Mainiero e di Mauro vittime di stilettate velenose tramite la più becera ideologia mafiologica

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Intendiamo esprimere la nostra più convinta solidarietà nei confronti del dottor Mainiero e dell’avvocato di Mauro, entrambi candidati sindaci per le imminenti elezioni amministrative, per il disgustoso attacco personale che li ha colpiti attraverso l’accostamento assurdo a due malavitosi locali per legami familiari distanti all’ennesima potenza nell’uno come nell’altro caso. Tuttavia quella canagliata, se da un lato amareggia chiunque, dall’altro lato non sorprende più del dovuto noi, poiché qualcosa del genere per la verità l’avevamo intravista sin da un anno fa quando già immaginavamo che gli scenari di questa campagna elettorale per le amministrative sarebbero state fatalmente incentrati su questioni di mafia, di antimafia e di chi ce l’ha più antimafioso dell’altro, e che ci sarebbe stata la gara a far volare gli stracci in nome della retorica della “legalità” (l’Attacco del 23 settembre 2022).

Perciò l’aggressione diffamatoria a quei due personaggi politici attuata attraverso l’impiego di un argomento “mafiologico” ci impone di allargare lo sguardo a un problema più di fondo, in modo di non incappare nell’ errore prospettico di guardare al dito invece che alla luna indicata dal dito, e cioè limitarsi a deplorare la singola canagliata ma non vedere quale ideologia tossica in realtà l’ha resa possibile. Il problema sta nel fatto che al giorno d’oggi - e a Foggia in particolare - molte questioni vengono interpretate attraverso la mentalità paranoide di metterle in rapporto con “la mafia” per verificare se vi fossero legami di qualunque genere.

Questa impostazione ossessiva comporta che ogni devianza dalle regole comuni, ogni irregolarità commessa negli apparati pubblici, ogni reato, ogni situazione più o meno opaca all’ interno di una impresa, tendenzialmente ormai potrebbe rischiare di essere etichettata come “mafia” o, nella migliore delle ipotesi, costituire una situazione “contigua” alla delinquenza mafiosa per effetto di contaminazioni. Per cui ci si è ormai assuefatti all’idea che sia normale fare l’analisi del sangue a quel certo personaggio, a quel certo imprenditore, a quel certo funzionario, sulla premessa che gli si debba rilasciare o negare l’attestato di buona condotta antimafiosa ogni volta che egli si esponesse sul piano pubblico o in affari di ordine collettivo. E’ chiaro che questi stress-test mafiologici diventano particolarmente inevitabili - se così si può dire mediante una iperbole - in occasione di elezioni, e quindi di sovraesposizione pubblica dei vari candidati.

A Foggia è avvenuto questo. All’ approssimarsi della prova elettorale i più rappresentativi personaggi politici dei moderato-conservatori di centrodestra hanno organizzato circa tre mesi fa un raduno nel Ristorante in Fiera, e in quella occasione si sono inginocchiati pubblicamente nei confronti del totem della “legalità” intesa come carisma metafisico, di qualcosa di indefinibile e purtuttavia da sbandierare in premessa di ogni discorso politico possibile, e lì si sono fermati: non uno straccio di programma o di idea politico-amministrativa per il governo della città per il successivo quinquennio di consiliatura , ma solo la ostentazione della “lotta per la legalità” quale unico progetto di governo, cioè un nonsenso sul piano operativo. Commesso quell’errore strategico di fondo di appiattire la propria proposta politica su uno slogan fumoso, la conseguenza è stata che quello schieramento si è presentato ai cittadini di Foggia non quale forza che si pro-poneva per amministrare cose concrete ma piuttosto quale tribunale ecclesiastico di epuratori, un gruppo di inquisitori che avrebbero vigilato perché nelle loro liste non fosse ammesso alcuno meno candido di Biancaneve, in nome di una radicale ansia di “legalità”.

