Nei duri mesi della pandemia, quelli in cui gli studenti pagavano il prezzo più alto, con cadute nella formazione e svuotamento sul piano relazionale, esisteva una scuola che inventava qualcosa di nuovo per tenere desta la formazione dei suoi ragazzi, spingendoli alla ricerca e allenandoli alla curiosità.
Stiamo parlando del Liceo scientifico Volta, che vista l’impossibilità di svolgere le consuete ore di educazione fisica in palestra, trovava un modo nuovo per discutere di salute, ecologia e diritti.
“Siamo partiti dall’alimentazione e dal dialogare riguardo la salubrità di ciò che ogni giorno troviamo nel piatto, e siamo giunti a parlare di produzione e territorio e quindi di agromafie”, racconta Adele Longo, docente di Scienze motorie e titolare del progetto. “L’idea è inizialmente nata insieme ad una collega di lettere che avrebbe dovuto sviluppare gli aspetti culturali da disciplina, perché io avevo già trattato quelli tecnici, tra cui l’alimentazione sana e consapevole. In seguito sono rimasta la sola a portarlo avanti e per farlo ho utilizzato un metodo inglese che sviluppa le argomentazioni partendo da una parola, in questo caso Agromafie, e lo fa utilizzando le conoscenze possedute dai ragazzi. Abbiamo cominciato da un brainstorming, che ci è servito a individuare i temi su cui lavorare”.
E i temi individuati riguardavano gli aspetti economico legale, ambientale, sociale umano, agricolo logistico e lavorativo sindacale. In seguito gli studenti si sono divisi in gruppi di ricerca.
Il nome del progetto sviluppato tra marzo e maggio 2021 è Agromafie, e ha visto coinvolti gli studenti della 4° D e della 3° C (anno scolastico 2020/2021), che al termine hanno esposto i frutti del loro impegno e le considerazioni personali al professor Massimo Monteleone della facoltà di Agraria e alla vicepresidente nazionale di Libera Daniela Marcone.
“Sono sicura che nei ragazzi sia rimasta una consapevolezza riguardo il cibo che trovano nel piatto tre volte al giorno”, continua la Longo. “Oggi ne sanno di più sulla provenienza degli alimenti, sui luoghi in cui viene raccolto, sulle persone che lo hanno seminato, sulla fatica che è costata. Conoscono meglio gli interessi nascosti e le infiltrazioni. Sanno chi ha fatto cosa e che ruolo ha avuto in questa catena produttiva. Direi che oggi sanno quanto complesso sia mettere a tavola qualcosa, quanta fatica costi, quanto lavoro, impegno, sacrifici siano necessari. Hanno contezza della infinità di storie che arrivano da lontano: storie di immigrati e schiavi maltrattati”.
Ma in cosa è consistito nello specifico questo lavoro?
Riguardo il tema economico legale, gli studenti hanno approfondito le regole sulla contraffazione e il disegno di legge sugli illeciti agroalimentari Bonafede Bellanova, che introduce l’etichetta narrante e regolamenta i reati di agropiraterie, disastro sanitario, avvelenamento e contaminazione di acque e sostanze, falso biologico. Una legge che tutela i lavoratori proteggendoli dal reato di caporalato.
Gli studenti del Volta hanno poi indagato il funzionamento della Grande distribuzione organizzata (il Gdo), delle aste a doppio ribasso, dell’Italian sounding e il falso Made in Italy.
Sul piano sociale e umano si sono avvalsi del rapporto sull’Osservatorio Placido Rizzotto e Flai Cgil, soffermandosi sui vari aspetti della speculazione, e su Open society european institute. Tra le varie forme di sfruttamento hanno descritto la mancanza di contratto e tutele in caso di malattia o infortuni, le spese obbligate per il trasporto sui campi, le violenze vere e proprie subite dai lavoratori, le carenze igieniche, oltre che le conseguenze delle chiusure delle frontiere derivanti dal lockdown.
Ancora, è stato approfondito ciò che viene disatteso in termini sindacali, gli scioperi, la clandestinità e la condizione femminile. Le ecomafie, gli usi eccessive di fertilizzanti e diserbanti, la perdita di biodiversità e la moria di insetti.
“Una delle cose che mi ha colpita nella visione del lavoro fatto dai miei studenti, è il modo in cui le ragazze hanno relazionato riguardo la condizione femminile. Le donne nei campi sono vittime di violenze e abusi di gran lunga maggiori di quelli maschili. Vengono sfruttate di più e pagate di meno. Allontanate dai figli, costrette a rinunciare alle gravidanze. Sono schiave moderne su cui gli occhi dei miei ragazzi e ragazze si sono posati con grande empatia. Dalla violenza come strumento di punizione, alla violenza come ricatto, fino allo scarso numero di denunce, le ragazze hanno elencato casi specifici e diseguaglianze di genere. Le paghe delle donne arrivano ad un compenso di 30 euro per dieci ore di lavoro. Sono soddisfatta dell’impegno dei ragazzi in questa direzione», conclude la Longo. “Sono passati diversi mesi, ma quando mi capita di rivedere il video provo ancora commozione. È stato bello e utile. Ed è interessantissimo notare come da un semplice oggetto, un frutto ad esempio, si possa arrivare a ragionare di macrosistemi, lavoro, emigrazione, diritti”.
Modesta Raimondi
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