Una presa in giro. In questo modo una donna, paziente oncologica, descrive le risposte che arrivano dal Comune di Foggia al suo appello disperato, e a quello delle tante famiglie dell’ex distretto militare che da tempo vivono in condizioni di profonda indigenza.
“Viviamo in un buco di 3 metri per 3, non ne possiamo più”, racconta a l’Attacco la donna, madre di un giovane di 23 anni.
“Dopo lo sgombero dell’ex caserma Oddone, io e mio figlio, insieme ad altre famiglie, siamo stati sistemati, si fa per dire, nella sede della protezione civile. Ci avevano detto solo provvisoriamente, ma ormai è un sacco di tempo che siamo relegati qui. Abitiamo in una stanza minuscola, con un piccolo bagno privato - e menomale che c’è almeno quello -, e la cucina in comune con un’altra famiglia, che vive nello stesso nostro disagio, e che in aggiunta ha un bambino piccolo”, spiega.
“Da ben due anni, ormai, ci hanno privato anche del diritto all’informazione. Non abbiamo nemmeno un televisore. È un diritto che viene riconosciuto persino ai detenuti, mentre a noi viene negato. Non abbiamo neanche la lavatrice. Siamo costretti a portare i panni dai nostri familiari, oppure alle lavanderie a gettoni. Siamo stremati, e poi ci sentiamo umiliati e mortificati”, continua la giovane foggiana.
“Io e mio figlio disponiamo solamente di due armadietti e di due lettini scomodi. È più larga una cassa da morto di quegli armadietti. L’alloggio, se così possiamo definirlo, si trova al secondo piano della palazzina. Per oltre un anno sono stata obbligata a fare le scale a piedi, perché purtroppo devo recarmi costantemente in ospedale”, evidenzia.
“Ho lasciato l’ex distretto militare a bordo di un’ambulanza. Mi faranno morire prima di avere una casa dignitosa. Inoltre sono vedova. Sto crescendo mio figlio da sola, in queste condizioni. Lui adesso lavora, per fortuna. Ma fa dei turni massacranti, di 12 ore al giorno, e quando rientra non ha nemmeno la possibilità di riposarsi un po’. È costretto a stare in una stanzetta dove non riesce neppure a muoversi, su un lettino di dimensioni ridicole e scomodo. Va a lavoro nervoso e ha ragione. Io e mio figlio, come altre famiglie, abbiamo diritto alla graduatoria per l’assegnazione degli alloggi di edilizia residenziale pubblica, ma gli sfollati dell’ex distretto e i residenti del civico 1 nella terza traversa di Via San Severo sono considerati una priorità. Lo scorso 11 ottobre, il consiglio comunale ha approvato un accordo di programma tra la Regione Puglia, il Comune di Foggia e Arca Capitanata che individua le soluzioni abitative per l’emergenza, ma da allora nessuno si è fatto vivo, e alle nostre richieste e ai nostri solleciti nessuno risponde come dovrebbe”, prosegue.
“I giorni passano, uno dopo l’altro, e noi ormai ci sentiamo davvero presi in giro. Le case sono pronte. Sono 15 alloggi, ma ancora non si parla di noi, neanche adesso che quella benedetta delibera è stata approvata”, tuona. “Siamo due famiglie nella sede della protezione civile: io, con mio figlio di 23 anni, e un’altra con un bambino piccolo. Altre sei famiglie sono alloggiate nell’ex scuola comunale dell’infanzia Sorelle Agazzi, in Via Menichella, accanto alla scuola Catalano, mentre ancora altre sette vivono con il terrore che la palazzina pericolante nella terza traversa di Via San Severo possa crollare. Ci sono bambini, disabili e persone in condizioni critiche. Un ragazzo giovanissimo non ce l’ha fatta a vedere la nuova casa. Una storia che ha spezzato il cuore di tutte quelle mamme che da anni lottano per uscire dalla piaga del disagio abitativo”. L’ultimo riferimento della donna è ad Antonio Schioppo, figlio della signora Sonia, che alcuni mesi fa l’Attacco aveva raggiunto a casa per raccogliere l’accorato appello a una casa. Antonio non ce l’ha fatta, purtroppo. Aveva una malattia grave, che lo aveva obbligato all’amputazione di una gamba. Viveva con sua madre in condizioni disperate in una stanzetta presso l’ex struttura comunale. Una tragica storia che conferma il disinteresse delle istituzioni, da anni, nei confronti di queste famiglie che chiedono semplicemente una sistemazione dignitosa.
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