Noi che per istinto diffidiamo di proclami alla Savonarola o alla Gioacchino da Fiore, perché in genere vanno a finire male - immediatamente presagimmo dove tuttavia avrebbe condotto quel puritanesimo estremo che veniva ostentato per pagare tributo alla retorica della legalità: e cioè che quella pubblica ostentazione di autopurgazione in nome della “legalità” li avrebbe portati fatalmente a un abbraccio tossico, anche se non desiderato, con i predicatori similpreti e paramonache delle locali associazioni antimafia; infatti, poichè quelli la “legalità” la servono a colazione, pranzo e cena per impostazione statutaria e quindi ne sono i depositari e custodi ufficiali e indiscutibili, con essi comunque si debbono fare i conti se ci si mette sul piano della ideologia della “legalità”. Insomma, quegli incauti stavano stipulando in Foggia un gemellaggio - se pure preterintenzionale - che non solo avrebbe probabilmente disintegrato le ideologie identitarie dei loro partiti affogandole in una fumisteria presa dal vocabolario ideologico di un’altra entità, ma che prima o poi avrebbe consentito a qualche malintenzionato, appunto in nome della purezza, di accoltellare qualcuno dei loro stessi candidati impiegando i loro stessi coltelli messi in esposizione pubblica.

Pertanto, non si stupisca eccessivamente il lettore del fatto che la stilettata velenosa inferta a di Mauro - e di rimbalzo, anche a Mainiero - sia stata prelevata di peso dall’armamentario e dal lessico della ideologia mafiologica più becera, quella che impiega come argomento principe di accusa la “contaminazione familiare” (che, del resto è un argomento preso paro paro dalle interdittive prefettizie alle imprese appunto perché medesima è l’ideologia di fondo per cui si pagano anche le colpe dei parenti). Infatti, doveva essere sin da sùbito ovvio che se gli stessi rappresentanti dello schieramento di centrodestra avevano imposto quale solo argomento politico-elettoralistico “la legalità” - e quindi di conseguenza “la mafia” - la cloaca privilegiata da cui prelevare letame per le aggressioni personali ai candidati di quell’ area sarebbe stata poi appunto ciò che normalmente impiega la Santa Inquisizione mafiologica nelle sue ordinarie paranoie penitenziali, e non altre ragioni di ordine più autenticamente politico. In sostanza, la responsabilità dell’accaduto non è soltanto di colui che ha pescato nella cloaca ideologica dell’antimafia per colpire due personaggi politici in imminenza di elezioni, ma soprattutto di chi prima ha posto la cloaca al centro dell’attenzione politica e poi ha immolato di Mauro quale candidato. Infatti la regola di vita è che quando ci si mette a fare i puritani epuratori, finisce sempre che spunta un puritano ancor più puro per epurare i puritani epuratori precedenti.

A questo punto non resistiamo alla tentazione di fare un esercizio teorico di controrealtà immaginaria. Nella già ricordata manifestazione del Ristorante in Fiera i quattro decisori politici baresi-leccesi e i tre o quattro foggiani di complemento pubblicamente definivano la “lotta per la legalità” con la stessa espressione colorita impiegata da mitico Fantozzi per la demistificare il film-cult mattonesco sulla Corazzata Potemkin (“è una cagata pazzesca”). Poi per soprammercato - orrore! - mandavano a quel paese quelli dell’antimafia e tutta la loro ideologia penitenziale di paranoie a sproposito.

Quale ultima cannonata, infine, proclamavano la intenzione di voler candidare in primissima fila Michaela Di Donna (già deputata, del resto) e gli altri acchiappavoti del tradizionale bacino elettorale locale di quell’ area politica, meglio ancora se ben ammanicati con l’ex Sindaco durante i precedenti otto anni: ad esempio proprio il mite di Mauro, ma ovviamente anche gli altri del medesimo giro “landelliano”. Infine, dopo tutte queste dichiarazioni da scontro frontale con i benpensanti del Pensiero Unico mafiologico, facevano il gesto simbolico di mettersi in testa l’elmetto da combattimento, per far capire che in effetti ce ne sarebbe stato bisogno per le bordate che sarebbero giunte dagli avversari politici, e non solo. Avrebbero sfondato elettoralmente al primo turno senza neppure passare per il ballottaggio.

Salvatore Russetti, ex giudice di Corte d’Appello

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