In queste settimane, dopo il femminicidio di Giulia Cecchettin, il messaggio “Non una di meno” è stato scandito in tutta Italia. Invece, martedì, col femminicidio di Vincenza Angrisano uccisa ad Andria, il numero delle vittime è ancora aumentato. Una donna su tre subisce forme di violenza nella propria vita relazionale. A l’Attacco lo spiega Annamaria Petito, ordinario di Psicologia clinica all’Università di Foggia, presidente del Comitato Unico di Garanzia per le pari opportunità: “Il tema della violenza di genere obbliga ad interrogarsi sullo stato di salute della società. Tutta la comunità, e in particolare chi svolge una professione di cura, ha il dovere di capire cosa si possa fare nel concreto per arginare questo fenomeno, schierandosi apertamente contro tutto ciò che non è ‘normalità’. L’obiettivo è prevenire e salvare vite e per fare ciò è importante riconoscere i segnali di una relazione tossica.
Le manifestazioni di violenza e quella di genere sono una delle violazioni dei diritti umani più diffuse, presenti in tutte le classi sociali, radicate nella disuguaglianza di fondo dello status delle donne nella società – ha continuato la specialista -. Riflette l’ideologia secondo cui essere uomo significa ‘essere dominante’ dando per scontata la posizione di subordinazione della donna, frutto di una cultura mediocre e imperfetta. L’educazione è il primo palcoscenico in cui si formano le generazioni incapaci di tollerare la frustrazione e quindi intolleranti al rifiuto. Studi di ricerca hanno messo in luce come le conseguenze sulla salute mentale, sull'identità personale, sull'autostima e sul benessere delle donne includono un crescente carico sanitario, effetti intergenerazionali e conseguenze demografiche. La violenza non è fatta solo di schiaffi o pugni; talvolta si cela dietro attenzioni eccessive, ‘complimenti’ non richiesti, svalutazione indiretta e mascherata da intenti di protezione e cura. Sa essere ‘gentile’ e passare inosservata. È importante riconoscere le diverse forme di violenza, non solo quella fisica ma anche quella psicologica, la più diffusa, o ancora quella economica e domestica”.
Annamaria Petito, entra nel merito: “Da un punto di vista clinico, potremmo individuare dei ‘fattori di rischio’ che portano alla violenza: essere emotivamente rigidi; avere una scarsa autostima o ancora combinazioni di tratti di personalità e scarso controllo dell’impulsività. Ma anche fattori relazionali, come avere una storia di relazioni familiari maladattive, possono portare l’uomo a sentire la necessità di dimostrare di essere lui ad avere il controllo della relazione. L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha, inoltre, individuato le relazioni intime violente (Intimate Partner Violence, IPV) come uno dei più importanti fattori di rischio per la salute fisica e mentale delle vittime”.
È possibile individuare delle fasi cicliche all’interno di una relazione tossica e violenta. “Studi suggeriscono che, inizialmente, queste relazioni non si caratterizzano attraverso abusi e maltrattamenti ma, le stesse vittime, raccontano di una fase iniziale idilliaca, di gioia e d’innamoramento intenso – ha evidenziato Petito -. Gradualmente, si passa dall’euforia a un senso di costrizione generato da un celato controllo. Si arriva alla fase d’isolamento che origina da continui dubbi insinuati dal partner in modo da allontanare tutte le persone vicine alla vittima, considerate d’intralcio alla fusione relazionale. Terminata la fase di ‘luna di miele’ subentra la gelosia cieca, esigente, patologica, accompagnata da frasi svilenti e svalutanti. È il momento in cui si manifesta tensione, in cui sono presenti comportamenti ostili, accuse e insulti verbali. Infine, arriva l’esplosione, fase in cui si verifica l’aggressione e la richiesta di perdono, in cui l’uomo rendendosi conto degli effetti negativi e del rischio di perdere la donna promette di cambiare.
Quest’ultimo passaggio è connotato da estrema instabilità e segna il passaggio da una relazione malsana ad un vero e proprio abuso”.
Ma ci sono altri aspetti: “In questa cornice si deve parlare del DAP (Dipendenza Affettiva Patologica), un modello relazionale disfunzionale, condizione che può risultare estremamente pericolosa ed allarmante se s’incrocia con una personalità disturbata, generando un fenomeno conosciuto come ‘gaslighting’: un comportamento manipolativo, difficile da identificare”.
Le conclusioni della docente: “Riveste un ruolo fondamentale anche la ‘vittimizzazione secondaria’, un fenomeno in cui le persone che orbitano attorno alla vittima, e la società stessa, più o meno ingenuamente, attribuiscono la responsabilità di quello che la persona subisce a una sua scelta o a una sua mancanza d’azione. Tutto questo scoraggia il processo di condivisione e richiesta d’aiuto e aumenta il vissuto di vergogna e di colpa della vittima”.
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