Foggia-Juve Stabia non è solo la gara che mette di fronte due squadre che si sfidano dalla notte dei tempi (dalla stagione ‘29-30 per la precisione). È anche molto altro. È la storia di una rivalità antica fra due club che 73 anni fa si contesero la B nello spareggio di Firenze, dopo che le squadre chiusero il campionato appaiate a 52 punti. Il 17 giugno del ‘51 era lo Stabia che si imponeva 2-0 e per le Vespe si trattava di un traguardo storico.
Dici Juve Stabia e il pensiero corre inevitabile anche a Castellammare di Stabia, la città che ha dato i natali a don Mimì Rosa Rosa, il presidente che negli anni ‘60 pilotava per la prima volta i rossoneri sul palcoscenico dorato della Serie A: “Il Foggia di mio padre era una famiglia. Una volta mia sorella rispose ‘sono la figlia del Foggia’ - i ricordi sempre vividi e mai sbiaditi di Gioacchino, figlio del califfo del legno scomparso nel 2005, che nel ‘61 diventava plenipotenziario dell’allora US Foggia&Incedit -. Attorno alla metà degli anni ‘50 mio padre si era trasferito in Puglia e aveva aperto un deposito di legnami e materiali da costruzioni prima a Manfredonia e poi anche a Foggia. Era ancora scapolo ma fidanzato con mia madre, figlia della farmacista di Praia a Mare, in Calabria, che aveva conosciuto nell’immediato dopoguerra. Abitava all’Hotel Cicolella, e lì strinse un forte legame con quella famiglia. Quando si sposò si trasferì in via Bruno, in fitto, al terzo piano di una casa che affacciava sul vecchio corso Vittorio Emanuele. Mia madre partorì a Napoli e poi, dopo un po’ tornammo a Foggia. Papà che era stato vice presidente dello Stabia, iniziò a seguire il Foggia come dirigente, nel mentre il presidente era Piccapane. Ricordo che all’improvviso la nostra vita fu travolta da giocatori, allenatori, tifosi. Non si parlava d’altro, papà era impegnato fortemente nell’impresa di portare quella squadra di provincia in serie A. E ci riuscì”.
Don Mimì aveva una fissazione che in parte riuscirà a realizzare: “Desiderava che la sua squadra fosse composta da foggiani. Tutto avrebbe avuto più senso. E cercava giocatori non solo professionisti ma anche dilettanti nei vari campetti nella provincia”, ha raccontato spesso il figlio. Mise su una vera famiglia, fu quello il vero segreto di una squadra di provincia che fece tremare le grandi, Inter del mago Herrera compresa (e battuta): “Mio padre non voleva star. Preferiva la coralità ai solisti prestigiosi. E per i giocatori era un secondo papà. Tutti prendevano lo stesso ingaggio e lo stesso stipendio, non c’erano eccezioni. Ma per quelli un po’ più malmessi economicamente, e che pensava che avrebbero avuto difficoltà a fine carriera apriva dei libretti di risparmio in segreto. E che avrebbero ricevuto a fine carriera per aprire una piccola attività o metter su famiglia”.
Rosa Rosa avrebbe lasciato il Foggia dopo 6 anni con 26 milioni di attivo in banca e con la squadra che nel frattempo era diventata per tutti la Stella del Sud. Il patron stabiese giunse in Puglia scampando, a Dachau, al campo di concentramento nazista. C’era arrivato deportato dai tedeschi l’8 settembre del ‘43, mentre stava concludendo a Savona il corso di allievo ufficiale. A Dachau si salvò quando un gerarca fascista gli propose di scegliere tra l’esercito di Salò o fare il libero lavoratore in Germania. Scelse la seconda opzione, aspettando per due anni l’arrivo dei russi e la fine del conflitto. Rientrò in Italia e raggiunse Manfredonia, dove il padre aveva un’impresa di legnami. Lavorò alla ricostruzione dell’azienda, ne aprì un’altra a Foggia e divenne un imprenditore di successo in Capitanata.
Al calcio aveva giocato da ragazzo, centromediano sul campo dei Salesiani a Castellammare, poi a soli 17 anni fu vicepresidente dello Stabia. Stabilitosi in Puglia, Rosa Rosa incontrò il Foggia. Fu chiamato alla vicepresidenza dal sottosegretario democristiano Gustavo De Meo, forte personalità politica locale. Rimase poi consigliere a lungo sotto la presidenza Piccapane con cui conquistò la storica prima promozione in Serie B dei satanelli. Mimì Rosa Rosa era un grosso imprenditore e un grande intenditore di calcio, diventò presidente il 7 settembre del ‘61, e quel giorno nacque sua figlia Daniela. Trattenne nel Consiglio Antonio Fesce (che poi avrebbe guidato il Foggia per 16 anni) e si mise alla ricerca di un tecnico emergente e di poche pretese. Lo individuò in Oronzo Pugliese che allenava il Siena. Fece tre acquisti, Pugliese dette alla squadra grinta e gioco. Doveva essere un campionato di assestamento, fu una cavalcata con 15 gol di Cosimo Nocera, lo scugnizzo napoletano di Secondigliano. Promozione in Serie B al primo colpo. Al ritorno dalla partita decisiva a Benevento, vinta per 2-0, Rosa Rosa riunì la squadra all’Hotel Sarti e distribuì ai giocatori un milione a testa, poco meno di quanto prendevano per l’intera stagione.
Conquistata la Serie B, il presidente non lasciò: per passione e per le nuove pressioni del sottosegretario De Meo. Portò il bilancio della società in pareggio, sconfisse i ‘portoghesi’ con rigidi controlli alle porte dello stadio e ampliò la capienza dello Zaccheria facendo costruire nella curva vuota una tribuna in legno e tubi metallici. In Serie B le soddisfazioni non mancarono. Il Foggia vinse clamorosamente a Udine (7-2) in un giorno di pioggia e di gol devastanti nella porta friulana difesa da Zoff. Nocera ne segnò tre. Già al primo anno in Serie B, stagione 1962-63, ventiquattro gol di Nocera, il Foggia di Rosa Rosa sfiorò la Serie A; al secondo anno, la strabiliante sorpresa della promozione dopo una grande campagna acquisti. Squadra indimenticabile: Moschioni; Bertuolo, Valadè; Bettoni, Rinaldi e il foggiano Faleo; Oltramari, Gambino, Nocera, Lazzotti, Patino.
La popolarità di Rosa Rosa in quegli anni toccò il culmine. In A fu un’annata trionfale, battute allo Zaccheria la Juve di Sivori (gol di Maioli) e l’Inter di Helenio Herrera. Anche il secondo anno non fu da meno, poi Pugliese andò via (scelse la capitale sponda Roma) e al cognato del tecnico di Turi Egizio Rubino, che gli subentrò, non riuscì l’impresa di salvare la categoria. Fu retrocessione. Rosa Rosa si dimise lasciando la gloria di tre anni storici in Serie A, un ricco patrimonio-giocatori e 26 milioni di attivo di bilancio depositati in banca. Disse: “Ho anticipato i capitali, ci ho rimesso il costo degli interessi, ma non ho perso una lira”.
Si fece rivedere allo stadio dieci anni dopo, il 29 maggio ‘77, per l’amichevole fra il nuovo Foggia di A del presidente Fesce guidato da Puricelli e la squadra dei suoi tempi con Oronzo Pugliese in panchina. Fu un pomeriggio di grande emozione perché nessun aveva dimenticato don Mimi, il presidente della prima Serie A che veniva da Castellammare. E che era stato vicepresidente dello Stabia poco più che ragazzino.
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