Il potere dei senza potere è un’opera scritta nel 1978 quando il muro di Berlino era ben solido, il socialismo reale più reale del reale e il Fattore K in Italia incerava la politica della prima repubblica. L’autore, Václav Havel, era un dissidente tenuto sotto controllo dalla polizia dai tempi di Charta 77, 11 anni prima di diventare Presidente della Repubblica della Cecoslovacchia ancora unita. Quel testo era un’ostinata difesa del potere dell’“Io”, una sorprendente perorazione della soggettività (la più radicale, la più irriducibile) pure in un sistema post-totalitario perché “tutti coloro che vivono nella menzogna ad ogni momento possono essere folgorati dalla forza della verità” (con effetti impredicibili sul piano sociale), perché “il mondo è perduto solo nella misura in cui io stesso sono perduto”.
Il “dissidente” - scriveva Havel - è simile a Sisifo, che spinge in alto la sua pietra “pur sapendo che le possibilità di raggiungere la cima della montagna sono quasi nulle, la spinge semplicemente perché non ha altra possibilità per essere in sintonia con se stesso e per dare, almeno in questo modo, un senso alla propria vita e scoprire così l’orizzonte della speranza”. Quella del dissidente insomma non è una vocazione al martirio o un apostolato congetturato e deciso a tavolino. “Un uomo non diventa dissidente perché un bel giorno decide di intraprendere questa stravagante carriera, ma perché la responsabilità interiore combinata con tutto il complesso delle circostanze esterne finisce per inchiodarlo a questa posizione: viene sbattuto fuori dalle strutture esistenti e messo a confronto con esse. All’inizio non era né più né meno che l’intenzione di fare bene il proprio lavoro – e alla fine c’è il marchio di nemico”.
Ecco, così nasce tutto.
Scusate la lunga digressione.
Perchè citare il grande drammaturgo e poeta cecoslovacco scoperto nella Bologna di metà anni ottanta, quella che ancora teneva insieme il cattolicesimo più empirico dei mondi vitali, gli illuminati del Mulino, il realismo visionario di Zangherì-Zangherà-Zangheriamo la città (Renato Zangheri fu l’ultimo, grande Sindaco del partitone rosso) e l’inafferrabile generazione degli Invisibili del ’77?
Perché è stato Enrico Infante a evocare il potere dei senza potere, nella cerimonia di insediamento a capo della procura appena due mesi fa. In una circostanza pubblica, qualche giorno dopo, da me sollecitato, si è tenuto le mani libere sulla citazione. A noi invece piace che rammentasse quell’opera di Havel.
Infante farà il capo della procura nella città dove è nato, ha costruito la sua famiglia e aderito alla sua comunità di destino. Solo che Foggia non è Parma o Perugia o Padova ma una città del mezzogiorno d’Italia con il potere nelle mani di pochissimi, sempre gli stessi, ancora più vischioso e reticolare, senza contrappesi o pluralismo di identità, opinione e ricchezza. Foggia è così, si è lasciata andare negli ultimi 30 anni con la progressiva decalcificazione del suo patto sociale e la drammatica riduzione a storia criminale fabbricata dallo storytelling della quarta mafia. Foggia non è altro oggi se non la mediocritas, aurea o imbrunita che dir si voglia, del sentire collettivo agitato da rabbie che sono paura, risentimenti che sono frustrazioni, istinti di resilienza partigiana (di clan, classe o anche minima consorteria) o fughe verso lontananze reali e immaginarie.
Nella città dove anche la parte più profonda dell’epidermide pubblica è stata scorticata, i procuratori della repubblica - da Vincenzo Russo in poi, con l’eccezione di Leone De Castris - hanno fatto altro, sono andati ben oltre le prerogative di ruolo. Sconfinando nell’arena della polis, attraversandola in lungo e in largo come se non ci fosse più politica, sistema della rappresentanza, corpi intermedi, autonomie, opinione e, appunto, irriducibili soggettività. Come se non ci fosse più verità nella vita pubblica e privata e a loro toccasse ristabilirla, rifondarla dentro cornici di decenza morale e vigore comunitario, reimpaginando il discorso pubblico alla maniera del vecchio Stato Etico (quello dove “Lo Stato è l’ingresso stesso di Dio nel mondo”), da custodi e domatori eccezionali “della bestia selvaggia che vaga libera in questo mondo”. Forti di una virtù “oracolare” (Sabino Cassese), indiscutibile. Perché, appunto, l’oracolo non si discute.
