Pio e Amedeo sono tornati in tv ed è subito polemica. Ma forse hanno ragione loro

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I primi minuti della trasmissione spiegano che sono trascorsi quattro anni dall’ultima puntata. Anni in cui il mondo è cambiato. Beh, non possiamo dire che non sia vero. Tra pandemia e guerre, che il mondo sia cambiato in direzioni impensate lo si può gridare forte. Da queste parti però una questione di certo resta immutata: la reazione della città quando dal televisore in salotto si odono le voci maleducate e sgraziate degli amati e odiati Pio e Amedeo. Comici di casa nostra colpevoli di attingere a piene mani da vizi, vezzi e luoghi comuni della città di origine. Niente. Non ce la si fa. Il duo ride e si diverte, gira il mondo, incontra vip e gode di case eleganti e concerti esclusivi, e nel frattempo Foggia si disturba. Anzi, si sdegna, in un moto di estraneità altezzosa nei confronti di quelli che del foggiano hanno fatto una maschera, un prototipo di cafoneria e opportunismo.

Esageriamo nel dire che estimatori e detrattori si dividono in due categorie avversarie e nette? Che nessuna delle due capisce perché l’altra rida o si disturbi tanto di fronte a quelle che in fondo sono solo scemenze?

Nemo propheta in patria. Il detto è antico e vero quanto il mondo. Ma quando si tratta di Pio e Amedeo c’è qualcosa in più che scuote il sentimento di identità collettiva. Un sentimento in genere mai difeso. Già perché nessuno quanto il foggiano sa denigrare sé stesso e il proprio territorio. Tanto da poter affermare che nessuno dei pur numerosi problemi della città, è immarcescibile e irredimibile quanto il disprezzo che il foggiano stesso ha nei confronti della propria terra e dei suoi concittadini. Ma forse può dirlo solo lui. Guai a rappresentarlo, metterlo in scena, offrendo al paese Italia qualcosa su cui ridere che in fondo gli assomiglia. Gesti e parole che udiamo con frequenza e su cui scegliamo di esercitare una sorta di sordità funzionale.

E dunque: l’avversione per Pio e Amedeo riguarda più la forma o la sostanza? E quanto la percezione comune si è abituata a fruire come normale la gran massa di spazzatura e volgarità che la televisione nazionale propone? Salvo poi indignarsi quando quella volgarità assomiglia qualcosa che si conosce bene.

Forma contro sostanza, dunque. Lingua che si libera e che una volta liberata produce mostri. Contenuti che si confrontano tra loro. Stereotipi ribaditi che spingono a passi indietro culturali riguardo l’accettazione del diverso. Lobby gay che potrebbero sentirsi offese e comici che deridono le moderne prigioni del linguaggio mascherate sotto l’algida dicitura del politically correct.

Certo, se un illustre scrittore come Paolo Di Paolo, conduttore di una trasmissione di nicchia come La Lingua batte, trasmissione che analizza i cambiamenti della lingua italiana, si sentì in obbligo di commentare sulla sua pagina Facebook il lavoro di rimaneggiamento e offesa del lessico gentile e neutro nei confronti delle minoranze operato dai comici foggiani, vuol dire che al di là di tutto una cosa intelligente il duo ha saputo farla. O almeno volgerla a proprio favore: generare dibattito.

E così i dibattiti sono partiti sui social a cominciare dal profilo del nostro collaboratore Francesco Strippoli, che scrive “"dai dai... è un po' che non si parla male di Foggia... anzi addirittura noi siamo stati uno dei pochi collegi non vinti dalla destra. Ed ecco che ricomincia lo show di Pio e Amedeo che già dalle prime scene si vantano di rubare il reddito di cittadinanza e di fare imbrogli il tutto tra un'offesa misogina ed una razzista”. E per risposta riceve una serie di commenti di chi giura di non riuscire proprio a vederli, chi consiglia di fare zapping, chi li chiama disagiati, e chi più ne ha più ne metta.

Si critica il modo di scherzare sui soliti luoghi comuni che riguardano i meridionali. Si dice che pure Checco Zalone dopo avere costruito una carriera su questo è diventato noioso e ripetitivo, si avversa l’uso degli stereotipi e si chiama spazzatura la tv del Berlusca e della destra in generale, che vuole far passare alla nazione e a tutti coloro che non ragionano, che Foggia, il sud e la Puglia, terra di Conte e del reddito di cittadinanza, vive con la sola ambizione di non andare a lavorare.

Uno schiaffo in piena faccia al meridione, dunque. È davvero questo che costruiscono i due con le loro gag a bordo di familiari tre ruote? Quanto si sa preservare la capacità di ridere di sé stessi. E dove inizia e finisce quella che alcuni chiamerebbero satira? Ma poi, la satira, si può davvero fare verso il basso, o l’unica direzione in cui si ammette che proceda sia dal basso verso l’alto: cioè dai poveri verso i potenti?
Di tutte queste domande, non sappiamo neanche se Pio e Amedeo se ne pongano almeno una. Di certo hanno capito che funziona. Un faro su di loro si accende.

Una discussione più o meno indignata la generano e ne fanno tesoro. Giacché qualcuno decenni fa asserì che, bene o male, l’importante è che si parli di me.

Certuni si spingono perfino a sostenere che lo spettacolo dovrebbe avere una funzione educativa. Gli stessi certuni che di certo non sanno più scorgere quanto volgarità e derisione siano presenti nella tv mainstream tutta. Quanto si è decenni addietro dibattuto sulla Cattiva maestra televisione e sul Corpo delle donne, è stato poco o male letto e comunque dimenticato, di fronte a Bonolis che prende in giro gli ultimi e all’oggettivazione palese del femminile. Perché se in Italia ormai nulla ci offende, sarebbe buona cosa imparare comunque a riconoscerlo.

Forma contro contenuti dunque. Contenuti splatter che si sanno vendere in forme patinate, tv spazzatura su cui neanche più si discute tanto ha generato assuefazione. E poi. Poi arrivano Pio e Amedeo e la gente si indigna come e più delle olgettine a Palazzo Chigi.
Superficiale chi guarda o chi scrive testi e poi li recita?

Salvaguardiamo il diritto ad indignarsi. Che deve fare il paio con il diritto a recitare attingendo forme e contenuti da deformare più o meno a piacimento. Va bene anche farlo da una città difficile, in cui molti credono di avere bisogno di una mano?

Anche il diritto di rappresentazione va salvaguardato. Lo si dice a proposito del gender spiegando perché esso venga inserito in ogni fiction o pubblicità.
Va bene tutto. Solo sulla risata amara non si riesce a chiudere un occhio…

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testatina dillo al direttore WEB

 



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