Lo stop del prefetto all’impresa legata ad Angelo Tarantino. Monte, colpito il bar della famiglia dell’Apicanese

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Sarebbe collegata al noto pregiudicato Angelo Tarantino l’impresa di San Nicandro Garganico che è stata colpita nelle scorse ore da una delle ultime interdittive antimafia adottate dal prefetto di Foggia Maurizio Valiante. La Prefettura ha rimarcato come sia “sempre più forte l’attenzione rispetto ai rischi di infiltrazioni della criminalità organizzata nell’economia legale”.

L’attività di prevenzione antimafia, sulla base degli approfonditi accertamenti condotti dalle forze di polizia e dell’attività del Gruppo interforze antimafia, ha portato com’è noto a 4 provvedimenti antimafia, rispettivamente nei confronti di una società con sede a Foggia, due con sede a Monte Sant’Angelo e una a San Nicandro Garganico, operanti nei settori dei servizi di pulizia di edifici pubblici e privati, del commercio, e delle erogazioni in agricoltura. “La complessa attività istruttoria che ha condotto all’adozione dei provvedimenti di rigore dell’informazione antimafia interdittiva”, ha spiegato la Prefettura, “permette ancora una volta il perseguimento dell’obiettivo della tutela dell'economia legale, e della garanzia della sana concorrenza tra le imprese, impedendo alle società ‘infiltrate’ di contrarre con la pubblica amministrazione, preservando in tal modo i settori produttivi e la stessa economia del territorio”. Nel caso di San Nicandro Garganico si tratta della Gruppo Camarda società agricola, una società semplice costituita nel 2019 avente come attività prevalente l’allevamento di bovini allo stato brado e comunque attività connesse all’esercizio dell’agricoltura e della zootecnia.

I soci amministratori sono 3: il 45enne Claudio Sassano, il 40enne Nazario Di Lella e la 51enne Sara Rubagotti. Quest’ultima sarebbe l’ex moglie di Angelo Tarantino, ora non più residente a San Nicandro. Ma al boss sarebbero legati da parentela anche gli altri due soci.

Il nome di Tarantino è legato alla mafia garganica e in particolare alla sanguinosissima guerra coi Ciavarrella che vide in 26 anni 17 omicidi e una sfilza di tentati omicidi. Ma anche in anni recenti Angelo Tarantino è balzato agli onori delle cronache, per via delle alleanze strette con altri clan garganici e del suo ruolo nella strage di mafia del 9 agosto 2017 a San Marco in Lamis, quando furono uccisi il boss di Manfredonia Mario Luciano Romito, il cognato Matteo De Palma e gli innocenti fratelli agricoltori Aurelio e Luigi Luciani.

L’alleanza legame tra i Tarantino di San Nicandro Garganico e i Li Bergolis di Monte Sant’Angelo (attualmente guidati da Enzo Miucci) è infatti stata svelata dall’indagine sul quadruplo omicidio e appare nella sentenza che ha condannato in primo grado, all’ergastolo, il basista sipontino Giovanni Caterino. I quattro uomini sarebbero stati uccisi da un commando di tre persone che, dopo la mattanza, avrebbero trovato rifugio proprio nella masseria dei Tarantino. Si tratta della masseria sulla Sp28 in agro di Apricena, per gli inquirenti “utilizzata costantemente da Angelo Tarantino e Giovanni Caterino, presumibilmente usata come ‘appoggio’ dagli esecutori del quadruplice. La masseria risulta di proprietà della vedova di Luigi Tarantino ucciso nel 2003 durante la storica faida sannicandrese tra i Tarantino e i Ciavarrella”. Proprio in quella zona fu ritrovata bruciata l’auto dei killer, una Ford C-Max rubata a Trani esattamente due mesi prima, il 9 giugno 2017. “Un testimone”, ha rivelato l’inchiesta, “notò che mentre era intento ad arare i campi aveva visto una macchina e, poco dopo, del fumo. Vide tre persone (una più alta delle altre due) che correvano a piedi per i terreni in direzione della masseria di Luigi Tarantino. Riferì anche che il casolare era sempre frequentato da un uomo di colore e a volte dalla vedova di Tarantino. Una versione confermata da tre persone”. Grazie alle testimonianze, furono piazzate delle videocamere in quella zona. Il 28 settembre 2017, un mese e mezzo dopo la strage, si notò la presenza di Angelo Tarantino (nipote di Luigi e figlio di Giuseppe) e Giovanni Caterino, quest’ultimo giunto a bordo di una Opel Meriva. Stessa scena il 18 ottobre e il 24 ottobre, stavolta Caterino alla guida di una Fiesta. Infine, il 26 ottobre Nazario Di Lella contattò Angelo Tarantino al fine di sapere com’era andato l’incontro con una terza persona e quest’ultimo riferì che le cose non stavano bene. “Verosimilmente”, secondo gli inquirenti, “le preoccupazioni di Tarantino erano legate al fatto che, venuto a conoscenza dell’escussione dei cugini Bergantino e riferitegli da Caterino, aveva appreso che le indagini in corso potevano in qualche modo coinvolgerli”. In base alla ricostruzione fornita da magistrati e forze dell’ordine, la masseria fu punto di riferimento di Caterino, che a bordo di una Fiat Punto avrebbe fatto da staffetta tra l’auto di Romito e quella del commando armato. “Inoltre, Angelo Tarantino assumeva ulteriore interesse investigativo poiché dall’esame dei tabulati telefonici dell’utenza in uso a Matteo Lombardi, peraltro intercettata nell’ambito di questo procedimento, risultava che il giorno della strage, in orario prossimo e successivo al compimento del fatto delittuoso, ovvero dalle ore 09.09 alle ore 09.57, Angelo Tarantino riceveva numerosi squilli dall’utenza in uso a Lombardi. Tali squilli si ripetevano successivamente”, si legge ancora in quell’inchiesta giudiziaria. Una ricostruzione che è riportata chiaramente nella sentenza della Corte d’assise di Foggia.

E’ legata alla mafia garganica anche l’interdittiva che a Monte Sant’Angelo ha interessato l’impresa che gestisce il bar Le Petit Cafè di corso Emanuele, vicino al Monumento ai caduti. Si tratta della società a responsabilità limitata semplificata nata nel 2019 e avente quale amministratrice unica la 24enne Michela Silvestri, figlia di Giuseppe detto l’Apicanese, il pregiudicato del clan Li Bergolis che fu ucciso il 21 marzo 2017 a Monte Sant’Angelo. Per quell’omicidio nei giorni scorsi in appello è stata confermata la condanna all’ergastolo del boss sipontino Matteo Lombardi, membro del clan Romito-Ricucci-Lombardi, e a 3 anni di reclusione per l’altro sipontino Antonio Zino, per favoreggiamento. Secondo quanto raccontato alla DDA dal collaboratore di giustizia mattinatese Antonio Quitadamo detto “Baffino”, uomo del clan Romito-Ricucci-Lombardi, a commettere l’omicidio sarebbero stati il boss di Vieste Marco Raduano e Matteo Lombardi per vendicare la morte del viestano Gianpiero Vescera. Nel 2021 sarebbe stato proprio insieme alla figlia di Silvestri che gli inquirenti scovarono, nascosto in un appartamento, il latitante e pregiudicato foggiano Fabrizio Bonalumi, figlio di Olinto, detto il Lupin di Foggia.

Della seconda interdittiva, invece, si sa al momento solo che riguarda l’impresa di commercio del montanaro Giuseppe Guerra.

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testatina dillo al direttore WEB

 

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