La celebrazione dei 25 anni della vita della facoltà di medicina a Foggia è stata anche l’opportunità per riflettere sull’impatto che questa ha avuto nel territorio e nella comunità scientifica. Lo hanno evidenziato nei loro interventi soprattutto Giuseppe Carrieri, Gaetano Serviddio e Maurizio Margaglione. “In realtà – ha tenuto a sottolineare Carrieri – la vocazione per la didattica e quindi l’idea della facoltà di medicina a Foggia risale al 1968 quando il professor Muscettola scrisse all’allora direttore generale degli Ospedali Riuniti per stimolare la realizzazione di una facoltà medica a Foggia, perché, giustamente, fece notare che tra Bari e Napoli non vi fosse nessun riferimento in tal senso. Si è dovuto attendere 30 anni da quel momento fino al 1999 quando un gruppo di persone ha capito che l’università e la facoltà di medicina potessero rappresentare un volano strepitoso per l’ospedale e per l’intero territorio”. Con l’arrivo dell’università si dà un notevole impulso alla didattica, alla ricerca e all’assistenza. “Tutto questo ha portato lo scorso anno al fatto che abbiamo laureato 517 studenti nelle varie aree medico-sanitarie e farmaceutiche – ha rimarcato il preside di facoltà -, parliamo di numeri importanti: 19 corsi di laurea in area medica distribuiti non soltanto sul nostro territorio, ma anche in territori distanti, 37 scuole di specializzazione, numero che più o meno ci equipara a quelle presenti a Bari e così via. Numeri che fanno capire quanto la nostra facoltà sia in crescita e per cui diremo sempre grazie alla Regione Puglia per esserci stata vicina”. Anche in termini di ricerca scientifica la facoltà foggiana si distingue: “Sul portale ufficiale ci siano oltre 2 mila lavori targati UniFg, soltanto quest’anno ci sono 25 sperimentazioni, senza contare i tanti brevetti che da qui registriamo ogni anno, dati che fanno capire che il mondo della ricerca è estremamente attivo. Ed è radicato anche sul territorio visto che tutte queste ricerche alla fine trovano in esso un riferimento preciso nel pieno spirito della terza missione dell’Università”, ha ricordato Carrieri.
Non solo passato ma anche futuro: “Parlo solo degli ultimi tre progetti nei quali la facoltà di medicina si è fortemente impegnata, sempre a fianco dell'ospedale. Della cardiochirurgia ne abbiamo parlato, università e ospedale, insieme siamo stati in grado di reclutare una delle migliori professionalità che il mercato accademico sanitario nazionale potesse offrire a Foggia: Domenico Paparella, primario del reparto. Praticamente in dirittura d’arrivo anche l’attivazione del centro trapianti del rene, anche questa sicuramente un'attività estremamente qualificante l’ospedale e per la nostra facoltà. E poi la Pma (procreazione medica assistita), un progetto portato a compimento che fa sì che a Foggia ci sia la prima e unica Pma di terzo livello, unico centro pubblico pugliese. Tutte acquisizioni importantissime che fanno del nostro ospedale, del nostro Policlinico universitario un centro di riferimento ormai irrinunciabile per il nostro territorio”.
“Ma non basta. Guardando al futuro dobbiamo costruire un sistema sempre più integrato tra mondo della didattica, ricerca e assistenza. È stato praticamente completato un magnifico centro di simulazione chirurgica di oltre 700 metri quadri all’interno del quale saranno allocati simulatori in grado di fornire un training chirurgico ai nostri giovani studenti, che potranno fare esperienza non sui pazienti. Questo centro per noi rappresenta la prossima sfida, che siamo sicuri di portare a casa. Tutti questi bei contenuti hanno bisogno di un bel contenitore. Noi siamo partiti dal 1928 con il primo ospedale in via Arpi, oggi tanto è cambiato e migliorato ma la nostra volontà è quella di andare sempre oltre, verso un nuovo ospedale del futuro. Noi proponiamo ovviamente un concetto di eccellenza, il Policlinico è un'eccellenza che deve rappresentare per tutto il nostro territorio un hub, un punto di riferimento. Occorre quindi un raccordo organizzativo con gli ospedali del territorio con cui fare squadra”, ha concluso Carrieri.
“Ma la cosa più bella – ha detto in premessa Gaetano Serviddio – è sentire ancora nell’aria l'entusiasmo che anima questa meravigliosa comunità di persone. Il nostro punto di partenza è la didattica di alto livello e questo è il progetto che ci ha portati fin qua e che ci deve vedere proiettati nel futuro. Ma la bellezza è nei dati in cui c'è tutto quello che abbiamo fatto e che racconta la nostra crescita. Abbiamo superato il numero di 5 mila studenti che affollano la nostra facoltà. Siamo partiti dall’avere circa 800 iscritti nel 2001 per averne circa 1600 nel 2014 e poi un salto incredibile, con il Covid che ha determinato questa grande esigenza di medicina che ci ha portati agli oltre 5 mila di oggi. Importante è ricordare che Foggia non è scelta soltanto dai foggiani o dai pugliesi, si è classificata ai vertici dei corsi italiani ed è stato un polo di attrazione per tanti studenti. E continua a crescere, insieme al suo territorio. Perché avere medicina qui non significa soltanto far laureare i nostri figli, significa costruire un volano di iniziative virtuose. Molti di quei medici e specializzandi restano qui, si sposano, aumentano il livello delle richieste sociali, aumentano i servizi, aumentano la trasparenza, l'onestà. Questo è importante. I numeri raccontano l'attrattività didattica in questo polo di medicina”.
Serviddio ha poi ricordato una data: il 5 marzo 2010 quando l’allora rettore Giulio Volpe posò la prima pietra per la realizzazione del polo biomedico della facoltà. “Un progetto che costava 50 milioni di euro di cui è stata realizzata solo una parte, quella della ricerca, manca ancora qualcosa, manca la componente didattica e speriamo si possa completare presto per contribuire alla crescita futura”, l’auspicio di Serviddio.
Proprio di ricerca ha parlato Maurizio Margaglione: “Non cresce da sola, va innaffiata, ha bisogno di essere foraggiata e finanziata”. Finanziamenti che hanno visto nel corso degli anni delle oscillazioni. Nonostante questo la crescita dell’area medica è stata costante: “Siamo riusciti ad aumentare il numero dei docenti, degli attori della ricerca e questo è essenziale. Se non si riesce a fare ricerca, non si riesce a produrre cambiamento nell'informazione”.
Ma per fare ricerca c’è bisogno di luoghi adeguati: “Non solo il letto del paziente ma occorre anche la ricerca sperimentale che richiede una serie di strutture e strumenti che in parte noi abbiamo già grazie ai vari gruppi di ricerca e al loro lavoro. Ma abbiamo anche l'ambizione di guardare lontano e questo è il frutto di ciò che sta nascendo alle spalle dell’attuale polo biomedico, grazie a fondi di ricerca che siamo riusciti ad ottenere”, ha ricordato facendo riferimento al cantiere edile aperto per la realizzazione di altri spazi dedicati all’università.
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