L’arte di arrangiarsi. L’ha sperimentata Zdenek Zeman a Foggia in questa stagione dai mille rivoli e risvolti.
All’ombra dell’Epitaffio il boemo ha compiuto il suo ultimo piccolo capolavoro, con pochi spiccioli e con il solito inesauribile bagaglio di idee ha fatto diventare squadra un gruppo che il ds Peppino Pavone con la sua arcinota competenza è riuscito a plasmare smussando angoli che solo le sue conoscenze potevano essere in grado di addolcire. Domenica nel post-gara con l’Avellino il tecnico di Praga si è superato: avrebbe potuto lanciare i suoi personali strali all’indirizzo di chi sta facendo di tutto per allontanarlo da Foggia e per fargli perdere la pazienza. Poteva anche togliersi qualche sassolino dalla scarpa dopo la vittoria che ha blindato il settimo posto in campionato ed il piazzamento play-off. Che era tutt’altro che certo dopo il pastrocchio-Catania che aveva rimesso tutto in discussione. E invece il serafico Zeman ha dato a tutti una lezione di stile non cadendo nelle provocazioni di un presidente che parla troppo, spendendo l’unico pensiero per i suoi, quelli che ha sempre difeso dallo scorso luglio quando cominciò a definirli un gruppo di bravi ragazzi: “Mi sento di ringraziarli tutti dal primo all’ultimo per quanto hanno fatto nel corso della stagione”.
Un gesto che la dice tutta sul rapporto che il boemo ha saputo instaurare con lo spogliatoio rossonero, ma che ha anche un significato più profondo: ma come, Curcio, Merola e compagnia discorrendo non perdono tempo a ripetere che saranno eternamente grati al loro allenatore per le conoscenze che sta loro trasferendo, e Zeman invece avverte il dovere morale di accomunarli tutti in un caloroso abbraccio? Certo, perché il boemo sa quanto sudore e fatica ci hanno messo i suoi ragazzi per diventare quello che oggi sono. Una squadra di nome e di fatto. Che fin dall’inizio si è affidata completamente nelle mani del suo allenatore sapendo che poteva fidarsi ad occhi chiusi.
Zeman da un lato. Pavone dall’altro. Li ha mandati patron Canonico, l’ispiratore di quella che all’inizio sembrava una scommessa da vincere a tutti i costi, e che nel tempo è sembrato poi voler rinnegare la sua scelta. Prima sbattendo la porta in faccia a Pavone (per poi ritornare di corsa sui suoi passi). E poi bisticciando, spesso e volentieri con Sdengo, il suo allenatore. Sulla scelta dei giocatori e su più di qualche strategia non condivisa.
Obiettivamente non deve essere stato semplice per il tecnico ed il ds districarsi in una avventura che pure entrambi hanno abbracciato con rinnovato entusiasmo, ma che alla fine si è rivelata più faticosa di quanto potessero immaginare.
Perché c’è stato da superare prima lo scetticismo di un ambiente poco incline ad attendere che si intravedesse la mano del Maestro in una squadra dal limitato tasso tecnico. E che pure quando ha cominciato ad insinuarsi sicura ha comunque sortito gli effetti sperati.
Era solo una questione di tempo. Occorreva pazienza. E fede. Quella che i più non hanno mai mostrato di avere nei riguardi di un progetto che pure alla fine è decollato nel verso desiderato.
Zeman e Pavone, il braccio e la mente della Zemanlandia che fu, a Foggia non potranno mai essere demodè: loro incarnano il calcio-bollicine che da queste parti resterà per sempre immortale, metterli anche per un solo attimo in discussione è stato come cancellare con un colpo di spugna il decennio più gioioso, solare e spensierato del pallone di Capitanata.
Ci hanno provato, ma non ci sono riusciti: ci ha provato invano anche quello che è stato il loro principale mentòre, alias Nicola Canonico, l’imprenditore barese al quale Maria Assunta Pintus ha consegnato l’estate scorsa le chiavi del bastimento con la convinzione che si trattasse dell’uomo giusto al momento giusto per cambiare il destino del Foggia.
Diciamola tutta: Canonico con Zeman in panchina ha trovato il suo Re Mida, fra i pochissimi allenatori ancora in circolazione capace di trasformare in oro tutto quello che tocca.
Nicoletti che a gennaio prende la strada di Crotone in B, e poi ancora Dalmasso anzichè Di Pasquale o Sciacca, oppure Petermann, Merola e Ferrante sono tutte invenzioni illuminate che il boemo ha saputo tirare fuori dal suo cilindro magico. E che, nel nome e nel segno di Zeman, sembrano poter riavviare da queste parti un ciclo fortunato dopo anni di stenti e di promesse non mantenute.
Sempre che, ovviamente, il boemo decida di restare al suo posto. Il che è tutto da dimostrare, atteso che non è mica vero che debba essere il presidente a dover decidere se l’allenatore meriti o meno la riconferma. I matrimoni si fanno sempre i due.
Nell’attesa allora che si sappia una volta per tutte come andrà a finire la telenovela Canonico-Zeman, meglio provare a goderseli questi play-off.
Comunque vada sarà un successo, il Foggia in questi spareggi che stanno per bussare alle porte sarà la mina vagante, l’outsider di lusso che proverà a fare da terzo incomodo.
Perché il suo allenatore ha saputo dargli un’anima ed una identità precisa.
Ma che sia chiaro: Zeman da queste parti era e resta un valore aggiunto.
Non un ricordo.
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