Il trionfo della pappatoria (meglio se trash e pubblica) a Foggia, facciamocene pure una ragione

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Il ritiro del progetto dei due traliccioni strappacuori nei Campi Diomedei non può che rallegrarci per lo scampato pericolo, e piuttosto adesso l’amministrazione comunale pensasse a come impostare un bel programma di verde pubblico con alberi da ombra e arbusti in quello spazio aperto sterminato, se vuol fare qualcosa di realmente utile e apprezzato per l’intera cittadinanza. Tra l’altro l’ingloriosa fine della vicenda dell’esperimento modernista suscita comunque qualche riflessione più generale, che potrebbe risultare di utile ammaestramento per il futuro. In primo luogo, si deve comprendere che la operazione traliccioni era una proposta troppo spinta per la mentalità comune dei cittadini foggiani, che in quei manufatti giganteschi non avrebbero mai visto qualcosa di diverso da due tralicci elettrici dipinti di rosso e ne avrebbero tratto sconcerto per il fatto stesso che essi avrebbero deturpato una spianata aperta destinata all’intrattenimento di famigliole con bambini, cioè gente che soprattutto nelle stagioni calde cercherebbero svago in prati più o meno ridenti e quindi si attenderebbero di trovarvi alberi da ombra e non tralicci, peraltro anche abbastanza inquietanti. 

Insomma, si trattava di una proposta eccessivamente intellettualistica, qualcosa che poteva essere apprezzata solo dall’ing. Cavaliere e da pochissime decine di altre persone - del tipo di quelli che apprezzano il “cavallo pazzo” color rosso fiamma arrampicato su uno stabile in piazza San Francesco - ma sicuramente non da altri centocinquantamila loro concittadini di gusti meno raffinati e di vedute non altrettanto larghe. Per cui non ne parliamo più, e amen. 

Chi vuole vedere una selva di tubolari da cantiere spacciati per “opera d’arte” (Massimo Bartolini) andrà alla Mostra Biennale di Venezia per deliziarsi in quel maniera un po’ matta; o magari comprerà una confezione di “merda d’artista” in barattolo siglato (Piero Manzoni) al non modico prezzo di 126 mila euro; oppure si estasierà nel vedere in un catalogo d’arte le foto del bidet d’autore (lo “urinoir “ di Marcel Duchamp): ma qui a Foggia non è possibile ciurlare nel manico con quelle strampalerie intellettualoidi pseudoartistiche.

In secondo luogo, e per contrappasso, si deve pure accettare il fatto che a Foggia ha sempre un successo assicurato la Festa della Prosciuttella - nelle sue varie declinazioni e coniugazioni - cioè la pappatoria: meglio se abbondante, trash, pubblica, e possibilmente al centro di corso Vittorio Emanuele e non, come un tempo, nel fondo della Villa comunale. Per cui, essendo il cibarsi un aspetto della “cultura” umana (l’antropologo Levi Strauss lo insegnava nel suo magistrale “Il cotto e il crudo”), non v’è nulla di sbagliato né alcunché di cui vergognarsi nel fatto che la Sindaca insista sulla pappatoria quale specificità della cifra culturale del nostro territorio, lo spirito della nostra terra (lo “unsere Heimat Geist” degli austriaci), sicché lei fa benissimo ad assecondarlo quale fatto “culturale”. 

Del resto, poiché v’è una corrispondenza immancabile fra il popolo e chi lo governa e rappresenta in un certo momento, vi sarà pure una ragione profonda - vorremmo dire subliminale - per cui i Foggiani hanno stravotato in massa la zia Aidona per averla a Sindaca: non certo perché si attendessero da lei di fare finalmente il Piano Urbanistico Generale Karrer (ma scherziamo...) o altre astruserie fantascientifiche di quel livello di complessità tecnico-politica che continueranno a restare nel libro dei sogni; ma perché avevano avvertito benissimo istintivamente che un donnone che sprizza abbondanza avrebbe incarnato alla perfezione il ruolo della vivandiera strapaesana, una che ci naviga alla grande quando si mette a distribuire salsicciotti e mestolate di minestra in qualche kermesse di pappatoria organizzata appositamente ora in un quartiere ora in un altro (o magari a Borgo Incoronata), e in quel ruolo a lei consentaneo costei è credibile appieno quando fa “cultura locale” in quel modo. 

Naturalmente la medaglia ha il suo rovescio inevitabile quando dai salsicciotti e dalle torcinellerie in piazza si deve passare a tutt’altro, e le cronache amministrative di questo primo anno della sua gestione lo attestano inequivocabilmente in qualunque affare lei e i suoi assessori abbiano finora messo mano. Per cui teniamoci cara cara la zia vivandiera quando svolge quel ruolo “culturale” che caratterizza la specificità del territorio di Foggia, e non chiediamole di dare ciò che lei non potrebbe dare. E di converso si rassegnino tutti gli oppositori politici, gli opinionisti della informazione locale e gli esperti dei vari campi di interesse che ogni dieci-quindici giorni debbono apprendere di provvedimenti sbagliati, di nomine inadeguate o inopportune, di inerzie e rinvii su problemi più scottanti della città che continueranno a rotolarsi per un altro quadriennio senza ricevere soluzioni.

In sostanza la situazione è questa: abbiamo un certo numero di assessori pagati 7.176 euro a cranio e consiglieri comunali 2.760 euro ciascuno (oltre a indennità supplementari per ruoli presidenziali di commissione) per fare praticamente nulla, ammuina, una sorta di tappezzeria attorno alla Sindaca, cioè l’autentica primadonna che si rotolerà da una manifestazione gastronomica a un convegno sulla legalità all’altro, e questo per quattro anni ancora. Il resto è fumo negli occhi, e l’unico augurio che dobbiamo farci è che nel quadro di questo modo di fare essenzialmente ciurlatorio ogni tanto costoro non combinino qualche guaio autentico i cui effetti socioeconomici sarebbero poi scaricati sull’amministrazione successiva.

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testatina dillo al direttore WEB

 

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