Cerisano: “Foggia non è una città mafiosa e chi lo afferma non può essere tacciato di contiguità”

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"Vorrei invitare chi dice che Foggia è una città mafiosa a vivere dove davvero esiste una cappa mafiosa”. A parlare, in maniera netta, è il noto avvocato Gianni Cerisano, esperto di diritto amministrativo e da alcuni anni presidente del Rotary Club Foggia Capitanata. Lo fa a poche settimane dalle elezioni comunali che hanno chiuso una fase per la città capoluogo e ne hanno aperta un’altra, all’insegna della ripartenza. Il direttore de l’Attacco Piero Paciello lo ha intervistato in redazione.

Avvocato, siamo improvvisamente diventati terra di mafia. E’ così? Che tipo di criminalità organizzata opera nel capoluogo?

Quando c’è una capacità pervasiva da parte della mafia lo si avverte chiaramente. A Foggia direi che abbiamo una mafia stracciona, del pizzo. Oggi la mafia vera, altrove, non chiede più il pizzo ma si infiltra nel tessuto economico, in tessuti economici ricchi. Foggia non mi sembra offra un terreno ricco.

Qui esistono, piuttosto, famiglie di delinquenti, le conosciamo tutte. Ho un mio personalissimo dubbio rispetto al fatto che abbiano la capacità di modificare e condizionare il tessuto economico, di falsarlo completamente, o che questo possa avvenire. Ciò non vuol dire negare la mafia, chiariamolo perché qui altrimenti uno passa subito per negazionista. Non nego un fenomeno grave e complesso.

Che reazione c’è stata a Foggia?

Una reazione da pugile suonato. Foggia ha subìto l’affronto dello scioglimento del consiglio comunale per infiltrazioni mafiose, avvenuto sparando su un cadavere perché il Sindaco si era già dimesso a seguito delle proprie vicende giudiziarie. Si è voluto punire una città, usando uno strumento – quello dello scioglimento per mafia – che peraltro non è stato concepito per le grandi realtà bensì per le piccole realtà locali dove la presenza della mafiosità è più tangibile e percepibile, quasi materialmente. Abbiamo un unico precedente di capoluogo di provincia che è Reggio Calabria. In una grossa realtà come Foggia, usare lo stesso meccanismo e metro di giudizio - privando la città dell’amministrazione comunale in un momento storico delicato sul piano economico e sociale, col treno del PNRR da non perdere, in un contesto di tradizionale nostra sudditanza verso Bari – probabilmente non era da farsi. Non era quello lo strumento più adatto. Ma non solo. E’ invalsa la convinzione che fosse meglio tacere rispetto a questo scioglimento.

Lei sostiene, al riguardo, che le menti pensanti abbiano una grande responsabilità.

E’ così. Penso che sia la sensazione comune, dopo questo colpo da ko che la città si è presa, messa sotto tutela a tempo indeterminato. E per fare cosa? Si dovrebbe dare la possibilità alla verità giudiziaria di intervenire e bonificare le parti che si presume siano infiltrate.  Questa cosa è facile in un comune di mille abitanti, ma qui stiamo parlando di una città capoluogo, commissariata e affidata a soggetti di una struttura amministrativa, dove è stata sospesa per tempo lunghissimo la democrazia, senza che sia successo nulla dopo lo scioglimento: nessun arresto, nessuna bonifica della tecnostruttura comunale. Gli amministratori sono stati mandati a casa, la tecnostruttura è rimasta al proprio posto ovvero chi materialmente ha messo in esecuzione le scelte ritenute condizionate. Non hanno bonificato, ma solo punito la cittadinanza togliendole la possibilità di scelta. Questo strumento, alla fine, per come concepito, si traduce semplicemente in una punizione per il popolo “colpevole” di aver eletto soggetti condizionati dalla mafia, popolo che viene in pratica messo sotto tutela per anni da parte di un potere amministrativo in quanto si ritiene che non sia capace di autorigenerarsi e scegliere un governo migliore. 

Come interpreta il silenzio delle elite e dell’opinione pubblica più consapevole?

