La storia si ripete. E, se confermata, lo fa con una puntualità che ormai assomiglia più a un metodo che a una coincidenza. Dopo la prima ricostruzione pubblicata da l’Attacco nei giorni scorsi, una nuova segnalazione, proveniente da una fonte interna alle aziende coinvolte, aggiunge elementi concreti e temporali al meccanismo di scambio di personale tra Ataf Spa e Ferrovie del Gargano. Elementi che rendono la vicenda ancora più delicata, sia sul piano amministrativo sia su quello economico. Secondo quanto riferito, il prossimo passaggio sarebbe già fissato: il 29 dicembre dovrebbero salire a bordo tre figure. Una nuova dipendente e due lavoratori con mansioni di meccanico ed elettrauto, questi ultimi indicati come titolari di un parametro contrattuale ritenuto illegittimo, circostanza che – sempre secondo la fonte – sarebbe stata apertamente discussa e riconosciuta nel corso dell’ultima riunione aziendale, alla presenza di alcune sigle sindacali. Se così fosse, non saremmo più davanti a semplici indiscrezioni, ma a un quadro che chiama in causa responsabilità precise. Anche perché il copione ricalcherebbe fedelmente quello già visto nei cinque episodi precedenti: lavoratori prossimi alla pensione formalmente trasferiti a Ferrovie del Gargano, e in cambio ingressi stabili in Ataf che producono, nei fatti, lo stesso effetto di una nuova assunzione. La fonte interna aggiunge un dettaglio che rende la vicenda ancora più controversa. Prima di individuare il lavoratore destinato al passaggio di facciata verso Ferrovie del Gargano, un sindacalista della stessa sigla coinvolta avrebbe tentato di convincere altri due colleghi, entrambi vicinissimi alla pensione, ad accettare l’operazione. Tentativi andati a vuoto: uno dei due è già in pensione, l’altro lo sarà a breve, ed entrambi avrebbero rifiutato per correttezza, scegliendo di non prestarsi a un meccanismo che, pur formalmente possibile, appare sempre meno difendibile sul piano etico. Il nodo centrale, ancora una volta, non è la mobilità in astratto. Il vero punto critico resta ciò che viene sistematicamente ignorato: la graduatoria pubblica Ataf, tuttora valida, frutto di una procedura selettiva regolare. Una graduatoria che continua a esistere solo sulla carta, mentre i posti vengono coperti attraverso canali alternativi. E qui emerge un ulteriore elemento di peso. A differenza di un’assunzione dalla graduatoria, economicamente neutra o comunque programmata, il trasferimento di personale da un’altra azienda comporta il riconoscimento dell’anzianità maturata, con un impatto diretto sui conti di Ataf. In altre parole, l’azienda – e quindi la collettività – si fa carico di costi più elevati rispetto a quelli che deriverebbero dall’assunzione di un candidato utilmente collocato in graduatoria. Secondo la fonte, come già avvenuto nei precedenti cinque casi, anche la nuova dipendente in ingresso porterebbe con sé l’anzianità pregressa. Un dettaglio tutt’altro che secondario: soldi pubblici verrebbero utilizzati per coprire un costo che avrebbe potuto essere inferiore, semplicemente rispettando l’ordine di una selezione pubblica già svolta.
A rendere il quadro ancora più paradossale è il richiamo a un accordo sindacale passato, il cosiddetto turnover budgetario, firmato da alcune sigle insieme alla struttura tecnica, al Cda e alla proprietà. L’intesa prevedeva una regola chiara: a ogni pensionamento sarebbe corrisposta una sostituzione numericamente equivalente, attingendo dalla graduatoria. Una regola che, nei fatti, appare oggi disattesa. Da qui le domande, sempre più insistenti. Perché un cambio di personale economicamente sconveniente rispetto a una chiamata dalla graduatoria? Perché continuare a utilizzare l’articolo 20 del Regio Decreto 148 del 1931 come grimaldello normativo, nonostante la giurisprudenza moderna abbia più volte chiarito l’obbligo di selezioni pubbliche per le società partecipate? E ancora: chi garantisce che questi passaggi non producano un danno erariale? È un interrogativo che non nasce da sospetti astratti, ma da numeri e procedure. Ogni euro speso in più rispetto a un’alternativa legittima e già disponibile è una scelta che merita spiegazioni. Infine, il tema più scomodo. La fonte interna si chiede se dietro l’ennesimo scambio possano esserci sponsorizzazioni politiche o sindacali, o se la nuova entrata sia destinata a diventare l’ennesima tessera di una sigla che, pubblicamente, tace. Domande legittime, che restano tali finché non arriveranno risposte. Risposte che, ad oggi, continuano a mancare. Né Ataf né Ferrovie del Gargano hanno ritenuto di chiarire ufficialmente. Il silenzio delle aziende si somma a quello di parte del fronte sindacale, creando un vuoto informativo che pesa come un macigno. Non si tratta di emettere sentenze. Ma quando una prassi si ripete per la sesta volta in tre anni, quando una graduatoria resta congelata e quando il costo per la collettività aumenta senza una spiegazione pubblica, il problema non è più la segnalazione. Il problema è la mancanza di trasparenza. E finché il 29 dicembre si avvicina senza chiarimenti, la sensazione è che il cambio Ataf–Ferrovie del Gargano non sia affatto una barzelletta. È piuttosto il sintomo di un sistema che continua a muoversi ai margini delle regole, lasciando chi ha superato una selezione pubblica fermo, ancora una volta, alla fermata. Interpellato da l’Attacco, il presidente di Ataf Spa Domenico Morsuillo ha respinto la ricostruzione, affermando che “da quando ci siamo noi nel Cda, e cioè da un anno e mezzo, è la prima volta che ci capita” e sostenendo di non avere notizia di altri scambi né di lavoratori prossimi alla pensione. “Le notizie che mi state dando sono notizie che non ho io”, ha dichiarato, ribadendo che l’operazione sarebbe lecita, supportata da un parere legale che non avrebbe ravvisato cause ostative al trasferimento. Secondo Morsuillo, inoltre, lo scambio sarebbe economicamente vantaggioso per Ataf, poiché “la persona che entra ci costa meno di quella che va via”, precisando infine che tali passaggi “non escludono il ricorso alla graduatoria pubblica”, dalla quale – a suo dire – l’azienda “sta pescando, continua a pescare e pescherà ancora in base alle necessità aziendali”.
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