Il Fattore C a Foggia continua a fare presa. Nella scorsa stagione lo si accostava spesso e volentieri a patron Nicola Canonico e a quella dose di buona sorte che sta accompagnando l’avventura in rossonero dell'imprenditore di Palo del Colle e che ha sospinto i rossoneri a sfiorare la clamorosa impresa della promozione in B con quella straordinaria cavalcata nei playoff in cui la componente C... ha giocato un ruolo fondamentale.
Il Fattore C del Foggia di questa stagione si chiama invece Cudini. Il tecnico dell’emergenza, come qualcuno lo aveva ribattezzato, che si è ritrovato in sella al Foggia quasi per caso nello scorso luglio quando da queste parti già si stava intonando il de profundis, con una proprietà sull’orlo di una crisi di nervi per l’esito negativo della inutile ed estenuante battaglia legale intrapresa per la riammissione in B a spese del Lecco che alla fine ha prodotto il nulla e con la prospettiva di un ridimensionamento di programmi e progetti che a quel punto era nell'ordine delle cose.
Ricordate? Mirko Cudini solo tre mesi fa veniva paracadutato su Foggia in uno dei momenti più delicati del club rossonero dell'ultimo decennio. Da allora di strada il Foggia ne ha fatta e parecchia e i primi 100 giorni di Cudini all'ombra dell’Epitaffio sono il compendio delle buone pratiche che deve intraprendere un allenatore. Che qui, sarà bene rammentarlo, era arrivato in punta di piedi e fra un diffuso scetticismo.
Tramutatosi ben presto in una fiducia che lentamente ha contagiato tutto l’ambiente. E questo a prescindere da quest'ultimissima striscia di risultati deludenti che in una sola settimana hanno fatto scivolare il Foggia dal terzo al nono posto. Può accadere in un percorso di crescita che vede la formazione rossonera proiettata in una dimensione che a monte non credeva potesse essere sua.
E nella quale ce l’ha sospinta il suo allenatore, il 50enne ragazzo di Sant’Elpidio a Mare dallo sguardo triste e dalla chioma fluente che nell'ultima settimana è entrato improvvisamente nel mirino della critica. Che tutto d’un tratto gli contesta di passare troppo disinvoltamente da un modulo a un altro disorientando la squadra. E, nel caso specifico di Picerno, di non aver fatto ricorso agli attaccanti della panchina per provare a rimettere in piedi una partita che andava prendendo una brutta piega.
E così quelli che fino a ieri sembravano essere meriti, oggi diventano demeriti per Cudini, che in questa sua nuova avventura ci sta mettendo tutto sé stesso pur ritrovandosi fra le mani un gruppo incompleto, le cui lacune era fisiologico che prima o poi venissero a galla. L’allenatore del Foggia magari avrebbe tanto da dire in questo frangente, ma per il momento fa spallucce e tira dritto per la sua strada così come conviene a un professionista serio.
Probabilmente anche perché è convinto che la sua squadra saprà tirarsi fuori in fretta da questa mini serie negativa che è figlia anche dello spessore delle tre squadre che in soli 8 giorni il Foggia ha dovuto fronteggiare. Crotone e Benevento sono di una spanna superiore a Garattoni e compagni, il Picerno in casa e su quel campo è indigesto praticamente per tutti. La miseria del punticino incamerato non deve né fare scattare l’allarme, né tanto meno provocare reazioni ingiustificate.
Deve averlo capito anche patron Canonico, che pare domenica sera fosse nero come la pece per via di un risultato che non aveva messo in preventivo e che qualche mugugno gli avrà sicuramente provocato. Ma non conviene drammatizzare, meglio guardare in faccia la realtà. Possibilmente con equilibrio, partendo dal presupposto che questa squadra finora è stata più che dignitosa e assolutamente in linea coi programmi di partenza.
Cudini dunque non deve adombrarsi. Faccia leva sempre sulla passione per il calcio che da sempre lo guida, e vada avanti per la sua strada senza tentennamenti. Esattamente come ha fatto fin dalla prima esperienza in panchina con la Sangiustese, in Eccellenza, dove ha ottenuto subito la prima promozione in Serie D senza mai scendere a compromessi. Un risultato inaspettato che gli ha consentito di attirare su di sé le attenzioni del Notaresco, prima di approdare al Campobasso nel ‘19 in quelli che sarebbe diventato il suo habitat ideale dove trasmettere la sua filosofia, basata sul 4-3-3 e sulla proposta di un calcio offensivo.
Ereditato da un certo Delio Rossi, il suo predecessore a Foggia, fin dai tempi della Salernitana: “Non ti dava molta confidenza, ma mi ha trasmesso la mentalità di attaccare”, ha spesso ricordato Cudini, che tutto avrebbe potuto immaginare tranne che un giorno di succedere a colui che negli anni '90 è stato un suo preciso riferimento. Rossi, ma non solo. Già perché poi un'idea di calcio spiccatamente propositiva, deve essere accompagnata dall’equilibrio in fase difensiva, caratteristica che gli è stata trasmessa da Marco Giampaolo. Un mix vincente che gli ha permesso di vincere il campionato di Serie D nel '21 coi molisani e di conquistare la successiva salvezza.
Nessuno gli ha mai regalato niente, da bambino prima e da calciatore poi. Cudini è partito dal basso, con voglia e ambizione: “Il calcio per me era un sogno - ha spesso ripetuto -. Allenare mi fa sentire bene. Credo in un calcio propositivo, la mia squadra non deve mai aver paura. L’obiettivo è quello di entrare in campo pensando di vincere e non di non perdere. In novanta minuti si può battere chiunque”. Avendo magari una identità precisa: “E’ un aspetto imprescindibile. Una squadra per raggiungere degli obiettivi deve credere nel suo lavoro”.
Già, il lavoro. Cudini a Foggia non chiede nulla. Se non di essere messo nelle condizioni di lavorare al meglio. Vogliamo fargliene una colpa?
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