Chapeau Foggia, impresa da consegnare alla storia. Su tutto il resto meglio sorvolare. Finché la barca va…

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Batticuore Foggia. All’ultimo assalto e all’ultimo respiro arriva una qualificazione che ha del miracoloso. E che, in qualche modo, fa il paio con quella altrettanto sofferta del primo turno con il Potenza. Sembra essere baciata dalla Dea Bendata la formazione di Delio Rossi, che per la verità contro l’Audace Cerignola, nel derby che ha rimesso a posto anche le gerarchie, la fortuna è andata a cercarsela.

Già, perché se c’è stata una squadra che per tutti i 96’ ha fatto il Diavolo a quattro per riaprire la sfida (e il passaggio del turno), questa è stata il Foggia, che a testa bassa e senza soluzione di continuità si è riversato nella metà campo avversaria alla ricerca del gol che liberasse l’urlo dello Zaccheria e spianasse la strada verso quella che, all’atto pratico, resta impresa vera. Da consegnare alla storia. Che poi i 77 minuti iniziali siano stati impalpabili ai fini di quello che è capitato negli ultimi inenarrabili 13’ finali è un altro discorso. E’ stato proprio quello il segmento che rende immortale questo derby di Capitanata che sarà ricordato per le emozioni che ha riservato nell’arco complessivo dei 180’.

Passa il Foggia ed è giusto così, perché alla fine ai quarti di finale degli spareggi-promozione approda la formazione che più ci ha creduto e che non si è data per vinta nemmeno quando tutto pareva compromesso. E così la più irrazionale delle stagioni che da queste parti si ricordino in assoluto ha regalato la più straordinaria delle rimonte.

Nella notte che resterà per sempre scolpita nella memoria oltre che negli occhi di chi soprattutto questo sogno lo ha coltivato fino all’ultimo istante, resta la festa popolare di uno Zaccheria che ancora una volta ha offerto uno spettacolo d’altri tempi. E che è stato ripagato dalla prova della squadra di Delio Rossi e dei suoi straordinari ragazzi.

Godersi quindi questo momento di sana esaltazione collettiva è lecito. Per tutto il resto, compreso chi continua a governare il vaporetto rossonero, meglio sorvolare. Finché la barca va...

Nella notte dei miracoli dello Zaccheria c’è racchiusa tutta la magia del calcio. In quei 13’ incandescenti ed irripetibili minuti finali del derby si condensano le emozioni di una partita d’altri tempi, che per trequarti abbondanti ha rispettato il copione della vigilia.

E che poi improvvisamente sui titoli di coda si è infiammata. Proprio quando ormai l’Audace Cerignola pensava di essere giunta solitaria sul traguardo e con la qualificazione in tasca ed il Foggia viceversa si ritrovava in un angolo a meditare sugli errori commessi nel match di andata al Monterisi. Il finale thrilling ha però ribaltato completamente la scena, fino al 77’ son state lacrime e sofferenza per il Foggia, dal gol di Schenetti in poi invece è stato un crescendo rossiniano che ha portato all’incredibile apoteosi finale. Passando attraverso le prodezze di Frigerio prima e, a un soffio dal triplice fischio finale, all’acuto di Kontek. Ironia della sorte l’uomo che fino a quel momento si era procurato (e divorato) le due uniche vere palle-gol del match.

L’imponderabilità del calcio, direbbe quel marpione di Pino Caramanno (il tecnico con le stimmate della promozione in B dell’89), ci ha messo lo zampino rendendo possibile ciò che nemmeno il più incallito dei degli ottimisti avrebbe potuto prevedere, l’ennesima grande rimonta della storia pallonara si è compiuta. Ed è stato come un soffio che ha accarezzato lo Zaccheria, mandandolo in estasi. Quando Frigerio al minuto 93 ha scaraventato con rabbia nel sette il gol del 2-0 quasi è sembrato un dispetto del fato. Che sembrava volersi prendere gioco del Foggia. “Vincere con due reti di scarto e restare fuori fa ancora più male”, avranno pensato i più, sia quelli presenti sugli spalti (la minoranza) che quelli comodamente seduti in poltrona (la maggioranza).

