Tre giorni per elaborare un manifesto per salvare la città. Mirko e gli altri ci credono

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Pierpaolo Limone corregge il tiro della strategia. Il protagonismo deve essere degli studenti. E’ a loro che consegna il testimone dell’impegno per un’antimafia sociale agita dal basso,

in un dialogo aperto e alla pari con gli altri attori istituzionali. E non basta più la platea degli studenti di un’Università che ha raggiunto il traguardo del 21esimo anno di vita, ma si vuole aggregare anche gli istituti della secondaria superiore.

“Noi ci siamo. Quando i ragazzi vengono coinvolti arrivano stimoli importanti, da loro giungono sempre grandi idee e progettualità” ha rimarcato ieri, nell’Aula magna di Via Arpi intitolata al professor Cipriani Maria Aida Episcopo, dirigente dell’Ufficio scolastico territoriale che accorpa la provincia di Foggia e BAT.

Con coraggio e determinazione è stato Mirko Bruno a raccogliere la sfida del Rettore. Il presidente del Consiglio degli studenti aveva lanciato il suo messaggio di speranza quando, all’inaugurazione dell’anno accademico, rivolgendosi al Capo dello Stato Sergio Mattarella, aveva parlato di sogni, passioni e desideri dei ragazzi di una città che ha pagato un prezzo altissimo allo strapotere della criminalità. Un concetto condensato nella felice metafora della penna da usare al posto della pistola.

“Per salvare il territorio c’è bisogno di cultura - ha detto ieri Mirko nel suo intervento al primo incontro del programma “La città che vorrei” -. Le mie parole pronunciate davanti al Presidente mi sono parse del tutto naturali e l’ho fatto a nome di una comunità che noi studenti sentiamo a noi vicina. In preparazione a questo programma abbiamo discusso anche con il capo della DIA Iannucci su come dare un risvolto oltre il semplice convegno. Legalità ed antimafia non devono restare solo uno stimolo intellettuale, ma anche sociale e concreto. Oggi si costituisce ufficialmente un gruppo di lavoro di studenti che mira alla definizione di un documento finale, una sorta di manifesto per risollevare il territorio dalla criminalità, regalare sogni ai giovani per permettere loro di restare”.

Come da annuncio dello studente di Giurisprudenza il lavoro si concentrerà in una tre giorni di confronto ed elaborazione “per dare un indirizzo di cammino più specifico, per salvarsi, e uso questo termine che può sembrare eccessivo ma non lo è. Invito gli studenti a formulare proposte, idee. Noi iniziamo a crederci davvero, adesso ci sono le basi su cui lavorare” ha concluso Mirko, in riferimento all’impegno che la squadra Stato sta ormai garantendo sull’intero territorio provinciale.

Patrizia Resta si occupa da 20 anni di studiare con gli strumenti dell’antropologia culturale e giuridica i fenomeni mafiosi, con un’attenzione particolare alle prassi di radicamento nel tessuto sociale, economico e delle comunità. A beneficio della platea radunata per l’incontro di ieri, la docente ha rassegnato alcuni dei temi al centro della sua pluridecennale ricerca: “Bisogna partire dal basso per cambiare le cose e serve la fiducia nelle istituzioni. Ma bisogna cominciare col riflettere sui nostri comportamenti, e propongo una riflessione su quello che io definisco l’ambito della extralegalità, che è una via di mezzo difficile da catalogare. Le pratiche mafiose sono facili da individuare, ma non è così quando si devono valutare comportamenti in cui si annida un diffuso senso trasgressivo, che ci porta a legittimare comportamenti illeciti, apparentemente lievi”.

Diverse e dotte le citazioni di resta, a partire dal Quaderno 27 di Antonio Gramsci, con le sue Osservazioni sul folclore: “Gramsci individuava l’origine dei comportamenti collusi e corruttivi in una sorta di know how popolare”. Un sentimento diffuso non percepito come riduzione dei diritti altrui per il quale diventa legittimo praticare delle scorciatoie, dalle file alla posta, alla partecipazione al concorso, allo spostamento di un figlio in una sezione migliore a scuola, all’ottenimento di una prescrizione medica per altre vie che non siano quelle che prevedono le procedure standard. “E’ quella che gli studiosi hanno definito eterogeneità della morale, abitudini che abbiamo introiettato e che non sono associate ad un comportamento corruttivo, ma sono pur sempre la violazione dei diritti di qualcun altro” ha fatto notare l’antropologa.

Francesca Scionti si è dedicata per lunghi anni all’osservazione della faida che ha decimato intere famiglie a Monte Sant’Angelo. “Del fenomeno mafioso conosciamo l’aspetto giudiziario, economico e politico, ma è più difficile comprendere come esso si radica sui territori, rifunzionalizzando comportamenti illegali o che si pongono nel campo della extralegalità ma che non vengono percepiti come tali” ha chiarito Scionti.

“I gruppi di mafia si radicano nei territori senza che le comunità se ne accorgano, come è accaduto a Monte Sant’Angelo”. Dal conflitto violento di due famiglie di allevatori si è passati con gli anni e con successive acquisizioni processuali al riconoscimento della presenza di un fenomeno dalle caratteristiche mafiose. Nonostante l’emersione della reale natura del conflitto “i gruppi hanno continuato a permanere nei contesti locali senza essere intaccati, attraverso il ricorso alle alleanze matrimoniali, ma soprattutto grazie alla conservazione di un riferimento all’habitus culturale - ha precisato la docente. Da alcune intercettazioni è emerso come nel codice mafioso si recuperino anche i proverbi diffusi nel linguaggio popolare “a riprova di una rimodulazione che racconta la forza dei legami, di valori come la famiglia, l’onore, in un richiamo alla tradizione che serve a proteggere interessi criminali”.

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testatina dillo al direttore WEB

 

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