Mi viene in mente il popolo di formiche. C’è un momento in cui, probabilmente, è meglio stare in silenzio che reagire. Questa città ha subìto un ko inatteso, o forse abbiamo scoperto che non era governata da nessuno e perciò nessuno ha protestato. C’erano una classe dirigente assolutamente autoreferenziale e una classe imprenditoriale che ha continuato a badare ai propri interessi aspettando che passasse la nottata. Nessuno si è posto il problema, almeno all’inizio, che questo strumento rappresentasse un vulnus alle regole democratiche più elementari. Poi, magari, l’hanno scoperto dopo oltre due anni di commissariamento. C’è stato un esproprio di potere a danno della collettività, non una bonifica. Non si può togliere alla gente l’unico momento in cui può dire cosa pensa. Questo tipo di legislazione, che consente il commissariamento di un Comune per un tempo così lungo, può essere giustificata solo con elementi concreti e con modalità che vanno certamente riviste.

Pensa che in Italia si sia avviato un processo riformatore interessante rispetto a tale normativa? La visita del ministro Piantedosi a gennaio sembrava autorizzare un cauto ottimismo.

E’ una legislazione che dà un eccessivo potere alle strutture burocratiche e che va ripensata, ma sono un po’ pessimista perché credo che dobbiamo ancora arrivare ad un punto di rottura. E’ come se nella opinione pubblica prevalente non fosse accaduto nulla, in un tempo in cui nuotare controcorrente è visto come una sorta di sovversione e contiguità.

I settori più garantisti della informazione e della comunità accademica hanno sottolineato la deriva illiberale del Codice antimafia.

La legislazione antimafia, come tutte le normative di emergenza, sacrifica diritti fondamentali in funzione di un obiettivo: scioglimenti di consigli comunale e interdittive verso imprese per bonificare dalle infiltrazioni. Concettualmente il discorso regge, io sono più critico sulle modalità e sui risultati che si ottengono, che non sono mai così eclatanti. Penso ai consigli comunali sciolti più volte, ad esempio. Questi strumenti vanno ripensati nella loro efficacia e nelle loro modalità, in un dibattito sereno. Oggi, invece, se ne vuoi parlare viene etichettato come colluso o connivente. Non credo che vada contrastata la normativa, ma che vadano risvegliate le coscienze. Foggia ha subìto lo scioglimento in maniera assolutamente silente, si è ritenuto più opportuno farsi i fatti propri, aspettando che passasse la tempesta.  Che lo strumento non sia efficace e vada modificato oggi dovremmo cominciare a dircelo.

Non era facile schierarsi contro quella narrazione. Perché ha vinto?

Come ho detto, non è facile nuotare controcorrente. Le menti pensanti, cui attribuisco grandi responsabilità, in genere non hanno la vocazione del salmone di risalire la corrente. Questo, purtroppo, dipende da una serie di fattori, alcuni dei quali endemici, collegati al farci i fatti nostri e al fatto che una narrazione contraria o parzialmente difforme dalla prevalente ti espone alle critiche di collusione o simpatia. Parlare liberamente comporta un sacrificio, è un comportamento che in pochi si possono permettere. Per me si tratta di cicli temporali, destinati comunque a cambiare. E’ essenziale che ci sia chi dice cose contrarie. A Foggia abbiamo perso due anni e mezzo di tempo. Prendiamo la contiguità soggiacente delle interdittive antimafia. Da avvocato, dopo 40 anni, faccio davvero fatica a concepirlo come titolo di una responsabilità penale oggettiva. Che significa contiguità soggiacente? Quasi tutti i foggiani potrebbero essere definiti in condizione di contiguità soggiacente. Anche il “più probabile che non” è un obbrobrio giuridico. Che cosa vuol dire questa cosa? Quali sono i valori che stiamo sacrificando e in funzione di quale obiettivo? Probabilmente stiamo sacrificando valori importanti, alla Tafazzi.

Le Prefetture contano più delle Procure oggi?

E’ una domanda oggettivamente complicata. Sono due teste di uno stesso mostro multicefalo. Penso al Leviatano di Hobbes, con più teste.

Quanto è mafiosa Foggia?

