foggia, d’altro. Dalla lupara bianca all’eroina, dall’usura allo scioglimento dei Comuni, fino al poliziotto e alle rivelazioni del pentito. E ancora. E ancora. Questo dice Trocchia. 

Sulla ferita ancora fresca, arriva la satira di Stefano Rapone, che su Domani, dice la sua. Difende l’amico Elkann dalle accuse di essere stronzo, vegliardo – ma chi dice più vegliardo… -  e classista e se la prende prima di tutto con il popolo del web – anche questa parole sue come stronzo e vegliardo – e poi con la povera ed estranea ai fatti Foggia. E scrive che Foggia è brutta. Che tutti fuggono, sia Pio e Amedeo che Padre Pio (sigh…). Che poi, ma uno a Foggia che ci va a fare, nemmeno i foggiani ci vogliono andare. Dice, difendendo il miglior compagno di viaggio che uno possa trovare, Elkain, che poteva arrivare a destinazione con ben altri mezzi, potendoseli permettere, “che lui invece ha coraggiosamente scelto di utilizzare l’alta velocità. Per andare dove poi? A Foggia. Nessuno va volentieri a Foggia, mai. Nemmeno i foggiani. E non lo dico io, ma i foggiani stessi: Pio e Amedeo sono di Foggia eppure ne sono scappati, come raccontano nella canzone popolare Fuggi da Foggia. Renzo Arbore è di Foggia, eppure da sempre si spaccia per napoletano. Padre Pio era stato mandato a Foggia, ma scrisse al padre provinciale di essere mandato a San Giovanni Rotondo perché, a suo dire, Gesù gli avrebbe assicurato che là sarebbe stato meglio (Epistolario, 4 voll. Corrispondenza con i direttori spirituali, 1910-1922, pag. 798)”. 

Secondo Rapone insomma, “questo ricco signore anziano ha deciso di mettere a repentaglio la propria vita recandosi in prima persona verso quella che le cronache recenti ci dipingono come una delle principali destinazioni dimenticate da Dio”. 

Mentre lui oscilla fra satira e retorica, da Foggia, invece parte la solita filastrocca del “sempre con noi se la prendono, ma noi che c’entriamo con sto fatto, e fai e fai per far vedere che sei progressista, futurista, moderno, attento e sempre male ti parlano…”. E insomma, il solito tira e molla. 

Alla fine, come la pensiamo? Ha ragione Vittorio Sgarbi. Quello è un genere. Punto. Né satira. Né retorica. Né critica. Si chiama malumore letterario. Alain Elkann ha fatto il suo lavoro. Ha narrato. Ha raccontato. Come fanno i giornalisti. Come fanno gli scrittori. Gli unici che non dovrebbero censurarsi – è uno dei pregi della professione - né essere censurati. Per tutti gli altri, ci sono i social. 

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testatina dillo al direttore WEB

 



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