Insomma, Russo, Vaccaro e la parentesi Laronga sono stati un po’ capipolo e un po’ predicatori, un po’ player politici e un po’ fustigatori di costumi, un po’ amministratori ombra e un po’ ruffiani di comunità smarrite, un po’ traduttori del mainstream e un po’ regolatori del traffico di influenze locali. Sia quando c’era da tenere a bada l’hybris del capobastone del mattone che pensava di costruire palazzi a Foggia sino all’ultimo giorno del creato, sia quando c’era da imporre il pensiero unico della mafia “dappertutto” o degli inafferrabili white collars (che poi nel capoluogo sono sempre gli stessi da 5-6 lustri a questa parte) sia con le finali intemerate dell’ex procuratore aggiunto sulla città “corrotta” e il “tracollo etico”.
Insomma, supplenze e ancora supplenze (una sorta di “complesso” per dirla con Luca Ricolfi), messianismi da uomini soli al comando rispetto a vacanze e indeterminatezze degli altri poteri e attori sociali.
Era necessario? Ce lo meritavamo? Potevano fare altrimenti Vaccaro&Co? La storia è concatenazione e incastro di accadimenti e dinamiche che spesso fanno pensare ad una sorta di razionalità del destino o di plausibile ineluttabilità del corso degli eventi. Le cose sono andate così, in pochi hanno provato a fare in modo che andassero diversamente, “nessuno sa quando una qualsiasi palla di neve può provocare una valanga” (sempre Vàclav Havel).
Il punto ora è un altro: cosa farà il nuovo procuratore? Si muoverà sulla scia di chi lo ha preceduto?
Sarebbe un errore gravissimo. Infante deve ritornare nel perimetro di Palazzo di Giustizia, deve ristabilire il confine che separa Viale 1° Maggio dal resto della cittadella politico-istituzionale, deve curare la cancrena di quel potere limaccioso che si è dilatato dentro taluni apparati periferici dello Stato, settori di polizia giudiziaria e articolazioni interne del suo stesso Tribunale.
Dottor Infante, lei sa di cosa parlo. Proprio degli imprendibili “colletti bianchi”, la razza padrona che decide come e per chi tagliare la torta della spesa pubblica e da un po’ anche chi sono i buoni e i cattivi. Di coloro che prodigiosamente hanno suonato la grancassa dell’antimafia sociale dal 2017 in poi, animato un singolare partito trasversale che ha messo sotto tutela la già recalcitrante democrazia delle nostre comunità, vampirizzato il discorso pubblico in nome della più stucchevole cantilena dell’emergenza. Lei sa di cosa parlo: del mesto avanspettacolo dei (pochi) notabili che declinano i massimi principi per le loro tasche, ronzando attorno a prefetture e tribunali, lucrando carriere, stipendi, influenze e interferenze. Per essere più ricchi e fare più poveri intorno.
Teniamoli lontano.
Servono magistrati che facciano i magistrati, meno Tennis Club e giustizia creativa, meno ideologie alla moda e vanità da facili consensi, più percepita separatezza rispetto al contesto come ammoniva in tempi non sospetti il grande Piero Calamandrei: “per godere della fiducia del popolo, ai giudici non basta essere giusti, ma occorre anche che si comportino in modo da apparire tali”.
Si è fatto un gran parlare del pool di pm specializzati nei reati contro la pubblica amministrazione al tempo di Ludovico Vaccaro. Vedremo come andrà a finire il processo Landella. I tempi sono maturi, al di là delle declamazioni di principio, per fare indagini vere, decifrare il sistema di interessi incardinato sui flussi di spesa pubblica, cogliere le traiettorie di finanza dubbia e le filiere verticali, risituare funzioni e colleganze della “politica debole”. Serve seguire l’odore dei soldi senza retoriche comiziali o discorsi motivazionali ricostruendo lo spazio di una funzione giurisdizionale efficace ma anche “serena”, che indirettamente agisca da defibrillatore sociale, spegnendo febbricole emotive e pulsioni savonaroliane che hanno elettrizzato la comunità nell’ultimo periodo.
Ecco perché Havel, perché ci ha intrigato la citazione del potere dei senza potere e dell’impotenza dei potenti (gli uomini dell’apparato). Perché la responsabilità “ce la portiamo con noi ovunque”. Ancora buon lavoro al procuratore Enrico Infante.
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