Non credo che sia una città mafiosa, lo dico in modo sereno e sapendo di attirarmi le critiche dei benpensanti. Però bisogna intendersi sul significato di mafiosità, probabilmente si attribuisce a tale termine una valenza troppo estesa rispetto al reale significato. Vorrei invitare chi dice che Foggia è una città mafiosa a vivere dove davvero esiste una cappa mafiosa. Ho tenuto per trent’anni lo studio legale a Palermo, per venti a Reggio Calabria, per altri venti a Nocera Inferiore. Posti dove c’è la cappa della criminalità organizzata, che non è quella più evidente del ladro o rapinatore ma molto più invasiva e influente, condizionante al punto da sostituire lo Stato e a cui il cittadino si rivolge per ottenere servizi che avrebbe dovuto avere dallo Stato. Cappe che non ti fanno neanche respirare, né pensare di poter fare qualcosa. Ho vissuto realtà evidentissime. Penso al Reggino, dove espropriavo e c’erano pressioni continue per far spostare il binario dell’Alta Velocità e scansare la proprietà di uno o dell’altro. Lì senti davvero la pressione mafiosa, nel senso tecnico della parola. Inviterei ad andare a viverci qualche giorno. Per me Foggia non è una città mafiosa, è in mano a bande criminali e questa è un’altra cosa. Non hanno una capacità pervasiva. Foggia è stata amministrata a volte male o malissimo, ma dove mi sento di vivere in maniera abbastanza tranquilla.

E cosa pensa quando sente soggetti istituzionali importanti, come la presidente della Commissione parlamentare antimafia Colosimo, che equiparano la mafia foggiana a quella di Palermo?

Alla sindrome di Tafazzi. Non si rendono conto del danno gravissimo che fanno a questa comunità, che ha bisogno di entusiasmo per investire e intraprendere.

Crede che l’offerta politica vista alle comunali foggiane sia stata all’altezza e pienamente consapevole rispetto al fenomeno mafioso?

Distinguerei. L’offerta politica proposta è stata sicuramente di ripiego, le strutture politiche classiche avrebbero fatto a meno di andare a votare e avrebbero preferito avere un altro anno di tempo, il che è ovviamente un aggravante rispetto alla situazione e dà la cifra della loro sostanziale inadeguatezza, a destra come a sinistra, senza fare distinzioni. Altra cosa è dire che poi abbiano espresso figure di riferimento anche degnissime, rispetto alle quali non si può dire assolutamente niente. Ma la figura di riferimento da sola non basta. L’attuale Sindaca, figura degnissima, se non è supportata da una struttura organizzativa all’altezza, probabilmente si ritroverà ostaggio di una situazione difficilmente gestibile. Idem dall’altra parte, per quanto riguarda il candidato Sindaco del centrodestra e per quelli alternativi. Candidature private della struttura organizzativa tradizionale.  Questo fa capire quanto il re sia nudo in questa città. Anche i soggetti che avrebbero dovuto organizzare il consenso a Foggia non si sono visti. Tutto si è affidato al tradizionale appeal della struttura o del partito politico, il che poteva non funzionare come è in effetti avvenuto per una certa parte politica. Questa consapevolezza per me fa bene alla città, bisogna prenderne atto. Questo è il momento di ricostruire.

Come?

Non vorrei dire che serve sporcarsi le mani ma mettere a disposizione ciò che ognuno può dare. Il disinteresse, la delega perpetua ad altri che risolvano i problemi, credo stiano iniziando a venire meno. La gente sta comprendendo che nessuno va a risolvere nulla. Ha vinto non tanto lo schieramento ma il senso di risentimento verso una struttura amministrativa e politica che aveva dimostrato la propria inconsistenza. Il centrodestra ha perso in modo inusuale per una città come Foggia, che non era votata ad un exploit al primo turno. Non è tanto merito di chi ha vinto bensì demerito di chi, dall’altra parte, non ha formulato un’offerta politica all’altezza della situazione e non perché non ne fosse capace ma perché non c’era proprio la struttura idonea. Chi c’era? Nessuno. Hanno sacrificato, all’ultimo minuto, il rappresentante di una formazione politica. E’ stata una situazione assolutamente deprimente.

Questa sua intervista è destinata a suscitare reazioni, lo sa?

Oggi è arrivato il momento di studiare e conoscere ciò che ci circonda, la conoscenza è la condizione primaria per la libertà di poter scegliere e interagire. Come Rotary preannuncio che faremo un evento il 24 novembre con don Giulio dal Maso, giovane sacerdote che ho invitato perché possa tenere una relazione. Una persona carismatica.

(a cura di Lucia Piemontese)

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