L’8 ottobre scorso il Foggia inciampava anche a Pagani, nel giorno dell’esordio in panchina del suo nuovo allenatore, infilava il quinto ko nelle prime sette di campionato, e scivolava sul penultimo gradino della graduatoria. Quel pomeriggio la formazione rossonera toccava il punto più basso di una stagione fino a quel momento da incubo, e pareva infilarsi in un tunnel senza via di uscita.
Anche perché l’avvicendamento in panchina, preteso a gran voce dalla piazza, pareva solo allungare la lenta ma inesorabile agonia di una squadra senz’anima, incapace di reagire. Encefalogramma piatto. O quasi. Questa è stata la condizione in cui Fabio Gallo ed il ds Matteo Lauriola hanno trovato il Foggia nel momento del loro insediamento con il penultimo posto e la miseria di 4 punti in classifica che gridavano vendetta.
Della presunta corazzata che avrebbe dovuto contendere la promozione alle più accreditate al successo finale nemmeno l’ombra. Sono trascorsi 17 giorni da quel 2-0 rimediato contro la Gelbison, il Foggia da quel triste giorno non solo non ha più perso, ma ha cambiato pelle.
Una metamorfosi sotto certi versi inspiegabile, ma che ha i suoi perché. Gallo nella sua nuova avventura è partito da un innegabile vantaggio: peggio di come si era fatto fino a quel momento era praticamente impossibile fare. Toccato il fondo il Foggia, dunque, non poteva che risalire. Bisognava solo capire quanto tempo avrebbe impiegato per entrare in sintonia con il suo nuovo allenatore prima di ritrovarsi. E soprattutto se sarebbe scattata la scintilla.
Cosa, che a veder bene, è accaduta fin dalla prima gara a Pagani, perché per 20’ abbondanti quel pomeriggio i rossoneri non solo tennero testa all’avversario ma in qualche frangente lo spaventarono pure. Prima poi di scomparire letteralmente dalla scena, complici oltre che i soliti errori, anche e soprattutto una condizione fisica assai precaria.
Gallo il trasformista, abile in corsa a cambiare i connotati alle sue squadre (cosa che gli è riuscita assai bene già a Terni e Potenza) è ripartito da lì, dalle debolezze di un gruppo che di fronte alle prime difficoltà ammainava bandiera bianca, consegnandosi all’avversario. Anche perché incapace di produrre una qualsivoglia parvenza di reazione emotiva.
Bisognava quindi innanzitutto entrare nella testa dei giocatori, e convincerli che c’era un modo per tirarsi fuori da quella scomodissima situazione. Ma occorrevano due ingredienti fondamentali: predisposizione al sacrificio. E soprattutto corsa ed intensità, senza le quali ogni sforzo sarebbe risultato vano.
I giorni che hanno diviso dalla sfida, sulla carta chiusa nel pronostico, con l’ex capolista Crotone sono serviti a ricaricare le batterie e a mettere benzina nel motore. Che già era in riserva. Così nel sabato che avrebbe dovuto far saltare agli occhi l’abisso esistente fra la prima e l’ultima (quasi) della classe, a tornare al centro del villaggio è stato invece il decalogo predicato da Gallo.
Fatto di pochi ma concreti principi. Indispensabili però per svoltare. Il Foggia così dopo aver preso le misure al Crotone, nella ripresa è uscito alla distanza, ha trovato il golletto che ha messo in discesa la partita, e sull’episodio a lui favorevole ha costruito la vittoria di platino che ha restituito le prime certezze a Petermann e soci. Il guizzo di Vuthaj è stato il salvagente al quale aggrapparsi nella fase più tormentata della stagione, dove un altro risultato negativo avrebbe aperto in maniera catastrofica il fronte della crisi.
E invece quell’insperato successo è stato corroborato, solo tre giorni più tardi, dal pari di Castellammare di Stabia. Un altro punticino d’oro che ha fortificato le certezze del Foggia, perché arrivato in rimonta ed in inferiorità numerica, quando ormai stavano per scorrere i titoli di coda. Un altro segnale incontrovertibile del cambiamento di rotta in corso, che ha dato ulteriore forza al gruppo facendogli balenare nuovi possibili orizzonti.
Ai quali, però, sarebbe servito dare nuovo vigore. Attraverso la continuità nei risultati. La terza gara in soli otto giorni chiudeva un tour de force che per il Foggia è forse arrivato nel momento più delicato della stagione, dove servivano risposte precise sul piano emotivo e caratteriale. I primi 45’ dello Zaccheria e del derby di sabato scorso hanno fatto temere per il peggio: per un tempo è sembrato che l’incantesimo stesse per spezzarsi e che i progressi evidenziati con Crotone e Juve Stabia fossero stati solo frutto del caso. Con la Fidelis si è tornato a rivedere il Foggia di Boscaglia, povero di idee e di concetti, evanescente ed inconcludente.
Il vantaggio dell’Andria alla mezzora è stata così la logica conseguenza di una preoccupante involuzione che pareva ricacciare la squadra nel suo stato di inammissibile torpore. Poi però, per fortuna, è suonata la sveglia, e nella ripresa è tornato a vedersi il Foggia di Gallo. Capace in 17’ di mettere in discesa il match e di far tirare a tutti un sospiro di sollievo.
Otto giorni per cambiare le carte in tavola e rivoltare il Foggia come un guanto: tanti ne sono bastati a Fabio Gallo per dettare la svolta. Che, si badi bene, è ancora provvisoria. Perché ci vorranno altre verifiche (e vittorie sonanti) per mettersi alle spalle uno dei periodi più bui della recente storia rossonera.
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