Questione di empatia. Che nel tempo è venuta meno. Questione anche, e soprattutto, di diversità di vedute.
Che alla fine hanno portato al divorzio. La notizia dell'addio di Gianfranco Mancini in seno al Foggia è passata quasi inosservata. Nessuna comunicazione ufficiale da parte del club, non ci fosse stata la nota di commiato da parte di colui che fino a qualche giorno fa ha ricoperto la carica di direttore dell'area tecnica rossonera per poco più di un mese, nessuno si sarebbe accorto della sua frettolosa uscita di scena.
Ma che la separazione fosse nell'aria nell'entourage del Foggia era nota da tempo, Mancini ha atteso solo il momento propizio per togliere il disturbo. Perché ormai già da qualche tempo aveva maturato il convincimento che non sussistevano più le condizioni per proseguire nella direzione tracciata all'atto del suo arrivo a Foggia. Già, perché il 50enne dirigente di Polignano a Mare fino allo scorso luglio è stato il responsabile del settore giovanile rossonero, incarico che ha svolto con passione in tutti questi mesi nel corso dei quali ha provato a risollevare le sorti di un vivaio da troppo tempo abbandonato al suo destino.
Mancini si è adoperato per ricreare le sinergie con le altre società operanti sul territorio e, pur fra mille difficoltà, ha provato a seminare nel deserto. Era andato anche oltre, per la verità, spingendosi con coraggio a porre le basi per la creazione di una Academy da insediare a Malta. Ignaro però del fatto che patron Canonico avesse per il futuro altri progetti in serbo: affidare cioè a partire dalla corrente stagione agonistica il settore giovanile in "subappalto" al tarantino Piergiuseppe Sapio.
Di fatto rinnegando le ragioni che lo avevano spinto ad affidarsi ad un dirigente navigato che conosceva fin dai tempi del Bisceglie, azzerando così quanto costruito nell'ultimo anno con grande sacrificio. Uno smacco che Mancini non ha digerito, il passaggio in prima squadra che in un primo momento sapeva tanto di promozione sul campo, in realtà era solo un modo per allontanarlo da quello che è il mondo che più gli appartiene e per il quale si è sempre speso. Inevitabile, dunque, l'epilogo.
Sorry, Mancini...
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