San Severo, femminicidio si poteva evitare. Tafanelli: “Cambiare legge e tenere chiuso potenziale carnefice”

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Lacrime dolore e rabbia, silenzio e preghiere, per la perdita di Celeste Rita Palmieri: un femminicidio che si poteva evitare, come per Roberta Perillo. Ma il suo sacrificio dev’essere da sprone e portato all’attenzione del legislatore, magari attraverso i parlamentari locali, per dare nuova linfa alle norme attuali, che non prevengono i femminicidi e, quindi, dare quel senso di giustizia ai figli della signora Palmieri, affinché dalla sofferenza risorga la figura della loro mamma che è riuscita a far restare in vita, eroicamente, tante altre donne che vivono la sua condizione. 

“Il problema non è quanti Cav (centro anti violenza) ci sono o l’attenzione dei Servizi sociali e tutto ciò che anche le forze dell’ordine potevano fare – ha esordito a l’Attacco Antonella Tafanelli, da dieci anni volontaria contro la violenza di genere, oltre a essere passata da una triste storia personale -. C’è da agire sul potenziale carnefice, già reo con denunce a carico. Nel momento in cui una vittima, dopo essersi rivolta alle istituzioni, non accetta il programma di protezione, per svariati motivi, non si può fare più niente. Il sistema legislativo è farraginoso; manca la tempestività; mancano il raccordo e il coordinamento, tra chi è preposto allo scopo. Mettere in un programma di protezione, inoltre, non sempre vuol dire mandare la vittima in un’altra città, ma trovare la soluzione più consona e idonea: l’abitazione di un parente, di amici, di persone fidate, con cui restare in contatto con le autorità. Ogni caso ha la sua storia e una sua specificità”. 

Antonella Tafanelli, entra nel merito: “Si deve agire sul carnefice e non sulla vittima. Bisogna circoscrivere il problema, quindi, mandare in strutture dedicate queste persone - che, a loro volta, hanno bisogno di un percorso di cura e rieducazione, per poi essere reintegrate - e lasciar vivere alla vittima la sua vita: Il Codice rosso, il braccialetto e quant’altro, lasciano il carnefice libero di muoversi come una biglia impazzita che ha deciso qual è il suo obiettivo finale e, lo posso certificare, lo porterà a termine”.

E se la signora Palmieri fosse stata in compagnia dei figli? E se fosse stato giovedì, giorno del mercato settimanale a San Severo, con tanta gente in quel luogo, cosa sarebbe successo? “Il braccialetto ha già tanti problemi tecnici e, nel momento che la mente del carnefice ha metabolizzato l’idea omicida, può liberarsene e lo lascia a casa, muovendosi liberamente – ha ripreso la volontaria antiviolenza -. Tra l’altro le forze dell’ordine non possono presidiare ogni angolo. La ‘cultura della violenza’, comprende anche la formazione delle persone, perché se dovesse scattare l’allarme, la potenziale vittima si deve barricare in un luogo sicuro e non sottovalutare l’allarme stesso (anche se in caso di falso allarme): ‘Forse è andato vita; non lo vedo più’, si senti dire. Si deve lavorare in scienza e coscienza, sul buonismo/garantismo, inutile e di facciata - altrimenti anche tutti diventiamo accomodanti e colpevoli – e portare il legislatore lì dove ci sono prove, a mettere in sicurezza il carnefice, perché anche lui (o lei) ha bisogno di tutele psicologiche, mediche, farmacologiche. Anche i Cav e i Servizi sociali lavorano bene, ma hanno le mani legate: un discorso è intervenire sui minori, un altro è avere a che fare con un adulto. Sono proprio queste istituzioni a necessitare d’aiuto perché manca la velocità d’azione, con norme che scoraggiano e che non mettono in condizione gli operatori delle forze di polizia di usare gli strumenti stessi: si deve dare potere, al potere di poter agire". 

"Il carnefice ha troppi spazi di manovra – ha continuato Tafanelli -. Le norme fanno derivare uno stato di rassegnazione perché tanto: ‘Non cambia niente, anche quando denuncio’. Le amministrazioni comunali, con San Severo capofila, con l’Anci, dovrebbero andare a Roma, affinché si possa modificare la legge. Poi, vanno benissimo le fiaccolate, le panchine e le scarpette rosse, ma occorre agire sulle norme e, soprattutto, sulle persone intorno alle potenziali vittime, per fargli capire che entrare in un programma di protezione non è vergogna ma farsi del bene. Altrimenti, ci saranno altre sedie vuote che renderanno inutile le fiaccolate. Bisogna velocizzare le procedure e tenere chiuso il potenziale carnefice, in modo da proteggere lui e la potenziale vittima. Certe cose si dovrebbero fare prima del processo e non dopo”. 

La profonda conclusone di Antonella Tafanelli: “Inoltre, il suicidio del carnefice sta a significare che quei ragazzi, i familiari, non potranno più riscattare giustizia per la madre, perché non ci sarà un processo, non ci sarà una condanna. Mancherà la dignità di poter far giustizia alla vittima, con un ulteriore danno psicologico verso i parenti. Un danno che resterà sempre, perché il vero dolore si manifesterà nel tempo, soprattutto lì dove ci sono minori”. Oggi fiaccolata, nel nome di Celeste e delle altre donne vittime di amori malati.

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testatina dillo al direttore WEB

 

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