Zeman torna a Messina in riva allo Stretto dove lanciò in orbita Schillaci

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L’aria del mare e dello Stretto gli faranno bene. E lo aiuteranno a dimenticare gli stenti attuali con il Foggia.

Tornerà indietro di 33 anni a ripensare ai bagni a Rodia o alle lunghe passeggiate distensive sul lungomare.
Zdenek Zeman si è sempre sentito di casa a Messina, lì dove nell’estate dell’88 fu accolto con curiosità, ma non troppo entusiasmo, da una piazza che si era appena congedata dal santone Franco Scoglio, che se ne andava a vincere a Genova all’ombra del Grifone.

Sdengo, che da sempre porta la Sicilia nel cuore, ama il sole ed il mare, e Messina a quell’epoca era il suo Eden perché gli offriva tutto questo. Dopo aver vinto il suo primo campionato alla guida del Licata, il boemo aveva fatto due esperienze che lo avevano segnato. La prima a Foggia, la seconda a Parma, ma ne era uscito da entrambe insoddisfatto, forse anche perché il suo 4-3-3 era ancora working in progress.
E così quando all’orizzonte si profila la possibilità di tornare sull’isola che lo aveva accolto a braccia aperte quando giunse in Italia direttamente dalla Cecoslovacchia, non ci pensa su due volte ed accetta.

In riva allo Stretto il boemo si imbatte in un centravanti promettente, che però è ancora acerbo ed alla ricerca della continuità. Quel ragazzo si chiama Totò Schillaci. A Foggia per qualche giorno con sè in ritiro in Trentino aveva avuto il cugino Maurizio, talento inespresso e poi divorato dai vizi. Ma Totò è tutta un’altra roba.
Dopo diversi anni di C e D, il Messina era tornato da un paio di stagioni in B, ma è reduce da un deludente dodicesimo posto. E nel tentativo di alzare l’asticella, la dirigenza peloritana individua in Zeman il tecnico della possibile svolta. Una scelta in controtendenza, che si rivelerà azzeccata per metà. La squadra infatti esprimerà un calcio sempre propositivo e frizzante, e a fine campionato (come capita spesso con il tecnico di Praga in panchina) vanterà il miglior attacco, ma anche la seconda peggior difesa della serie.

L’ottavo posto finale però non sarà accolto di buon grado, per quanto consentirà al club di valorizzare diversi elementi in rosa e di rivenderli a peso d’oro.
E’ proprio il caso di Totò Schillaci, che più di tutti beneficerà dell’arrivo di Zeman a Messina. Fino a quel momento l’attaccante aveva vissuto stagioni in chiaroscuro. Solo in un paio di occasioni, fra B e C, era andato in doppia cifra, poi tanti tornei praticamente anonimi con pochi gol a referto. L’anno prima 13 reti all’attivo, in quello che fino ad allora era stato il suo miglior bottino in carriera.

Col boemo il rapporto sarà contrastato, Schillaci sopportava a malapena i metodi durissimi del suo allenatore. Spesso accadeva così che Zeman fosse costretto a rimproverarlo in allenamento perché non si applicava come avrebbe dovuto. Ciononostante l’attaccante si irrobustirà fisicamente, e si disciplinerà tatticamente con ore ed ore di schemi provati fino alla nausea. A fine stagione il Messina metterà a segno 46 gol, e la metà porteranno in calce la firma di Schillaci: segnerà in tutti i modi Totò, di scaltrezza, in acrobazia ed anche di giustezza. Ovvio che una stagione così, non passerà inosservata agli occhi dei club più titolati. Alla fine la spunterà la Juventus che sborserà 6 miliardi per aggiudicarselo, una cifra spropositata all’epoca per un giocatore di B. Una plusvalenza straordinaria per il Messina, che in Zeman aveva trovato il suo Re Mida.

Schillaci sotto la Mole ripagherà tanta fiducia, e al debutto in A metterà a segno 15 gol che gli varranno anche la chiamata in nazionale. Il cittì Azeglio Vicini punterà su di lui ad occhi chiusi per quelle che nell’immaginario collettivo diventeranno le notti magiche di Italia ‘90.
E Zeman? Dietro le insistenze dei fratelli Casillo tornerà a Foggia, dove i rossoneri sono appena riapprodati in B. E dove assemblerà il tridente più iconico della sua carriera: Rambaudi-Baiano-Signori lanceranno in orbita Zemanlandia.

In riva allo Stretto il tecnico di Praga ci tornerà presto, e sarà sinfonia rossonera. Il Foggia il 14 aprile del ‘90 si presenta al vecchio Celeste forte di una striscia di 7 risultati utili consecutivi che lo stanno proiettando nelle alte sfere della classifica, dopo che c’era stato un momento nel girone d’andata in cui la panchina del boemo aveva paurosamente scricchiolato. Nelle file dei peloritani c‘è una vecchia conoscenza come l’ex Ciucci, in avanti sta per esplodere un certo Igor Protti che grazie agli assist al bacio di Modica (poi destinato a seguire il Maestro nei panni di collaboratore) sta provando a far dimenticare proprio Schillaci.

Ma dall’altra parte il Foggia ha un attacco-mitraglia, e quel pomeriggio l’angelo biondo Beppe Signori è scatenato: sua la doppietta che regalerà ai rossoneri i due punti. Lo stesso copione si ripeterà la stagione successiva, il 24 febbraio sarà ancora 0-2, nel segno stavolta di Baiano e Rambaudi. E il fatto curioso è che il Foggia prenderà in mano l redini del match e lo indirizzerà nel verso desiderato quando resterà in inferiorità numerica, per via dell’espulsione di Napoli. Già, a quel tempo capitava spesso che il Foggia di Zeman ridotto in dieci giocasse ancora meglio di quanto già non facesse in parità numerica...

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testatina dillo al direttore WEB

 

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