Uno smacco insopportabile, che sarebbe stato difficile da assorbire, soprattutto perché dall’altra parte chi era pronto a fare festa erano i cugini gialloblù, mica una squadra qualunque. E allora il magone sarebbe stato più grande, perché sai gli sfottò che sarebbero piovuti da Piazza Duomo dove in migliaia i tifosi dell’Audace erano raccolti attorno ad un maxischermo. E invece no, è accaduto altro. Esattamente il contrario di quanto pareva a quel punto già scritto: a una manciata di secondi dal gong Peralta va dalla bandierina a battere l’ennesimo corner di una gara giocata praticamente a senso unico, traiettoria maliziosa che pare possa essere amministrata dalla difesa del Cerignola, c’è però un rimpallo che favorisce Kontek, il più lesto di tutti a scucchiaiare lì dove Saracco non può arrivarci.

E’ il gol-qualificazione, come sia potuto accadere resterà un mistero, si rigiocasse altre 100 volte questa partita non finirebbe mai 3-0. Ed è per questo che in casa Audace devono recitare il mea culpa per aver gettato alle ortiche un passaggio del turno che pareva cosa fatta. Inesperienza e un pizzico di presunzione alla base del tracollo gialloblu, ma anche una strategia di gara che alla distanza non ha premiato la scelta di fondo di Pazienza di accontentarsi e di amministrare il vantaggio accumulato in gara 1. Imperdonabile errore di valutazione che è costato carissimo.

La bolgia dello Zac, com’era ampiamente prevedibile, ha fatto il resto, il ruggito della folla dopo l’1-0 è stata una spinta fondamentale per lanciarsi a caccia del raddoppio prima. E per completare la remuntada poi. Fortuna, casualità e altro ancora: metteteci dentro pure ciò che volete, resta l’acuto di una squadra che per l’ennesima volta in stagione ha saputo rialzarsi e che si è dimostrata più forte di tutte le avversità. Peccato semmai essere contati in vista di un quarto di finale che è ad handicap e che sembra chiuso, almeno in partenza, nel pronostico: fra infortuni e squalificati rosa ristretta all’osso, rifletta patron Canonico sull’ennesimo errore commesso.

In una annata controversa e dai mille rivoli a emergere è il carattere di questi intrepidi 19 ragazzi (tanti quanti ne erano in tutto a disposizione nel derby) che hanno avuto la forza di rispedire al mittente le accuse e le minacce che ingenerose gli erano piovute addosso copiose dopo il 4-1 rimediato a Cerignola, trovando il modo (non si sa come) di ribaltare la scena. Sono loro i veri e unici vincitori. Assieme a Rossi. Che nel momento di difficoltà ha saputo restituire al gruppo quel pizzico di serenità necessario per prepararsi alla grande rimonta. Il resto, ancora una volta, è solo contorno. Perché non incide in alcuna misura sui risultati che arrivano dal campo. E questo finisce con l’essere l’aspetto più curioso che sta accompagnando i successi del Foggia.

Doveva andare così, questo derby di Capitanata resterà per sempre negli annali: per la prima volta nella sua storia valeva per un traguardo sportivo e per la prima volta in stagione ha regalato ai rossoneri il sorriso. Il più bello, perché delle quattro sfide affrontate in stagione Petermann e soci hanno fatto loro quella più importante. Rifacendosi con gli interessi delle umiliazioni patite nei tre precedenti.

Rossi, dopo le amnesie dell’andata e una rotazione degli effettivi che non ha del tutto convinto, nel decisivo return-match non ha sbagliato praticamente nulla. A cominciare da Dalmasso, che si rivedeva fra i pali dopo essere finito fuori rosa da gennaio per precisa scelta del club, per passare all’assetto di centrocampo, il più equilibrato e funzionale per affrontare l’Audace.

Per finire alla coppia di attaccanti che hanno mirabilmente sintetizzato lo spirito con il quale andava affrontata una partita come il derby. Peralta e Beretta sono stati ammirevoli per dedizione e applicazione, un esempio per tutti i compagni. Ma anche i cambi a gara in corsa hanno inciso. A cominciare da Schenetti, che ha confermato di poter essere l’hombre del partido se utilizzato part-time. Chissà, avesse deciso diversamente all’andata Rossi, al Monterisi sarebbe finita diversamente. Forse. E ora staremmo probabilmente parlando di tutt’altra partita rispetto a quella andata in onda allo Zaccheria. No, meglio non riannodare il nastro di questi 180’ che trasudano di pathos.

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testatina dillo al direttore WEB

 

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